Lunario Zanzotto. Pasque

Il tema pasquale è al centro dell’opera di Zanzotto tanto da intitolarne un libro. Pubblicato nel 1973, Pasque – che nella seconda parte segue la scansione e il calendario della Settimana Santa, spingendolo fino all’impossibile Pasqua di maggio – si presenta come una raccolta di non facile lettura, e nemmeno facile o opportuno sembra estrapolarne frammenti testuali.
Elegia pasquale, che proponiamo, è fra i testi iniziali della raccolta d’esordio del poeta di Pieve di Soligo, Dietro il paesaggio (1951).
Di Andrea Zanzotto ricorrono nel 2021 il centenario della nascita e il decennale della morte: dopo quello collocato al 21 marzo, questo è il secondo foglio di un possibile Lunario ricavabile dai suoi versi e con il quale ricordarlo. (Giovanna Menegùs)

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Lunario Zanzotto. 21 marzo circa

Di Andrea Zanzotto ricorrono quest’anno, insieme, il centenario della nascita e il decennale della morte (10 ottobre 1921-18 ottobre 2011).
In quello che è noto come “il poeta del paesaggio” sono numerose le liriche legate alle stagioni, e altrettanto centrale è la presenza della luna. Da qui l’idea di accompagnare il 2021 con un “lunario” di versi tratti dalla sua opera, come minimo omaggio e come invito alla lettura o rilettura e alla memoria. Aggiungo però subito che in Zanzotto le lune naturali – dalla primavera all’inverno, nel ciclo destinato a ricominciare – intersecano a vari livelli il tempo umano, e il lunario è dunque anche calendario.

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L’Italia, davvero?

Siamo italiani da 160 anni oggi.
Lo sappiamo? Ce lo ricordiamo? Che ricorre questo anniversario intendo (17 marzo 1861-2021), ma, più che altro, di essere italiani. Lo siamo davvero o restiamo ancora e per sempre – finché ci sarà, forse, del tempo da vivere, se a breve non ci estingueremo soffocati dal nodo sempre più stretto del “progresso scorsoio” (come lo chiamava Zanzotto, quest’anno cade anche il suo centenario) – lombardi e calabresi, romani e sardi eccetera, ripartiti e divisi, altro che uniti, nelle nostre variopinte e folcloristiche tribù?

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Annamaria Ferramosca. “Per segni accesi”

Dal nuovo libro di poesia di Annamaria Ferramosca, uscito il primo marzo con Ladolfi Editore, propongo tre assaggi. Un frammento da tableau mourant 2 che lascia avvertire tutta la crisi epocale, ecologica e pandemica, e l’angoscioso smarrimento («l’assenza di ogni valico per l’arca») che stiamo vivendo. Una poesia d’amore (perché di poesie d’amore c’è sempre bisogno). E infine il penultimo testo del volume, che trovo particolarmente felice e suggestivo: si tratta di un’ariosa, luminosa preparazione alla morte («il mio allenarmi per il grande volo»), dove con tono sommesso e colloquiale l’ultimo, sollecito pensiero va ai propri «libri ordinati negli scaffali / fieri    ben stretti», che, «ricordate    vorrebbero di tanto in tanto respirare / esigono    come tutti / di avere incontri    essere aperti / (non solo spolverati)». Perché, a differenza di quanto il frammento da me un po’ arbitrariamente estrapolato come incipit potrebbe forse far pensare

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Odiare la poesia 1. Odi et amo

di Giovanna Menegùs – Odiare la poesia. Rubrica pubblicata su Avamposto https://www.avampostopoesia.com/odi-et-amo

Dichiarare il proprio odio per la poesia è liberatorio. Dato che bisognerebbe amare la poesia, odiarla risulta naturale, inevitabile. Da sempre – da molto tempo prima di leggere il saggio breve di Ben Lerner – mi capita di interrogarmi su questa singolare e imbarazzante detestabilità. Senza la lucidità argomentativa dell’autore di Topeka, Kansas, certo. 

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