Vicenda di luce

a Nicolas de Staël (1914-55)

nicolas-de-stael-e28093-le-soleil-1952

(Immagine: Nicolas de Staël, Le soleil, 1952)

 

(1)

Le palpebre sono il primo sipario,
quando nel mattino si sollevano a risvelare
l’eterna vicenda di luce
sui secchi ventagli della palma
e lo scabro candore del pietrisco,
sulle imposte bianche dissolte
in specchi accecanti di riflessi
e il lucente fil di lama dei binari
che così perfettamente tagliano lo spazio
ripuntando sempre all’infinito
– le palpebre sono l’ultimo sipario,
ogni sera, a ogni vita

 

 

(2)

Il sole basso ti guarda dritto negli occhi
così vicino grande che quasi lo tocchi
fa brillare d’oro e rosso i gerani
– seta dolce che fiamma,
scaglie di luce fusa

Vi fissate a lungo
– lui nel cielo, tu dal balcone –
poi, ecco
s’è già tuffato giù
sotto l’orizzonte

 

 

(3)

Accelera il diretto fra i boschi
sul finestrino corrono obliqui rivoli di pioggia
i pendolari del mattino lamentano il tempo
e parlano di cibo
– cipolle gorgonzola radicchio rosso –
le donne hanno mani incrociate a custodire
borse pesanti di borchie e nappe
quattro lettori ambosessi reciprocamente ignari
si specchiano nel bianco e nero
della pagina aperta

 

 

(4)

Nella pioggia del tardo novembre
è possibile schivare ogni goccia:
muoversi nel fluido spazio tra l’una e l’altra
sgusciando sotto gli alberi
dalle rotaie del tram eludere di scatto
ogni prevedibile malinconia per
toccare con due dita
gli accesi calici
dei ciclamini del Carmine

 

 

(5)

La disseminazione, l’inquieto fiorire
del vento, della pioggia
tra le foglie
che ancora misteriose oscillano
ai rami alti dei platani,
della musica
suonata in strada da un sassofono,
che si disperde ondulando all’ombra degli androni
si distorce all’alone dei lampioni…

 

 

(6)

La felicità sta tutta nei piedi,
che camminano la terra, danzano,
sta nella bianca nuvola del fiato
– ché è mattino
freddo terso assolato

 

 

(7)

(E scopro poi per la prima volta
– perché chi l’aveva mai capito –
che a fare i versi
sono difatti i piedi:
lunghi brevi giambici o
antibacchei.
I miei sono medi, veloci
e così felici
da non curarsi di eventuali titoli
metrico-classici)

 

 

(8)

Misurare lo smisurato azzurro
trasmutarlo rifondarlo rifonderlo
in un canto
riversare il cielo intero nella gola
tra le labbra azzurra ebbrezza
azzurro grido!

 

 

(9)

Se il treno sfreccia in un mattino di sole
la pianura sono laghi di verde liquido, neonato,
e rade pozze vetrate di brina, strisce
di bruna terra rivoltata, chiare ombre
distese in lunghi veli.
Nei parcheggi intorno alle stazioni
falangi d’auto immobili mandano riflessi
di carapaci vuoti, gusci
di coleotteri abbandonati
– fino al tramonto, o chissà –
dai loro occupanti
in precipitosa fuga

 

 

(10)

Ho scoperto infine il nome
degli alberi
di corteccia e fusto bellissimi
su Foro Bonaparte:

si chiamano bagolàri,
o alberi dei rosari

– per l’uso dei loro duri semi
un tempo,
ma è vero anche per me, oggi:

con la chiara cadenza il ritmo piano
d’una preghiera
uno a uno assorta
grata li sgrano
coi passi mattino e sera:

le ultime foglie gl’ultimi rami salgono così alti ai cieli,
sono tutti salmi e magnificat
su lieti aerei steli

 

 

(11)

Passare in treno i boschi spogli di robinie,
i campi irti d’erba e stoppie
dalla notte assiderate
è come attraversare un sogno

– e basta un magro ciuffo di betulle
a fingermi la taiga intera, la
Transiberiana

prima che Milano si materializzi
e il giorno

 

 

(12)

Per pochi istanti
un tale scialo di splendore

– strati di nubi rosa fenicottero
sull’orizzonte lungo del tramonto:
nastri lucenti sciorinati nel celeste

le ultime piume e scie del giorno
mentre da un lieve oriente di cielo impallidito

già sorge
la luna piena
di dicembre

 

 

(13)

Dicembre è un turgido frutto di ghiaccio
un cristallo azzurro – arde

tra i bagliori e la foschia
del sole morente nell’anno

col traslucido mistero i brividi vermigli
d’una grande
melagrana spaccata

 

 

(14)

(Ma chi l’avrebbe immaginato mai
che l’anno dovesse invece poi annegare
in tanta grigia pioggia sulle strade,
fra tutte queste luci blu da lunapark globale
– ché a Natale ci vuole il fuoco
e una candela, una,
non quest’intermittenza isterica frenetica
di obesi babbinatale
sulla sedia elettrica)

 

 

(15)

Eccolo l’assoluto – spiccato qui
nel profilo scuro immobile degli alberi
la netta cuspide del campanile
la croce le gru le antenne come
zampe di ragno
contro il cielo grigio

 

 

(16)

Di schiumoso, sofficissimo muschio
si sono rivestiti i vecchi tigli.
Una subacquea crescita d’alghe
lungo il viale
allagato dal monsone

 

 

(17)

Cortile di Brera, pausa pranzo

La peluria, la lanugine sottile
delle infinite verdi erbicine che crescono
fra i ciottoli tondi del cortile
fa un brusio, un solletico
di già quasi primavera

(E al centro, Napoleone sotto vetro coricato,
illustre paziente verde azzurrino,
malinconico bronzo sottomarino;
intorno, ragazzi colorati
accucciati a terra come cani,
tutti nel sole:
capelli e lunghe braccia e mani)

 

 

(18)

Fra Verona e Lonigo

Dai filari a perdita d’occhio
brune e spoglie ancora, crude di scorza
le viti tendono le braccia al cielo:

docili monche braccia di preghiera
– silenzioso esercito schierato
nel rado verde tenero ai suoi piedi

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