Luoghi (comuni)

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(1)

La fila alla cassa del discount
è lunga e lenta
più del solito

nessuno si lamenta

pensionati (con lettiera per gatti)
immigrati (compresa un’indiana in sari
fucsia e senape)
disoccupati cassintegrati malpagati
assortiti
bambini infilati nei carrelli
tra sacchi di patate,
un leccalecca in mano

tutti ugualmente lividi
rassegnati sotto le luci
al neon

ad aspettare
il proprio turno

 

 

(2)

Nuotando nel comune spazio liquido
sott’acqua in due giorni ho incrociato
due padri soliloquianti

il primo al distributore del latte
(sfibrante monologo sulla questione bottiglia
– ne abbiamo una? meno male è in macchina ecco ora
andiamo a prenderla ecco bisogna metterla bene così sotto il ecc. ecc. ecc.)
il secondo dal pediatra
(grosso ragazzo orso
vocione come un fiume in piena
figliolina febbricitante in braccio e orsetto
di sette anni a due sedie
di distanza)

– i bambini
sempre muti zittissimi, loro,
con gli occhi bassi
o voltati di là

 

 

(3)

Sono invecchiata, vedi?
mi dice puntandosi l’indice alla guancia,
e m’è venuta questa brutta pancia…!

I ciuffetti biondissimi
freschi di parrucchiere,
i piedi nelle scarpine d’oro
allineati mentre facciamo
la fila in banca

– non riesco a consolarla

 

 

(4)

Abito in un paese molto cordiale ridente
religiosissimo già culla della Lega
pieno di verde e brava gente
di buona volontà:
mi ci trovo bene, sì – non fossero,
a volte,
gli auguri al Duce
nel giorno del suo compleanno
che ancora si leggono (firma Varese Ardita)
di fronte alla stazione
e perché la maestra non viene mai a messa
a dare il buon esempio ai bambini
ma quelli che vanno ai concerti bisognerebbe dargli fuoco
(con le streghe s’è smesso giusto l’altroieri)
perché lì è tutto sesso e droga
e poi guarda io mi trasferisco in quel paese dalle parti di Verona
dove non ci può stare più d’una famiglia d’immigrati,
così non fanno combriccola: se sono di più
viene la polizia
e li porta via, altro che mettergli su
una moschea

 

 

(5)

Incrociandola lungo il rettifilo,
da dietro il volante io la penso
come una custode
d’elezione
in visita al marito,
a un figlio

Da sempre – pioggia o vento
ogni mattina
la gonna dura bigia
o beige, le scarpe basse
sotto troppo alti sparuti platani
lei guarda assorta un punto
davanti a sé
cammina verso il grande cimitero
racchiuso tra spesse mura bicolori
di là dal traffico
veloce
alla rotonda

 

 

(6)

Jarrett compie quattro anni ad agosto
ha gli occhi a mandorla
la testa rasata – chissà perché – sotto il berretto a visiera
fa suonare il posacenere accanto al finestrino
come un tamburo
e chiede perché
perché
perché

sua madre gli risponde
per un po’, poi:
perché sì

Con madri meno sorridenti è:
perché no

Con le nonne:
perché la gamba l’è tacàda al pé
l’pé l’è tacà a la gamba
e sün mì che cumanda

E per quanto poi cresca
e continui a domandare perché
perché
perché
nessuno mai ottiene
risposte diverse

 

 

(7)

Suonando col mio fascio
di poesie sottobraccio
ai campanelli, virtuali, di editori
critici poeti letterati
per contrappasso sempre mi ritrovo
nella purgatoriale schiera
dei testimoni
di Geova

– signore di mezz’età un po’ sbiadite, intercambiabili,
di rado un uomo, non meno patetico e smarrito:
li vedo sfocati in bianco e nero
dentro lo schermo del citofono

Sono gentile sempre ma non li faccio salire mai non scendo
(a volte, già, neanche rispondo)
e grazie no inutile lasciarmi opuscoli rivelazioni inviti
teneteli in serbo per chi sia interessato
io no davvero
non li leggerei

 

 

(8)

Iconografie, Milano

 
dalla 61, largo Toscanini

fiumi greggi di persone sciamano
fluidi nelle vie del centro

– guardiamo tutti ai plotoni di manichini
nelle vetrine lucide, agli dèi
muscolari e tonici
sulle icone dei grandi manifesti:
nessun iconoclasta che ci liberi
da questa dittatura delle immagini

*
 
Istituto dei tumori, via Venezian

in bianche vesti da angelo (o fantasma)

– ci si ritrovano d’incanto i pazienti:

il camice svolazzante intorno,
e sotto un pigiama blu
o bordeaux

schiere angeliche col carrellino
del drenaggio accanto,
il grosso cotone candido
spiegazzato

a fare su e giù nei corridoi
e raccontarsi
a vicenda
come al bar
o a militare

 

 

(9)

crocifisso
vuol dire

incrocio fra linee di forza e caso
in un punto-luce dello
spazio-tempo carne-corpo

crocifisso
vuol dire

tangenti
perpendicolari

– un’orizzontale alla terra
una verticale al cielo
il cuore
preso in mezzo –

nodo
chiodo
spina
non divina

essere fermi, fissati qui

ognuno al suo angolo di strada o casa
chiusa guardiola garitta di portineria
o parcheggio sotterraneo
murato loculo
cubicolo
d’ufficio condominio scrostato
palazzone

 

 

(10)

Gli uccelli che tagliano questo cielo grigio
diritti o in linee oblique
sanno tutti perfettamente
dove stanno andando
(è evidente dalla sicurezza dei movimenti d’ali,
da capo e becco netti protesi)

lo stesso i ciclisti
– a gruppetti o in solitaria
le gambe su e giù come pistoni, la ruota
puntata avanti a solcare l’aria
come una polena, il guizzo
del tatuaggio
sul polpaccio

ma noi, la strada ha troppe svolte
la si rifà uguale quante mille volte,
l’auto un po’ sbanda o per inerzia
va da sola,
non che si guidi
in qualche direzione

 

 

(11)

Il problema sono sempre i grandi numeri
– le Catene della Grande Distribuzione –
lo sterminato esercito di merci
schierate sugli scaffali dell’Auchan:
la stecca di cioccolato moltiplicata
per se stessa, stoccata variata replicata
fino alla vertigine
– il nostro infinito è un centro commerciale
senza centro – non posso
comprare cioccolato qui,
il cioccolato non mi piace più – gli umani
mi diventano tutti
ugualmente invisibili,
il codice a barre sul polso: in tanta folla
vedo solo due arabi in tunica
barba e turbante
assurdamente carichi di kleenex
e penso, vergognandomi, a una brutta trama di film
coi terroristi
in palandrana
finta

 

 

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