Senso dell’estate

Pietra asciutta, liscia selce al sole
sul bianco greto della terra,

mentre lento ovunque fluisce
il fiume in piena della luce estiva

 

img_0786
(Immagine: M.Ch., Bosco tunnel, 2014)

 

 

PARTE PRIMA

 

(1)

A quest’ora del mattino d’un giorno feriale
ci sono in giro solo signore
dal sedere enorme
che chiamano amore minuscoli cani
al guinzaglio
inghiottiti da alti ciuffi
d’erba incolta,
e il camion dei rifiuti
traballante sotto i tigli

 

(2)

Primavera in città
(impulsi selvaggi non assecondati)

mordere le foglie i fiori brucare l’erba
delle più folte aiuole
lanciarsi di corsa spiccare il volo dal marciapiede
gettarsi nella terra umida e fresca
gettarmi su di te
morderti – le orecchie il naso anche la testa

(3)

guardando una bellissima in treno

Mi comprerò un vestito rosso
e avrò capelli splendidi, una nuvola.
Anche il rossetto forse,
smalto scarlatto e tacchi alti no però
(inciamperei sicuro)
– scalza piuttosto,
ma proprio così sorriderò

 

 

(4)

La schiera di creme solari allineata
sul più oscuro scaffale del ripostiglio
per chisamai quale ancora possibile utilizzo
(non sai disfarti degli oggetti)
svela a un tratto il suo significato:
misurare la quota non vissuta
d’ogni singola estate passata.
Poco o tanto che sia,
quel che è rimasto nei flaconi a irrancidire
impossibile usarlo ancora oggi.
Oltre la data di scadenza
non si risale il corso del tempo
per riprendergli il suo profumo di cocco, di vaniglia

 

**

 

(5)

Non si sa come
ma certe mattine a Milano
c’è quest’aria di mare

una brezza così tersa asciutta
un respiro tutto azzurro
tra i binari del tram

sono vele al vento
persino le bandiere
del comando militare

Il mare è oltre il molo d’un palazzo,
si sente di là dai bastioni
del Castello

(lo sentono persino i giovani squali in cravatta
con la falcata lunga, lo sente
il senegalese all’angolo
che al solito
mi tende il cappello invano)

c’è anche il profumo verde e crema
dei pitòsfori
tutti fioriti
in grandi vasi sulle strade

 

(6)

Nella notte odorosa e tiepida
sopra la pianura
il sottile arco della luna
è una sdraio dimenticata aperta
sulla spiaggia
la tela grezza umida
appiccicosa
di granelli di sabbia

 

**

 

(7)

Tutti
intorno al bambino nuovo

lo guardiamo senza ritegno
alcuno lo ammiriamo invidiamo
commentiamo diamo consigli

– anche i bambini vecchi,
che però dopo un po’ si stufano,
scappano laggiù in fondo al cortile
per conto loro con il muso lungo

 

 

(8)

Il vicino dedito alla rimozione chirurgica
dei sontuosi petali di magnolia
appena planati – bianco-rosati –
sul verde del prato all’inglese.
La Elda, quasi sferica
pericolante dal davanzale
che mena furiosi colpi di scopa
all’orda di piccioni
chiocciante sul tetto e nella gronda.
E ora tu – che mi dici di andare dal dottore
a farmi controllare sangue e ormoni,
sbagliati certo troppo vivi
eccessivi

 

**

 

(9)

I binari imbiancati a calce
prima dell’estate
regalano ipotesi di verginità
ai nostri viaggi
– come fogli d’un quaderno nuovo
gli occhi non si saziano di guardarli, i piedi
vorrebbero percorrerli tutti
in equilibrio, i treni
filano via
più lisci allegri dritti

 

 

(10)

E poi una sera d’inizio giugno
in macchina tra frange d’alberi e di grano
ti si scoperchia sopra
il cielo

non è mai stato così grande e chiaro
prima

– è la pietra sollevata dal pescatore
in cerca d’esche

e noi sotto
formiche lombrichi denudati
nella terra umida

anche quest’anno è arrivata l’estate,
c’ha stanati

 

**

 

PARTE SECONDA

 


(11)

L’estate inizia tutta aperta
in luce e cieli infiniti
ma presto si richiude dentro fitti
tunnel di verde:

l’avvitano lunghi viali di tigli
dove stagna l’afa
i contorni sfumano
l’aria s’addensa, annega
lo sguardo, si perde
mentre ancora scroscia
il temporale

– sta tutta nascosta in casa
la gente
o scappa con l’ombrello, nelle auto

 

**

 

(12)

I pomodori che ieri erano i più buoni
mai provati al mondo
oggi sono sciapi – com’è possibile
se sono gli stessi
da un unico grappolo?
Il frutto rosso e lucido identico
al frutto rosso e lucido identico,
finché non lo metti in bocca, non lo addenti,
non sai se dentro è polpa e succo
deliziosi, o tutto acquetta gialla
e semi aciduli

 

**

 

(13)

Un dono del mattino
– l’iridescente bolla di sapone
che sale sopra l’erba, tra i ciliegi.
Invisibili la mano,
il bambino

 

(14)

In questo inizio d’estate rannuvolato e incerto
dormire al pomeriggio
(per rinnovare, già, forze e pensieri)
è inutile. Ti risvegli con due zampe da capra
intirizzite in fondo al letto
il volto schiacciato sul lenzuolo
non sai che cosa chi ti sta alle spalle
nella penombra
e i fruscii che filtrano
da fuori

 

**

 

(15)


Notturno del 30 luglio

il bagliore dei lampi bassi all’orizzonte,
mentre i cani abbaiano alta
la paura

– le bottiglie gettate forte nel bidone,
le mazurke dal centro anziani

 

(16)

Questa estate ancora imbozzolata non partita,
benché si sia ormai al primo agosto,
pare – vedi ­– dileguare laggiù nei nuvoloni
gonfi all’orizzonte
nella cerchia dei monti scolpiti
tutti di neve
dopo il temporale
nell’erba scura verde foltissima
le serrande abbassate
e nessuno che mangi un gelato
l’anguria i meloni
– neanche a pagarlo,
con questo freddo

 

(17)

Facendo la Varesina
domenica 3 agosto dopopranzo
gli unici avvistamenti umani si danno
sulla porta aperta d’una lavanderia automatica,
al distributore di sigarette (due di spalle
scuri e minuti, nordafrica o suditalia?)
e davanti al Bar… collo! ma non mollo! :
vecchio con baffoni, maschi di varia età
compressi ai tavolini
un po’ in discesa

– essendo pressoché impossibile vederli
dietro i finestrini
non si contano, al solito,
gli esseri che filano via nelle altre auto

 

**

 

PARTE TERZA

 

(18)

A una svolta della strada nella valle
improvvisi i rami alti
d’una quinta di larici
spiovono chiara
la loro benedizione – circonfusa oasi
versano luce agli occhi
rivoli di cielo
dai lunghi
aghi penduli – prima
che il grembo grigioverde
di nuovo in sé ci avvolga

 

(19)

Bambino – minuto bruno vividissimo –
con lungo osso di cervo,
spada-bastone che lo rende invincibile:
lo porta con sé ovunque
– nei prati, tra i giochi sul parquet
del soggiorno

Bambina con calzettoni di lana rossa
infilati alle mani, alte:
ignorando il mondo
nel suo profilo francese
esile se ne va per strada
e li muove tra loro piano:
sono due marionette-bruco

Bambina scalza, pirata – la stessa dei calzettoni –
in piedi su un’altalena a rete (blu)
come sull’albero d’una nave
in mezzo al mare

Ragazzino biondo che spalanca una bocca da coccodrillo
rosa tenero:
mostra il suo nuovo apparecchio
– un’impalcatura di lunghi ferri attraverso il palato
ha anche uno specchietto, apposta
il panino non riesce a mangiarlo

Bambina ricciuta d’alta montagna che fa la ruota
sul prato davanti a un rifugio, il suo – ride, sorride nel sole
alla gente di passaggio

Bambini che si lanciano pietre
dalle sponde opposte del torrente,
in un crescendo schizzano sul greto
troppo vicine
esplodono
– poi subito è tutto finito: placati

Grappolo di bambini in altalena
in fondo a un giardino
nella sera,
aggrappati insieme, amorosi:

grande goccia tiepida
bisbigliante
(luglio)

– non saranno forse mai più
uniti così, una cosa sola,
ma in qualche punto dentro
questo momento resta, quella grande luce verde

che sul prato svanisce lentamente
come se non dovesse mai finire

 

**

 

PARTE QUARTA

 

(20)

6 settembre, e il cielo
ritrovato dell’estate
sorride tutto azzurro attraversato
da magnifiche nuvole a festoni – ineffabile
e beffardo come sempre fosse stato lì,
anziché per mesi oscurato dai monsoni

 

(21)

Qui nel fitto del bosco
non è caduta ancora una foglia
ma s’addensa, precipita il verde
volge al grigio al bruno una polvere
d’occhio cieco
e velato

– il punto, qui, in cui si richiudono
un ciclo e le fronde – diventano cuoio, braccia conserte
sul petto – non penetra luce, oltre

a questo muro d’immobili foglie opache,
immateriali e sospese come già più
non fossero cosa viva,
finiscono l’estate e l’anno

 

(22)

Il modo in cui i teneri aghi del rosmarino
abitano la luce – schiudono il loro esistere nell’aria:
presenza – questo è prima delle parole, dentro le parole –
o le parole sono dentro questo? in un inesauribile
grembo di silenzio

 

(23)

Affacciàti al balcone o da dentro casa
quanta invidia per gli alberi

che dormono fuori nella notte
respirano l’alito umido che sale dalla terra
bevono la luce dentro il buio – quella che spiove

pallida dall’alto
e quella di là dalla curva all’orizzonte, sempre il sole laggiù
in attesa di sorgere

 

**

 

(24)

Oggi attacco fili alle nuvole
le porto al polso come palloncini
– le raccolgo, le inseguo
le pascolo fino alla fine del cielo
o la finestra:
laggiù dove arriva lo sguardo
ma dopo c’è ancora altro
denso blu

 

(25)

Nel folto dei prati
alla luce radente del giorno e dell’estate che tramontano
il verde è smeraldo liquido, a fiotti

– tra l’erba si nasconde, indugia ancora
(radiante goccia d’oro, umida e segreta
rana salterina?)
l’anima forse dell’estate – l’insegue
e affonda lo sguardo
al pelo sfrangiato dell’erba,
dentro lo sfavillio di brace
verde si perde

 

*

 

PARTE QUINTA

 

(26)

Pietra asciutta, liscia selce al sole
sul bianco greto della terra,
mentre lento ovunque fluisce
il fiume in piena della luce estiva

 

 

(27)

In questi grandi giorni di luce
cresco a colmare la volta del cielo

dentro l’aria
dal mattino m’inarco
e come i frutti nei giardini
e il rosso acceso il rosa dei gerani
lunghe ore
lentamente maturo

A sera ho occhi dolcissimi, sazi
e nugoli di ebbri moscerini
sui fichi
caduti a fermentare

 

(28)

Come ardono i colori dei fiori
dentro il buio

non visti trasfigurano
i grandi globi
rossi rosa dei gerani

 

(29)

Lo spazio d’aria in cui distacca
e s’incide
il rintocco
della campana – vibrano

la scura coppa dischiusa a
generare il suono

i bruni fianchi nel fondo
calice di bronzo: corolla
al cielo intero

che dal silenzio
più chiaro
aprono

 

(30)

Ad arco si richiudono
le ombrose braccia degli alberi:
c’è un punto in alto – sopra
la strada dei boschi serpeggia
una stretta chiara corsia in cui
foglie e cielo
si tocca no

– le foglie sono tutte fatte d’aria
e la luce
dentro il verde trema

 

**

 

(31)

Mi guardano
le grandi foglie a cuore dei tigli
– io taccio, sorrido ai cani
per strada – risalire con gli occhi
il filo del guinzaglio
fino all’altro volto
di rado accade

 

 

(32)

Intorno alle cose le foglie i frutti
c’è in questo tempo di settembre
un alone aranciato,
un oro colmo

– rosa sull’orlo del cielo nelle sere
si sparge un caldo polline

è appiccicosa e zuccherina
la buccia di questi giorni,
polverosa e tesa
come quella dell’uva
pronta a creparsi di dolcezza

 

**

 

(33)

Galleggiano sul mare largo dell’alba
lunghe spume di nuvole,
quietissime sospese creste piumate
lontane laggiù, così grandi e vicine

un silenzio una calma d’infinito golfo
offerto all’essere
prima che intero
affiori il giorno

 

**

 

(34)

Tramonta in un immenso banco
di nuvole basse all’orizzonte,
in un lunghissimo fronte di bagliori arancio
il disco ramato del sole – come s’immergesse
nella fluida linea del mare,
in un inudibile fruscio
di onde al largo nella sera

 

**

 

(35)

Qualcosa è passato:
un culmine s’è compiuto ed è spento ora il cielo,
vuoto e assente dal proprio volto

il tempo è rifluito in sé
ma ancora matura,
più segreto

stare così a occhi chiusi posare al cuore del tutto
– si staccano come petali, foglie,
le voci dei bambini,
cadono lente nell’aria

basso il ronzio di officine e compressori,
qualcuno ha acceso un fuoco di stoppie

 

**

 

PARTE SESTA

 

(36)

Il fitto muro del granturco
alto dai campi a bordo strada
chiude la vista intorno,
e l’intride, scurisce ormai la pioggia
nella sera

 

(37)

Sul linoleum lucido d’un labirintico
corridoio d’ospedale
capita d’incontrare

un verdissimo grillo immobile
e spaesato sotto le luci al neon
d’un grigio mattino
di fine estate

– e alla svolta dopo una
minuscola lucertola che guizzando
s’infila sotto la misteriosa porta dell’
archivio
ingresso solo autorizzati

 

 

(38)

Cercando di decifrare i cirri
di quest’ultimo giorno d’estate
(così dice il calendario, e io gli credo)
vi scopro ignoti caratteri arabi – a mezzo cielo
un cartiglio di svolazzi e fioriture
nel turchese

 


(39)

Si presenta in cucina ambasciatrice
del primo giorno d’autunno
la prima cimice
dalla corazza verde
– assorta mi dà le spalle
appesa al frigo

 

**

 

(40)

Ora che l’estate se n’è andata
nei campi s’accendono
i ciuffi svettanti dei topinambùr
– oscuri cugini dei girasoli,
piccoli soli noncuranti,
astri di tuorlo zucca zafferano
alla foschia dei mattini, ai pomeriggi
ancora così lunghi e caldi

 

**

 

(41)

Il diamantino entrato in casa
il giorno del funerale

– e si lanciava
contro vetri e specchi,
col becco arancione di corallo,
le piume grigie e tenere…

 

(42)

È una grande volta grigia, il giorno.
Vuoto e immobile come uno specchio d’acqua
al vibrare basso d’una musica
di tonfi sordi attutiti
da vite ignote
richiami acuti di cani
voci – rade – di uccelli tra i rami
lunghi rombi
di aerei
che si allontanano

 

**

 

(43)

Ancora più luminosi e accesi,
irreali quasi, irradiano i gerani
nella pioviggine, la foschia sospesa
di ottobre che silenzioso avanza

 

**

 

(44)

Risveglio dopo i temporali:
s’ alzano frotte di lucidi, panciuti merli
tra alberi fiammanti nei giardini.
Dagli orti occhieggiano rossi
pomodori non colti
guancia a guancia
con quelli verdi
che non maturano

 

 

(45)

Quassù a finestre aperte
è tutto un fervore
di creature alate
– salgono ronzando vespe, calabroni,
sostano cimici,
planano piccioni,
gli aerei di Malpensa,
l’elicottero del commendatore
che irrompe nel pomeriggio
poi la sera guizzano giù dal tetto
i pipistrelli

 

**

 

(46)

Quanti sono i vetri infranti
delle vecchie officine
le fabbriche dismesse
di Lombardia
– certi giorni dal treno vedi solo
i loro buchi neri

 

**

 

(47)

Aprendo le finestre sul mattino
è il kraa dei corvi che attraversa
il cielo bianco – i cci ci
dei passeri
come bambini
restano giù tra i rami dei ciliegi

 

**

 

PARTE SETTIMA

 

(48)

Il vento ha scorticato il volto
d’ogni cosa – a smalto, a sangue
sbuccia i colori, l’ombra sulle facciate
ocra e rosa dei palazzi, le ultime
foglie dagli alberi

 

 

(49)

Anche i cani hanno la raucedine
stamattina,
abbaiano a gola bassa dai cortili.
Sulla statale
appare una distesa di giallo
che sembra estate ancora, ravizzone

già: sono pronti in serra
i crisantemi

 

 

(50)

S’è fatto lontanissimo il sole
– oltre nubi cagliate
alto in cielo dà bagliori metallici,
d’oro sporco ottone fondi
di bottiglia

 

 

(51)

Sboccia improvviso sul rettilineo
un albero nella notte
– alla luce irreale
dei lampioni sulla rotonda
distende tutte le sue lunghe dita
forti, i tentacoli d’una sola compatta
corolla-raggiera

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