Quasi estate ad Alghero

 

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Il minimo comun denominatore delle persone che si interessano di poesia è che sono interessanti. In modi che non ti aspetteresti magari, che ti stupiscono. Per esempio alla presentazione di Quasi estate ad Alghero, tra il pubblico c’era un fotografo naturalista. Un omone che basterebbe il nome (mai sentito prima fuori dal Nome della rosa) a rendere notevole: Venanzio. Venanzio Cadoni fotografa, tra l’altro, gli uccelli del vicino Parco Naturale di Porto Conte: fenicotteri, aquile, falchi… E siccome una sezione di Quasi estate si intitola Ornithology e per di più si apre con un (immaginario, cioè solo immaginato) venturone sardo, siamo del tutto in tema.
A presentare il libro sono stati però, più canonicamente, due poeti, originari della provincia di Sassari, e io avevo paura di confondermi perché si chiamano tutt’e due Antonio (come lo zio acquisito, originario della stessa provincia, grazie al quale mi trovavo in Sardegna).

I due Antoni sono in realtà molto diversi.
Ma questo sarebbe troppo lungo da raccontare.
Introducendo l’incontro, Antonio (Tonino) Fiori definisce la mia prima raccolta edita il contrario di un esordio. Perché l’opera d’esordio, spiega, comunemente si presenta ancora in parte immatura e poco meditata, non di rado connotata da squilibri interni o tratti di ingenuità. Inoltre è perlopiù affidata a un editore poco professionale, e ha una veste grafica non particolarmente curata. Quasi estate, pubblicato da ExCogita / MasterBook in maggio, sarebbe invece tutto il contrario (Fiori lo ha argomentato anche in una specifica recensione, uscita su La poesia e lo spirito).
Antonio (Nello) Pibiri – a parte pormi questioni complesse di poetica, rapporto con la tradizione e con “il mondo” – soprattutto viene a confermarmi una mia ideale appartenenza alla letteratura, all’orizzonte austriaco. Chiama infatti in causa due testi che non conoscevo: dapprima i (le) Blumen di Peter Waterhouse (classe 1956, nato a Berlino da madre austriaca e padre inglese; Fiori, ed. Donzelli). Poi – in relazione al titolo Quasi estate e a una sua possibile interpretazione – una poesia di Ingeborg Bachmann (classe 1926, morta tragicamente a Roma nel ’73), per spiegare la quale cita anche Trakl: anch’egli austriaco e da me amato fino all’immedesimazione di ricreare alcuni versi miei nel suo ineffabile tedesco.

“La prima volta che ho letto il titolo Quasi estate” dice Pibiri “ho pensato all’estate intesa come stagione, anche perché è accaduto che lo leggessi proprio in estate, il tempo in cui siamo ora. Poi ho però pensato all’estate come metafora di qualcos’altro.
È quasi estate allora forse vuol dire: o non lo è ancora, o non lo è più, o non lo sarà più.
Ho pensato all’estate come all’‘oro dei giorni’ di Trakl. E ‘l’oro dei giorni’ – ovvero l’infanzia gloriosa, il momento dell’innocenza dell’uomo – è passato, non tornerà più.
Mi sono venuti alla memoria alcuni versi di Ingeborg Bachmann musicati da Henze, che non alludono all’estate nel senso stagionale, di immutabile ciclo delle stagioni, quanto a una stagione nostra, dell’umanità o individuale, un’estate dell’umanità destinata a non tornare più con lo splendore del passato:

Nulla verrà più.

Non vi sarà più primavera.

Almanacchi millenari lo predicono a tutti.

Ma nemmeno estate e altre cose
che recano il bell’attributo ‘estivo’.

(“Tuttavia” prosegue Pibiri “la poesia della Bachmann continua con queste parole: ‘Non devi assolutamente piangere, / dice una musica’. E la musica di cui si parla è Mahler.”)

Tutti e tre concordiamo infine, probabilmente da punti di vista e con intonazioni diverse, sull’insopprimibile, risorgente dimensione religiosa e spirituale della poesia.
Fiori osserva che la mia poesia Ad Alda Merini, togliendone il titolo-dedica, diventa una preghiera. È vero, e non me n’ero mai accorta. “Questa è una poesia che avrei voluto scrivere io. Quando dopo aver letto qualcosa pensi così, vuol dire che è una cosa perfetta” aggiunge prima di leggerla con intensità condivisa dal pubblico.
E, come è ben noto, la radice esistenziale e antropologica non consumabile, non commerciabile della poesia significa anche, oggi più di ieri, estrema difficoltà a trovare spazi editoriali e di ascolto, con la crescente estromissione dei versi dagli scaffali stessi delle librerie. Per questo siamo tutti, poeti e pubblico, ancor più grati a Elia e Gianmario della Libreria Cyrano, che ci hanno ospitati con grande simpatia e attenzione discreta e partecipe. Spiace non aver pensato di scattare una foto anche insieme a loro, con le loro belle facce sarde (stando qualche giorno in Sardegna, sembra di imparare a riconoscerle, le facce indigene da quelle del Continente, e ci si vorrebbe fermare ancora, riuscire a cogliere qualcosa di più… E, oltre a quella dei due anzi tre Antoni, un’altra coincidenza per me un po’ magica e che non posso tacere, è quella dei Fiori: cognome del primo Antonio, titolo della prima sezione del mio libro e titolo – Blumen – del libro di Waterhouse…).

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Da sinistra: Antonio Pibiri, Giovanna Menegus, Antonio Fiori.
Libreria Cyrano, Alghero, 7 luglio 2017.
Le fotografie sono di Cinzia Paolucci, che ringrazio.

Ad Alda Merini

Un’investitura di voce:
a questo da sempre anelo
nella mia umiliata pietrificazione.
Rivestire di colma voce
questa dolente nudità dell’essere,
tacitando l’indicibile terrore
che voce infine trovata
sveli un vacuo guscio e la
condanna senz’appello
del nulla.
Ma abbeverarsi alla tua voce, attingere allo scrosciare
delle tue acque
vivifica più d’ogni fiammeggiante luce

11 luglio 2017

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