Attendendo le fioriture di Giovanna Rosadini

 

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Da sistema a unità a numero completo, i titoli dei libri di poesia finora pubblicati da Giovanna Rosadini alludono sempre a un tutto, un insieme coeso (Il sistema limbico, Atelier 2008; Unità di risveglio, Einaudi 2010; Il numero completo dei giorni, Aragno 2014). La forza dell’asserzione, dell’affermazione positiva e ordinatrice è tanto maggiore quanto più risulta minacciata da un polo negativo e indistinto cui si oppone. E se è lecito formulare ipotesi dall’osservazione di un titolo in sé, prima di aver letto anche un solo verso, Fioriture capovolte – la nuova raccolta di imminente uscita nella collana bianca Einaudi – sembra proporsi dunque con maggiore libertà e felicità rispetto al precedente lavoro dell’autrice: una naturalezza e confidenza raggiunte infine nell’età matura, per cui il sistema e l’unità, l’enumerata completezza, sono forse ormai un dato acquisito e implicito, in sottotraccia: non è più necessario strapparli al caos dell’indistinzione, individuarli con tenacia e porli in evidenza.

Lasciando fuori dal discorso Il numero completo dei giorni, prenderò qui in esame le prime due raccolte dell’autrice, due libri che fin da subito mi sono apparsi un unico libro, connotato da fortissimi e continui effetti di ripresa: echi tematici, musicali, lessicali, metaforici, e una coerenza complessiva, una trama a maglie strette e avvolgenti, implacabili, «una garza / fitta di ottundimento» (Il sistema limbico, p. 31), «il viluppo / in cui giaccio annodata, la fune che blocca / l’estensione, la ragnatela bianca intorno / ai gomiti, alle mani, alle ginocchia piegate» (Unità di risveglio, p. 7).
Ora, già nella struttura le due raccolte (61 testi per Il sistema limbico, 93 per Unità di risveglio) si presentano simili: entrambe sono costituite da tre sezioni – contrassegnate nel primo caso solo dal numero romano, nel secondo anche da un titolo –, tra le quali la più corposa è quella centrale, mentre l’ultima è la più breve.
La prima sezione di Unità di risveglio si intitola Sintomi (Una premonizione). In 26 testi ciascuno di quattro versi – la regolarità metrica e il ricorso alla forma breve propri di quest’unica sezione le danno un particolare rilievo – vengono scanditi i segnali che preludono all’evento traumatico al centro del libro, l’incidente che porta alla Terra di nessuno di un lungo coma, con il successivo lento e graduale risveglio, l’Itaca del ritorno alla vita, e a una faticosa, precaria nuova dimensione in cui «ogni cosa costa molto più di prima» (p. 106).

Ciò che mi interessa qui evidenziare è come il carattere di “sintomo” e “premonizione”, anticipazione e presagio, si applichi non soltanto alla prima sezione di Unità di risveglio rispetto alle due sezioni successive della stessa raccolta, ma anche all’intero primo libro, Il sistema limbico, rispetto a quello successivo.
Un primo dato macroscopico in questo senso: nella sezione centrale di Unità di risveglio tre poesie consecutive (pp. 42, 43, 44) vengono riprese, virgolettate, dalla sezione centrale del Sistema limbico (pp. 38, 39, 42).
Anche il testo conclusivo del secondo libro, su cui torneremo più avanti, viene ripreso dal primo: non virgolettato, in quanto risulta in parte riscritto.
Ma soprattutto: nel Sistema limbico i presagi di un evento “che non ha nome” – e che a posteriori è impossibile non leggere come quello al centro di Unità di risveglio – sono fittissimi, continui e pervasivi. Ne tento qui una campionatura incompleta e solo esemplificativa, eppure impressionante nella sua progressione-ossessione: nel rendere tangibile un senso vischioso e insinuante di resa del corpo e della mente, di ogni forza vitale: circolano nel libro un senso fatalistico e irresistibile di imminenza e ineluttabile cedimento, un’attesa febbrile e sensitiva, un’oscura, mortale attrazione verso «ciò che arriva», risale dall’interno, risucchia e soffoca.
«Dal ventre dell’impotenza / che mi sta digerendo» (p. 21); «pezzi di corpo scomposto, arreso / alla necessità» (p. 23); «Così sanguina la carne / della mente, e non solo» (p. 24); «Un’ansia vischiosa strappa / il cuore verso il basso / tronca la sinusoide dei pensieri / attenta al respiro» (p. 25); «senza coscienza / e morente – emorragia cerebrale», «Un rosso allagamento di pensieri… / … promette lutti» (p. 30); «Il silenzio pullula di voci / premono sulle membrane / scoppieranno come piccole bolle / disegneranno di ischemie / la polpa del cervello» (p. 38); «Ciò che arriva non ha nome / è un ronzio di confusione / disabitata, un presagio opaco» (p. 39); «(carne disarmata e immobile) // dal corpo ancora tiepido e vivo ma / slargato, già confuso alla terra» (p. 40); «depositarsi al fondo della vita» (p. 41); «Sprofondata in un torpore preletargico» (p. 42); «verso agguati più lontani, presagi / strani» (p. 47); «Uno stallo prelude al precipizio», «nell’istante che precede la caduta» (p. 61).

Eppure già nella prima sezione del Sistema limbico (nei testi compresi fra le pp. 30 e 34, due dei quali sono forniti di titolo: A rush of blood to the head e Agnizione) si avverte come il male che avanza, l’evento centrale rappresentato con tratti corporei, di malattia, sia anche e insieme, o soprattutto, il rapporto con l’altro: un tu maschile, che nella prefigurazione di un sogno appare «senza coscienza e morente» e che l’io lirico femminile giunge a definire «metastasi illividita nascosta / nei recessi del corpo», invano cercando rispetto a esso «un gesto definitivo, il coraggio / della cesura, del rifiuto». Procedendo nella lettura si coglie la sostanza di una relazione in cui «Parliamo una lingua morta / un inerte paradiso d’intenti / soffice e voluttuoso come un’infezione / annidata in fondo alla trachea» (p. 46) e il cui senso sta «nel non sapersi vivi al di fuori di questo patire» (p. 67).
Il coraggio «mai trovato» di rescindere questo rapporto malato agisce nel tempo forse sotto altre forme, finché – nel penultimo, durissimo e catartico testo della raccolta, Burning is learning (p. 73) – la relazione vissuta si è trasformata in un «cadavere che brucia in riva al fiume», «E se son io quella che impara tra le fiamme, / ricorda: questo cadavere / sei tu».
La poesia è dunque un modo per essere e rimanere presenti a se stessi in condizioni di particolare difficoltà e sofferenza, e un continuo inabissamento dell’io in se stesso: il punto di vista è tutto interno, interiore, con complessa vastità: «Within me latitude widens, longitude lengthens» (SL, p. 11). Un polo positivo, vitale, in questa fase è intravisto più che altro come ipotesi e flebile domanda: «Vive sbiadita… / … / amministra il suo tempo adulto / cucendone i lembi / chiedendosi se ancora si leverà / un vento capace di farne vela» (SL, p. 43).

In altri termini, il male fa parte dell’esistenza già ben prima dell’incidente e del coma che sopraggiungeranno, e non è tanto o soltanto un male fisico: è lo strisciante “male di vivere” che tutti ci accomuna. Benché l’autrice fornisca dati precisi – il diario e la testimonianza di una malattia: tracheotomia, tubi, cannule… strumenti e pratiche mediche vengono tutti all’occorrenza nominati – pure, a chi legga i suoi due libri nel loro insieme e vi riconosca un sistema di forme e costanti espressive, il terribile evento fisico che la colpisce risulta compiere un destino necessario: insieme esistenziale biografico espressivo.
Tutti siamo più o meno affetti da malattie, tutti siamo di continuo esposti al racconto e al riverbero delle malattie altrui, e il peso e la pena, la noia e l’informe opacità dell’argomento ci opprimono ogni volta allo stesso modo. Qui invece – nonostante le apparenze e il vissuto stesso dell’autrice, e nonostante la lettura di Unità di risveglio possa essere senza dubbio consigliata a chi attraversi o abbia attraversato un vissuto analogo – il punto non è la malattia in sé, e tanto meno una specifica malattia. Come sempre, ciò che convince e avvince nella (grande, autentica) poesia è la capacità di creare un sistema, di stabilire, all’interno del più vasto e variegato mondo, un altro mondo del tutto coerente e necessario. Sono la legge e la misura interne, la determinazione realizzata di calare l’inafferrabile ispirazione in certe precise forme, forme che prima della poesia in questione non esistevano. Non il soggetto, l’argomento: che è paradossalmente indifferente, o meglio libero e autodeterminato – stabilito ab origine come un DNA, una costante di sviluppo e progressione, espansione propria.

Unità di risveglio è un libro che richiede, come del resto sempre la poesia, pazienza, il tempo per entrarci: va letto tutto da dentro, facendo l’esperienza che esso è. Altrimenti certi passaggi possono risultare prosastici e certe dichiarazioni (per esempio Manifesto e Noialtri, pp. 76-77) eccessivamente volontaristiche e retoriche, e allo stesso modo, da un punto di vista ritmico, il frequente ricorso alla rima baciata può in prima battuta suonare stonato e fastidioso, troppo facile (si veda per esempio l’effetto martellante del primo testo di Itaca, «Questo treno viaggia al ritmo del mio cuore», p. 89). Man mano però che si procede nella lettura e si accorda l’orecchio, la dizione narrativa e oggettiva si stacca dal dato reale che pure saldamente enuncia, lo trascende diventando altro, una voce forte, impersonale e disincarnata nel proprio fare costante riferimento al vissuto del corpo: un corpo dolente e in mille modi minorato.
“Unità di risveglio” è un’espressione ospedaliera (indica i reparti riservati ai pazienti in coma in attesa di “risveglio”), e il titolo e insieme l’argomento del libro non possono non evocare lo straordinario Risvegli (Awakenings) di Oliver Sacks, racconto del drammatico nonché precario ritorno alla consapevolezza, dopo quasi mezzo secolo di encefalite letargica, di un gruppo di pazienti seguiti dal neurologo e scrittore Sacks.
Sacks, ebreo nato a Londra, dopo la laurea lavorò e visse perlopiù a New York, e anche Giovanna Rosadini è ebrea (Il numero completo dei giorni segue la falsariga di una lettura moderna ed “esperienziale” della Torah durata un anno), la lingua inglese entra con naturalezza nei titoli e negli esergo dei suoi versi, e tra i luoghi tipici della sua poesia vi è New York.
Insieme a New York, in una triangolazione biografica e urbana ben delineata, stanno Genova, che rappresenta l’infanzia e le origini («percorro questa città che mi riverbera / fra le mani e restituisce figure / di un passato mai finito», SL, p. 33), e Milano, luogo del presente e di una difficile appartenenza («Riusciremo ad amare questa periferia / … / … Potremo / sentirci parte di ciò che non riconosciamo», SL, p. 64). A unire i diversi punti della mappa sono voli aerei, treni, autostrade: il tema del viaggio è presente in varie liriche e si lega a quello fondamentale del ritorno, su cui torneremo.

Propongo a questo punto un testo rappresentativo dei temi e dello stile dell’autrice, e particolarmente convincente nella musicalità ossessiva e allarmata, aperta sul mondo e i suoi molteplici segnali con la sottile ansia di cui si è detto.

Una ressa di falene intasa l’esofago
mentre arrivo all’appuntamento
impigliate in un buio remoto
cercano un varco per la luce

fronde già estive scoscendono il marciapiede
Central Park West
nel raro dei passanti chiusi nei loro profili
assorti sull’eco del traffico incrociato

da un punto interno all’ombelico
ramifica una mappa elettrica di vibrazioni
salda potenza che flette il selciato
e fende un tepore olfattivo presago.

Tratta dalla prima sezione del Sistema limbico (p. 16), la lirica presenta, in sequenza: l’oscura sensazione di soffocamento e sintomi corporei, che si manifesta nell’imminenza di un incontro amoroso («mentre arrivo all’appuntamento»); quindi lo scenario della grande città, New York, percepita come unione di elementi naturali («fronde già estive»), artificiali (marciapiedi, traffico, selciato) e umani (il «raro dei passanti chiusi nei loro profili / assorti»); infine l’energia vitale-sessuale, che appare qui come la pulsione positiva, di contro alla forza negativa incarnata dalla «ressa di falene» – eppure le falene non sono un elemento esterno ed estraneo, ma una parte sofferente del soggetto stesso, e «impigliate in un buio remoto / cercano un varco per la luce».
Nella complessità sensoriale di una poesia come questa l’olfatto – che ha sede nelle aree cerebrali denominate sistema limbico – assume particolare rilievo (cfr. «mentre l’olfatto solidifica ricordi», SL, p. 18, e i gerani invernali e notturni che rimangono «presenti al mondo» attraverso una «labile traccia olfattiva», SL, p. 35).
La rima tra primo e ultimo verso collega ed evidenzia le due parole chiave del testo: esofago e presago, con la loro sonorità ostica e allarmante. Esofago: la puntualità di una sintomatologia, l’onomatopea, il punto esatto del corpo in cui il male si insinua ed è più minaccioso. Presago: la parte mentale e interiore del medesimo processo.
La sonorità onomatopeica e sottile di f e s presente nell’iniziale esofago riecheggia nei versi successivi, sottolineandone gli snodi: falene esofago fronde profili traffico ramifica flette fende olfattivo; ressa intasa esofago estive scoscendono West passanti chiusi assorti sull’eco salda selciato presago.
La lirica trova, per esempio, significativi richiami lessicali nella lunga sequenza onirica di Natura morta (UdR, pp. 40-41), dove «intasano il torace» e «… Col peso / che mi preme addosso / da ogni lato cerco una via» corrispondono a «intasa l’esofago» e «impigliate in un buio remoto / cercano un varco per la luce». Si noti qui che l’espressione pittorica “natura morta” viene usata in modo straniante: nell’inabissamento «nel liquido rovescio del giorno», tra «luci sottomarine», morta prevale su natura, che si può intendere anche – parte per il tutto, principio generativo e unificante – come il sesso. A suggerirlo è la prima lirica del medesimo libro (p. 5):

Il mio sesso è una pietra scura
affondata nella terra del corpo

pesa negli occhi come un magnete –
le orecchie ne misurano il silenzio.

I versi di Natura morta – che nel sottotitolo recita Sogno, sasso, abisso e in incipit «Affondo insieme al sasso» – alludono certo all’equivalenza e quasi omofonia sesso-sasso (sesso/pietra/peso/silenzio), stabilita in apertura di volume con la perentoria sinteticità di una legge e oniricamente ampliata dunque così: sesso-sasso-abisso.

A margine, o forse non così a margine, segnalo inoltre due echi che si possono cogliere sempre in Unità di risveglio, attraverso spie linguistiche minime ma per il lettore di poesia italiana del Novecento piuttosto evidenti e irresistibili: anche perché i due autori rintracciati in filigrana sono tra quelli esplicitamente dichiarati dall’autrice come fondamentali per il proprio canone[1].
Il Montale della Bufera, «La bufera che sgronda sulle foglie», il celebre incipit del testo iniziale ed eponimo della raccolta montaliana degli anni della guerra, viene richiamato nell’incipit di una breve lirica intitolata al capodanno ebraico, Rosh Ha-Shanà, che riporto per intero: «Lo sgrondo del temporale segna i vetri / infrange il buio rimescolato dal vento – / improvviso quanto la fine che segna / l’irrompere di questo nuovo inizio» (UdR, p. 90).
E il Sereni di un incipit altrettanto famoso e anch’esso bellico, di poco posteriore alla Bufera: «Non sa più nulla, è alto sulle ali / il primo caduto bocconi sulla spiaggia normanna». Un incipit che sembra sovrapporsi al titolo Passa la morte. Vola alta (UdR, p. 39), considerando anche il simbolico e salvifico scambio d’identità e di ruoli, di morte e vita presente in entrambe le poesie. In Diario d’Algeria fra il poeta, l’ufficiale Sereni che si dichiara morto e il caduto alleato cui viene chiesto di pregare al posto del vivo; in Unità di risveglio fra la poetessa – non morta e però caduta «per terra», «essere ormai quasi decerebrato /… sul pavimento» – e l’amato fratello che provvidenzialmente presta «occhi» e «cuore per farmi rimanere».

Quella di Giovanna Rosadini è dunque una poesia matura, colta e si vorrebbe dire internazionale, poco italiana forse. La sua prima raccolta, Il sistema limbico, è uscita nel 2008, quando l’autrice – nata nel 1963 – aveva 45 anni ed era stata editor per la poesia da Einaudi lavorando con Raboni, Alda Merini, Gabriele Frasca e molti altri. In altri termini, leggendo i suoi versi si scampa il rischio dilagante dell’ingenuità e dello spontaneismo, dell’effusione scomposta e generica, e la cosiddetta vitalità selvaggia e l’eccesso possono essere espressi non in prima persona: vengono se mai filtrati e riconosciuti nell’altro, specificamente nella figlia bambina: «la sorpresa nello specchio», «Piccolo coccodrillo famelico / riassumi la crudeltà che mi nego» (SL, p. 50).

Bianca

I never thought
I would become the mother, the other

Mi sei cresciuta dentro
come un ritorno, la sorpresa
nello specchio, una fame di secoli
che spalanca la gola. Nel rovescio
di ciò che sono stata misuro i tuoi sorrisi,
intreccio il biondo dei capelli, lucido
le pupille. Piccolo coccodrillo famelico
riassumi la crudeltà che mi nego,
esilio dal sentire e dai modi,
ho bandito dal catalogo interiore.
Puro istinto nel profondo degli occhi
dilaghi l’azzurro come un imperativo
dovuto, il campo magnetico
cui non ci si può sottrarre.
Ammutolita nel riconoscimento,
riemergo nel tuo sguardo
a un altro sguardo, all’occulto
sottinteso che ti ha generata.

Bianca è forse la più luminosa e toccante fra le liriche che compongono le due raccolte di cui ci stiamo occupando: per la ricchezza con cui tesse le immagini speculari che dalla figlia rimandano alla madre e viceversa (lo specchio è anche fonico: mother-other recita l’esergo iniziale che sembrerebbe, ma non è, tratto da The Double Image di Anne Sexton, componimento tragico che in chiusura recita «I made you to find me»: «Ti ho fatta per trovarmi»); per la dinamica di sguardi da cui emerge un’identità condivisa, sovrapersonale; e per come quest’ultima rimanda infine «a un altro sguardo, all’occulto / sottinteso che ti ha generata».
L’Occulto Sottinteso mi pare uno dei più convincenti e potenti nomi di Dio che si possano incontrare, e l’identità si pone dunque sempre come una conquista: una riappropriazione, un riconoscimento e autoriconoscimento che per darsi ha bisogno dell’altro. La figlia in questo caso. Ma l’altro può essere presente anche solo come ricordo: è il caso della nonna che dopo il coma viene rivista nella propria immagine allo specchio (UdR, p. 37). E a volte come specchio può bastare il retrovisore, lungo l’autostrada, per momenti di risveglio, rinascita, certe minime e vitali epifanie interiori che ciascuno sperimenta: «ancora una volta / riaffioro a me stessa, nello stupore / rinnovato a ogni conferma. Sul calco / delle labbra si schiude il sorriso, pupille / si girano a osservarmi – ed è il tuo profilo, figlio / quello che in un guizzo d’occhi si separa» (SL, p. 49).

«Mi sei cresciuta dentro / come un ritorno». Nell’incipit di Bianca il tema del ritorno-ritrovamento è declinato nella sua forma più limpida e si direbbe definitiva. Più in generale, il viaggio di ritorno muove sempre da una realtà/esistenza presente precaria e incompleta, minacciata da distruzione, perdita o non consapevolezza, da falsità, rimozioni e divieti («riassumi la crudeltà che mi nego» e i versi seguenti). Anche la scrittura stessa, la poesia sono un ritorno e la riappropriazione di un rimosso: la dedica finale del Sistema limbico recita «A chi mi ha permesso / di ritrovare / ogni sepolto furore» (il riferimento è all’analisi junghiana che ha portato alla stesura del libro[2]). Il tema del ritorno salda e riconferma l’unità e circolarità dei primi due libri di Giovanna Rosadini: apre Il sistema limbico, con un esergo tratto da Cummings – «your homecoming will be my homecoming» – e vi ricorre per esempio, dichiaratamente, con In viaggio: home again (p. 55); conclude Unità di risveglio, con la sezione intitolata Itaca, a sua volta conclusa da una riscrittura della lirica appena menzionata, che nella nuova versione si intitola semplicemente Home again (p. 108).
Non si ritorna mai da soli, il viaggio deve essere condiviso, e anche la meta, la casa, l’isola natia deve essere ancora e sempre e di nuovo abitata da quelli che sono parte di noi.
Uno dei pochissimi ebrei che abbia mai avuto l’occasione di conoscere, un uomo giunto a farsi una famiglia solo in età piuttosto avanzata, anni fa mi disse: a lungo ho cercato le mie radici nella frequentazione della sinagoga, nella religione. Oggi so che le mie radici sono i miei figli.
Queste parole – che concludevano il racconto della sua vita, di cui ho poi dimenticato tutto o quasi – mi colpirono molto e mi si ripresentano qui: la stessa scoperta e la stessa verità, lo stesso “ritorno” della poesia di Giovanna Rosadini.
E dalle radici vengono infine le fioriture: le Fioriture capovolte che attendiamo ora di leggere.

fine aprile-2 maggio 2018
Pubblicato in La poesia e lo spirito

Carissima Giovanna,
sono commossa dalla sua lettura e analisi, così approfondita, pertinente e lusinghiera. Mi sono ritrovata in tutto quello che ha scritto, e mi ha dato degli spunti di riflessione sulla mia stessa poesia: se, da un lato, sono sentimentalmente legata al Sistema limbico, che è stato il libro con cui mi sono finalmente, e tardivamente, legittimata la scrittura, dall’altro me ne sono poi vergognata un po’, trovandolo troppo scoperto ed effusivo… questa sua lettura me lo riabilita ai miei stessi occhi, come un elemento coerente (quale in effetti è) della mia poetica. Sia Il sistema limbico che Unità di risveglio sono due libri sulla rinascita (emotivo-sensoriale il primo; una rinascita tout-court il secondo) e sul ritorno alla propria verità interiore. Poi, così giusti i richiami ai miei autori di riferimento! Anne Sexton compresa (e con lei le poetesse americane contemporanee che amo moltissimo, come Sharon Olds e Adrienne Rich).
Insomma, grazie di cuore per avermi letta così bene, trovare un lettore vero e appassionato (e, nel suo caso, competente) è sempre, per me, un grandissimo regalo e una vera gioia.

Con riconoscenza e stima
Giovanna Rosadini

[1] «Montale […] è il poeta del secolo passato con cui trovo più corrispondenza, pur avendo amato l’asciutta sobrietà di Sereni», da un’intervista rilasciata a Pasquale Di Pelmo, nella rivista online Succede oggi, www.succedeoggi.it/2016/12/tenebra-come-dono/

[2] L’autrice ne parla in un’intervista: http//www.pangea.news/giovanna-rosadini-nonostante-la-poesia-vende-soprattutto-non-possiamo-farne-meno/

 

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