Il funambolo Ferrara

Funambolo_cover

Giuseppe Ferrara è uno straordinario personaggio che, per prima cosa, dall’originaria, lucana Potenza è andato ad abitare nella città iscritta nel proprio nome, manifestando così – involontariamente e casualmente, direbbe magari lui – un senso delle leggi verbali non comune.
È ricercatore scientifico nel campo della fisica e poeta che si esprime in svariati registri. Cura il blog Il Post delle Fragole (thestrawberrypost.blogspot.com/). Che le leggi del verbo e della poesia reggano il cosmo insieme a quelle, oggi ben più accreditate, della fisica e della scienza, è suo profondo convincimento. Il verbo lo intende sia con la maiuscola (in una forte radice cristiana aperta alle sapienze orientali), sia con la minuscola del suono, la rima, le sperimentazioni e i giochi fra le parole.
Presento qui una scelta di versi tratti dal suo libro più recente, Appunti di viaggio di un funambolo muto (ed. Tracce, 2015), e a seguire un’Intervista immaginaria inedita. (GM)

*

da APPUNTI DI VIAGGIO DI UN FUNAMBOLO MUTO

co-nascere

poco prima di nascere ho visto
l’universo per l’ultima volta
sapevo dove erano riposti i colori
e come nascevano le stelle
prima di spuntare
parlavo con la vita
ignara di se stessa
e della sua creazione
[…]
d’improvviso conascerò
universo
e sarà la prima volta
che mi vedrò

[Conascere è conoscere, secondo una delle dottrine buddhiste più antiche (la Theravada).]

*

Al nord di tutto

A nord di me stesso
scuro come una cometa
orbito in attesa della prossima
discesa verso il sole
per sfiorare una volta
ancora la vita sulla terra
e nel viaggio lasciarmi
riprendere in una di quelle pose
solari nel sud dell’anima
tutto cielo e senza orizzonti.

*

Terra lucana

Cosa mi manca di questa terra, dici?
Il cielo, il cielo più profondo delle radici
di ulivi verdeargentati, il cielo
più intricato dei pini loricati. Mi manca
questo spazio tondo, questa fuga
da ogni orizzonte che mi ricorda
il fondo di una geologia che ha trafitto
il cielo di rocce, la cima di un’astronomia
che ha estratto stelle dalle grotte.

*

Ciò che mi assale dentro


Lo porto scritto in faccia

ciò che mi assale dentro.
Cosa ci posso fare, anch’io
Albino, cosa ci posso fare?
Sono uscito dalle stanze
in cui il cielo respirava
e ora questa città
mi sbatte in faccia le sue mura
e non trovo una via d’uscita
neanche per entrare.
Mi invadono nebbia e silenzio
senza trovare alcuna resistenza.
M’intimorisco quasi se giro tutto intorno,
gli sguardi e le parole mi prendono a pietrate
e quando si fa giorno è un’altra volta inverno.
Cosa devo fare, che cosa devo fare?
Comincia a mancare la nota
a questo cuore risuonato
che pesa ormai più della terra
più della maschera che indosso
o della persona che mi traveste.
Tutto è accaduto senza che accadesse nulla
perché la verità non era in quelle stanze
né chiusa dentro o fuori queste mura.
Lo porto scritto in faccia
ciò che mi assale dentro
perché tutto emerge su se stesso
e tutto s’accresce come un frattale.

Qui il cielo si consuma di silenzio e nebbia,
come gli sguardi.
Così respiro e rabbia.

[Il primo verso, in corsivo, è del poeta lucano Albino Pierro.]


*


Il giardiniere

Sono stato a potare versi tutto il giorno
sfidando intemperie di torti e rimpianti.
Sono solo un giardiniere dilettante e
così distante dal bricoleur peggiore.
Non spunterà alcuna ikea da questo orto
nè riuscirò a montare in casa un’azalea,
non sazierò di ceppi alcun camino
nè addrizzerò quel maledetto muro
storto.
Mi basterà innestare qualche parola
nella stagione giusta come quella
che non vivrò più in casa o nel giardino
solo una parola che negli inverni privi
di ceppi, di notti fredde e crocefisse
tu potrai usare come s’usa la luna
o il profumo di castagna e mandarino.

*

Sfumatura alta

Non sopporto niente e nessuno
meno che meno
me
che sono
un carpe diem quotidiano
insopportabile nell’istante che anela
alla luce come fa la falena,
nel punto che attira il raggio al fuoco.
Non sopporto la persistenza dell’io
che si ritrae soggetto dietro all’oggetto.

Tenevo a quell’occhiata allo specchietto
che il barbiere avvicinava alla mia nuca
per apprezzare l’altezza della sfumatura.

*

A mia figlia domani

Il ricordo più bello
che conservo
è l’immagine di te
anziana su questa
spiaggia
mentre rievochi
l’immagine che di
me avrai sfocata
quando ti accompagnavo
ai primi tuffi
a quelle bracciate
che ti avrebbero portata
ad acque altissime
e troppo profonde
per quello che eri allora
facili per quello che
sei diventata.
Così difficili per me ora.

Magari rivedrai
in quella piccola
bambina
quello che siamo
stati e che saremo

tutti
ciottoli
che
vanno
e
vengono

smussati

e tra le braccia
di quella mamma
lo stesso telo
colorato che ti asciugò
lacrime e mare
e il sale che resta
sulla pelle
sempre.

*

E dopo che ti sei fatta terra

a mia madre

E dopo che ti sei fatta terra

Le parole che mi piantavi in testa
da bambino mentre mi vestivi
per la scuola o per la festa
si sono fatte erba e fieno.

E dopo che sei tornata acqua

Le lacrime che hai versato nei miei occhi
quando mi accudivi e mi mettevi
in guardia dalle gioie e dai dolori
si sono fatte rugiada e brine.

E dopo essere riemersa luce

I sogni che hai sognato nei miei sogni
senza riflessi e ombre si sono fatti
passi sicuri per quei pendii affannosi
e calmi orizzonti per i riposi.

*

Cosa abbiamo fatto
se non ripetere l’amore
come fosse una poesia
a memoria
che nessuno ha scritto
e tutti hanno imparato!
[…]
Tu sei venuta
a prendere il sole
sulla mia bocca
e la luna ci ha lasciati
nudi per un’altra notte.

*

Sul monte S. Biagio

Da quassù avverto
la profondità della costa.
Anche nella cecità del tramonto
o di un accennato chiarore d’alba
prevedo la stessa disposizione
di scogli, isole e approdi
orditi che si lasciano infilare
da trame di maree lucenti.
E il miracolo invisibile si ripete
per ogni filo e segno
tra un passaggio e l’altro
piano emerge il disegno.
E quanto più il mio passo
pende verso un silenzioso vuoto
tanto più il filo dolcemente vibra-
e tiene –

*

INTERVISTA IMMAGINARIA


Intervistatore – Allora hai mantenuto la promessa e mi hai concesso di sbirciare tra le pagine più vecchie della tua produzione poetica…

Giuseppe Ferrara – Sì, mi piaceva l’idea di passarti una certa coerenza di questa mia attività.

I – Cosa intendi dire?

GF – Che non sono vittima dell’estemporaneità e della tirannia del mordi e fuggi o delle frasi ad effetto… Sono dell’idea che proprio perché invia lo stesso segnale coerente, il poeta è poeta. Quindi quello che diceva Joyce a proposito della vita e dell’eco (NdR Se non ti piace quello che la vita ti manda indietro, cambia il messaggio che invii) è vero ma nel senso opposto: solo inviando lo stesso segnale il poeta registra il cambiamento della realtà che lo circonda. Coerenza quindi, come quella di una… pulsar.

I – Vedo quindi che al di là della tua professione di fisico dai molta importanza a quest’altra attività. Tu pensi quindi che la poesia avrà più spazio in futuro. Sai, noi italiani non siamo un popolo che ama leggere e meno che meno leggere poesia.

GF – Mah, proprio perché faccio un tipo di attività legata alla sfera tecnico-scientifica e quindi alla conoscenza analitica, credo fortemente che si abbia bisogno di poesia perché l’attività poetica, intesa come scrittura e lettura, contiene in sé una caratteristica unica: quella di racchiudere i tre modi che l’essere umano possiede per comprendere la realtà che lo… comprende.

I – Tre modi? Quali?

GF – Ah, ne parla ripetutamente Iosip Brodskij: «Le modalità cognitive dell’uomo sono quella analitica, quella intuitiva e quella profetica legata alla rivelazione. Ora soltanto la poesia le riesce ad unificare: questo è il motivo del suo primato. Esiste forse un’altra forma espressiva che ci parli della sensibilità umana in modo così intenso, concentrato, economico e musicale?».

I – Sì, anch’io penso che la poesia abbia questa caratteristica, ma anche la fisica, la scienza in generale non scherza, o sbaglio?

GF – Guarda, io ho studiato con curiosità e soddisfazione fisica e ho avuto la fortuna di esercitare attraverso il metodo galileiano le cose che ho imparato; con questo sono arrivato ad una conclusione ovviamente personale e assolutamente non definitiva: la scienza ha modificato la nostra percezione delle cose tanto da annullare lo scorrere del tempo e la persistenza di un’origine e tanto da trasformare cose Piccole in grandi e cose Grandi in piccole (e le maiuscole non son un caso).

I – Hai ragione!  Comunque sia, siamo nuovamente qui a parlare di poesia e della tua ultima raccolta Appunti di viaggio di un funambolo muto, edita da Tracce. Cosa vuoi dirci in proposito.

GF – Guarda, innanzitutto il numero di poesie è distribuito nel seguente modo: 22 nella sezione Il Cielo, 33 nella seconda sezione Il Filo, 44 nella terza Il Bilanciere e 55 haikù dell’Appendice Le orme dei passi. I numeri sono importanti perché sono proprio numeri da… funambolo. Comunque al di là di questo criterio numerico la scelta delle poesie cerca di soddisfare la lezione di Fortini.

I – Ah sì, leggo su Wikipedia (solo per velocizzare la cosa, sia ben chiaro): «22 è il numero dell’onestà e sincerità…» e giustamente un funambolo non può barare; continuo «… pur se il soggetto avrà la tendenza a vivere sulle nuvole non dimentica la quotidianità, la terra».

GF – Sì. Ecco perché gli Appunti cominciano con il grido del marinaio della Pinta: «Terra! Terra!», e finiscono con lo stesso grido di un astronauta della Stazione Spaziale Internazionale. C’è molta voglia di Terra in questa raccolta e chi meglio di un funambolo potrebbe rappresentare questo desiderio di tornare sano e salvo con i piedi per terra?

I – Il 33, invece, leggo, è il numero del sacrificio e dei mistici: «… chi lo “possiede” è profondo nei suoi sentimenti, condivide le altrui sofferenze, fino a farle proprie».  Il 44 poi che è legato al numero di poesie della terza sezione, Il Bilanciere, ha a che fare evidentemente con l’equilibrio e quindi la Giustizia…

GF – Effettivamente chi porta il 44 può aspirare a diventare il portavoce dei bisogni, delle pari opportunità e insomma delle aspirazione degli altri. E non cerca, forse inconsapevolmente, di fare proprio questo il poeta?

I – Già. E infine arriviamo al 55: «chi possiede o è posseduto da questo numero trova nella sua attività cosciente, serenità, stabilità e forza di volontà»…

GF – Sì, sono le caratteristiche che appartengono alla poesia haikù orientale. Non mi pare il caso di dilungarci molto su questo ma in effetti il componimento dei tre versi da 5, 7 e 5 sillabe rispettivamente aspira al raggiungimento di questo equilibro tra dentro e fuori, tra anima e corpo, tra Uomo (inteso nella sua interezza) e Natura.

I – Hai accennato alla lezione di Fortini. Potresti essere più preciso. Pardon più chiaro… lo so che tieni più alla chiarezza che alla precisione.

GF – Giusto.  Cerco di sintetizzare: Fortini diceva che così come è impossibile ed impensabile abbandonare la poesia (in quanto attività antropologica come la matematica) altrettanto è impossibile ed impensabile separare le condizioni della scrittura da un sano principio di realtà. La poesia quindi è sempre qualcosa di… “terra terra”, nel senso che parte dalla e ci aiuta a tornare saldamente sulla Terra.

I – E quindi, se ben ricordo anch’io la lezione di Fortini, non è possibile trasmettere interpretazioni e informazioni qualora questa separazione dovesse prodursi.

GF – Esatto. Cioè c’è sempre una parentela e di alto grado tra i contratti sindacali o, per essere più attuali, il Job Acts e il modo di intendere una poesia di Zanzotto, Loi o Magrelli. Se vogliamo estremizzare potremmo appropriarci di un’affermazione ad effetto che ha fatto Franzen su questo benedetto principio di realtà.

I – E cioè…

F- Se 2+2 fa quattro e continua a fare 4; se siamo arrivati sulla Luna; se abbiamo inventato cose che non esistevano in Natura è perché Posidippo ha scritto i suoi epigrammi, Petrarca il Canzoniere, Shakespeare La tempesta e Basho Lo stretto sentiero per Oku.

I – Quindi la lezione qual è?

GF- In poesia come ben sai non esistono lezioni… Quello che posso dire è che trascurare le “strofe” a favore solo ed esclusivamente delle “algebre” non è il modo migliore per affrontare il futuro, a cominciare dalle sfide ambientali, climatiche e sociali fino ai nuovi viaggi spaziali e alla colonizzazione del sistema solare.

I – Mi sembra una dichiarazione forte, oggi che tutto viaggia sul web e nella scuola si dà sempre meno spazio alla letteratura, alle lingue cosiddette morte e in generale alla cultura umanistica.

GF – Hai ragione e proprio per questo mi piacerebbe finire questa nostra bella chiacchierata dicendo in modo paradossale che se vogliamo tentare (ancora) un’Unione europea o, addirittura, andare su Marte non possiamo farlo solo scaricando un’app per compilare dei moduli o testare un simulatore, ma anche vedendo/osservando/guardando dove tramonta il Sole. E magari provare ancora emozione per questo.

Pubblicato in La poesia e lo spirito

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