Guido Ceronetti, 1927-2018

Ceronetti_Ti saluto

Solo stamattina ho saputo che due giorni fa – il 13 settembre – è morto Guido Ceronetti, “filosofo ignoto”, traduttore di Giobbe e di Isaia, dei Salmi e del Cantico dei Cantici, scrittore (vertiginoso-divagante, onnisciente-onnivoro), poeta (aspro e diseguale), aforista (ineguagliabile), stilista e stilita, polemista, giornalista, marionettista, uomo di teatro, vegetariano, apocalittico amico di Cioran, innamorato delle donne (purché non indossino pantaloni), profeta in pectore e molto altro ancora.

Era nato a Torino (Andezeno) 91 anni fa, e vi sarà sepolto domani, domenica.
Per puro, rarissimo caso ho trascorso il pomeriggio di oggi proprio nella sua città natale. Passando davanti alle vetrine di un paio di librerie del centro inutilmente ho cercato con lo sguardo i suoi libri, che avrei pensato di veder collocati al posto d’onore, come omaggio. In compenso in Piazza Castello mi sono trovata, per la prima volta nella vita, presa nel mezzo di una variopinta e salmodiante festa Hare Krishna: il Festival dei Carri, in sanscrito Ratha Yatra. Non ho potuto non sentire la cosa come un suo segno – ispirato e beffardo, imprevisto e cangiante quanto si conviene all’inafferrabile personaggio.

Di seguito, alcuni aforismi – o pensieri, frammenti – tratti da uno dei suoi ultimi libri: L’occhio del barbagianni, Biblioteca Minima Adelphi, 2014, 60 pp. L’aforisma n. 134 conclude il prezioso volumetto, e rappresenta una sorta di dedica: “… non disprezzare il piccolo dono di un amico”.

***

43. Le città che vediamo in sogno, e hanno i nomi noti di Torino, Roma, Mosca, New York, e però ci appaiono interamente altro, sono pure apparenze ingannevoli, oppure rivelatrici di qualcosa che quella tale polis è?

44. […] Penso Dio, dunque sono. Ogni tanto la mia casa è invasa, come quella di Jung dei Septem Sermones ad mortuos, dai morti che tornano da Gerusalemme, dai morti che tornano da Montségur, dai morti che tornano dai Lager e dal Gulag, o chissà, da Stonehenge… Non parlano dell’esistere di Dio, ma non sembrano esserne affatto lontani.

45. Il gallo al mattino canta le lodi di Dio, anche se Dio non le merita.

46. I barbagianni e gli altri uccelli notturni cantano le lodi di Dio, eppure mangiano vermi.

50. Il Dio rifiuta il nostro “confidare in lui”; tutt’al più accetta l’offerta della nostra disperazione. L’angoscia di Sein und Zeit, che non sa dove sbattere, ma è dell’Esserci e del mondo, è purtuttavia Casa di Dio.

53-54.  [Con Rembrandt…] non stai vedendo una pittura sita in un museo […] ma una rivelazione venuta ex alto della trascendenza dell’essere, dei mondi velati, della Luce che per te s’incarna. Tutto quel che Rembrandt ha compiuto è nel segno del Trascendente, la testimonianza che l’Io-sono-chi-è del Tetragramma mosaico resta, per chi non sia cieco, indubitabile. […] La luce di Rembrandt è là […] “non è mai esistita prima di lui […] sembra non posarsi sull’evidenza, ma emergere dalle profondità”. Rembrandt […] introduce una sua propria luce in un alberello solitario, in una scala a chiocciola, in un vecchio che dorme, e quella che riporta sulla tela è luce vista altrove, donata per essere donata, da lui solo.

89. Tutta la storia va iscritta nel simbolico, per poterne afferrare qualcosa.

119. Tantus labor non sit cassus. All’altare del Dio Ignoto offrendogli il TIR che contiene i libri che ho scritto e quelli – molti di più – da cui sono stato amato.

133. La Morte riceve 24 ore su 24, ma solo su appuntamento. (L’ora ci viene assegnata nascendo).

134. … exiguum ne despice munus amici (Petrarca).

 

Torino_Hare Krishna_15.9.2018

(G.M., 15 settembre 2018. L’immagine: Torino, Piazza Castello)

Pubblicato in La poesia e lo spirito

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