Due poesie veneziane. Marco Da Ponte

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San Micél

Drio le bricole
solo un sandolo
va in là,
pian pian …

El fero de prua
verze la pele de l’aqua:
un tagio longo
che non vol più serarse.

El remo bate e scia,
come un cuor
straco:
el sona da morto.

In mezo al caligo
spunta
driti
i cipressi de San Micél.


Lungo le bricole
solo un sandolo
procede,
pian piano…

Il ferro di prua
apre la pelle dell’acqua:
un  lungo taglio
che non vuol più richiudersi.

Il remo batte l’acqua e scivola
come un cuore
stanco:
suona da morto.

In mezzo alla nebbia
spuntano
dritti
i cipressi di San Michele.

*

Campo dei Mori

Tuti i dì, co’ ti passi
ridendo davanti a mi
vorìa tocar la to man
e basarla.

Co’ ti ciacoli in bossolo
con le altre pute,
vorìa parlar anca mi
e farte ridar come lore:
ma la mia lingua non pol movarse
per farte sentir
el me sigo de amor …..

I to cavei ormai i svola via
zo dal ponte.
E mi? … Ah … corarte drio …!
Ma le me gambe de piera
me tien fermo qua
dentro ‘sto muro,
vecio moro,
a tegnir su con le me spale
la to’ casa.

JPG_Sior Rioba.jpg

Tutti i giorni, quando passi
ridendo davanti a me
vorrei toccare la tua mano
e baciarla.

Quando chiacchieri in crocchio
con le altre ragazze,
vorrei parlare anch’io
e farti ridere come loro:
ma la mia lingua non può muoversi
per farti sentire
il mio grido d’amore…

I tuoi capelli ormai volano via
oltre il ponte.
E io? … Ah … rincorrerti …!
Ma le mie gambe di pietra
mi tengono fermo qua
dentro questo muro,
vecchio “moro”,
a sostenere con le mie spalle
la tua casa.

*

Marco Da Ponte è nato nel 1954 a Venezia, dove vive. Sue sono anche le note che seguono.
Da parte mia faccio il nome di Biagio Marin: musicalità, rarefazione, presenza della morte e dei morti, “sigo de amor” – e una lama a tagliare l’acqua o il cielo (“No’ stâ tôme ‘sto sigo / d’amor che te ferisse / comò le stelle fisse / che a note fa un rivo. // Fin a l’ultimo fiào / ‘sto crío d’inamorào / lásselo verze el sielo / co’ l’ tagio d’un cortelo”: “Non togliermi questo grido / d’amore che ti ferisce / come le stelle fisse / che a notte fanno un fiume. // Fino all’ultimo fiato / questo grido d’innamorato / lascialo aprire il cielo / con il taglio d’un coltello”, da Lásseme cantâ, in La poesia è un dono, 1966).

*

San Micél
, maggio 1982-ottobre 1991. Classificata al Premio “Valter Tobagi”, Mestre 1998.
“San Micél” è l’isola fra Venezia e Murano in cui si trova il cimitero della città: vi sono piantati numerosi cipressi, alberi assai rari nel resto della città, proprio perché ricordano direttamente il cimitero.
“Bricole” sono i pali di legno conficcati nel fondale della laguna veneta che delimitano i canali in cui l’acqua è abbastanza profonda da poterci passare con le barche.
“Sandolo”: piccola barca a remi tipica della laguna di Venezia, barca da lavoro e da diporto, può essere condotta anche da un solo vogatore.
“El fero de prua”: l’unica parte in metallo delle barche venete, per il resto completamente in legno; corrisponde al “tagliamare”.
Il remo “bate” quando entra in acqua (il suono è un piccolo tonfo) e “scia” quando viene portato in avanti tenendolo immerso nell’acqua (il suono è un lieve fruscio): sono i due movimenti fondamentali della voga veneta, perché combinati insieme servono sia a imprimere moto alla barca sia a tenere la direzione.

JPG_Campo Mori.jpgCampo dei Mori
, 1989. Classificata al Concorso di poesia dialettale “Luigi Ghigi Ciacia”, Venezia 1989.
“Campo dei Mori” è un “campo” (piazzetta) che si trova a Venezia nel sestiere di Cannaregio. Il nome deriva da quattro statue dall’origine incerta e dall’aspetto moresco che si trovano inserite nei muri di una casa prospiciente il campo e di fronte al ponte che lo collega con una “calle” (strada). In particolare una delle quattro statue, molto nota, si trova all’angolo della casa con funzione di vera e propria cariatide e raffigura non un “moro” (come venivano chiamati i turchi a Venezia) bensì un uomo che porta sulle spalle una balla di merce sulla quale è incisa la parola “rioba” (roba). Di qui il nome che il popolo della zona ha dato a quella statua: “el sior Rioba”. Il volto del sior Rioba è rivolto verso il ponte e il suo profilo si staglia all’angolo del campo, facendone il punto di riferimento principale. (Se ne trovano foto e notizie anche nel web, dove peraltro si trovano leggende più o meno fantasiose al riguardo).
“Puta” nella lingua veneziana è termine desueto ed indicava la ragazza giovane (da marito); era privo di qualsiasi riferimento spregiativo e veniva usato anche in famiglia.

Immagini: Francesco Guardi, Laguna grigia (Gondole sulla laguna), 1765 ca., olio su tela, Milano, Museo Poldi Pezzoli
Caterina Piccini Da Ponte, Sior Rioba, 1998, xilografia; e Campo dei Mori, 1998, acquaforte, acquatinta

*

Pubblicato in La poesia e lo spirito

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