Ornithology 29. Attâr (ed Erodoto)

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O cuore mio! […] Ti ho fatto ascoltare la lingua degli uccelli e tutti i ragionamenti che essa ha suscitato.
O ignorante! Resta a te comprendere. Gli uccelli, quando volano nella loro gabbia prima della morte, sono nel numero degli amanti! Ciascuno di loro si è spiegato e annunciato differentemente, poiché ognuno ha una maniera particolare di esprimersi. Colui che ha compreso la logica di questi uccelli prima di arrivare davanti al Simorgh, ha trovato la pietra filosofale.

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Farîd ad-Dîn ‘ATTÂR, La lingua degli uccelli. Il classico della letteratura sufi
trad. di Paolo Imperio, presentazione di Angelo Iacovella
Edizioni Mediterranee, Roma, 2002

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«Sappiate che quando Simurgh, come un sole splendente, mostrò dietro un velo il suo volto, proiettò sulla terra ombre infinite che poi contemplò con il suo purissimo sguardo. Fece dono al mondo della sua stessa ombra, da cui sorsero incessantemente uccelli infiniti. I disparati volti degli uccelli nel mondo non sono che il volto del Simurgh…»

Finalmente il viaggio verso il Simurgh, così a lungo annunciato dall’upupa, prese inizio. Centomila uccelli viaggiarono per anni traversando valli e montagne, percorrendo gli spazi astrali, consumando gran parte della loro esistenza nella ricerca interminabile. Molti volatili annegarono in mare, molti furono uccisi dal terrore, molti perirono sulle cime delle alte montagne, molti ebbero le ali bruciate dal caldo del sole […]. Gli uccelli che avevano iniziato il viaggio riempivano il mondo con il frastuono colorato delle loro ali, e ora di tutta quella folla non restavano che trenta uccelli, invecchiati, affaticati ed abbattuti, col cuore spezzato, l’animo accasciato, senza più penne né ali, quasi senza corpo.
Un giorno i trenta uccelli arrivarono alla corte del Simurgh. Un araldo venne a riceverli, e aprì le porte del palazzo. Quindi sollevò settantamila veli, e in quell’istante la luce del sole rifulse su di loro. Gli uccelli si spogliarono di ogni aspetto terreno: le anime si annullarono completamente, i corpi arsero fino a ridursi a mucchietti di cenere. Un ignoto stupore rapì le loro menti, e tutto quanto in passato avevano vissuto o non vissuto venne rimosso dal cuore.  Finalmente i raggi del sole di Dio «vennero riflessi dallo specchio delle loro anime. Nell’immagine del volto del Simurgh contemplarono il mondo, e dal mondo videro emergere il volto del Simurgh. Osservando più attentamente si accorsero che i trenta uccelli altri non erano che Simurgh, e che Simurgh era i trenta uccelli: infatti, volgendo nuovamente lo sguardo verso Simurgh, videro i trenta uccelli, e guardando ancora sé stessi, rividero Lui. O meraviglia, questo era quello e quello era questo!»

Così nella raccolta di saggi Ritratti di donne (Rizzoli, 1992, pp. 69-77) Pietro Citati ripropone il poema persiano di Attâr intitolato Il verbo degli uccelli – o La lingua degli uccelli –, capolavoro della mistica islamica sufi datato all’anno 1177.
Il Dio uccello denominato Simurgh o Simorgh rimanda al mito della fenice:

Vi è anche un altro uccello sacro, chiamato fenice. Io non l’ho visto, se non dipinto. Appare infatti presso di loro raramente – ogni cinquecento anni, stando agli abitanti di Eliopoli: compare, dicono, quando muore suo padre. Se è come la dipingono, il suo aspetto e le sue dimensioni sono questi: le penne delle ali sono in parte color oro, in parte rosse; come forme e grandezza è assai simile all’aquila. Sostengono che compia questa straordinaria impresa (ma a mio parere si tratta di affermazioni inattendibili): partendo dall’Arabia trasporterebbe nel santuario di Elios, il Sole, il corpo del padre avvolto nella mirra, e nel santuario lo seppellirebbe. Il trasporto avverrebbe così: innanzi tutto foggia un uovo di mirra, grande quanto è in grado di portare, e prova a volare con questo carico. Compiuta la prova, svuota l’uovo per collocarvi il padre, poi con altra mirra ricopre il foro aperto nel guscio per introdurvi il padre (il quale, posto all’interno, ripristina il peso originario dell’uovo), e dopo averlo così interamente avvolto nell’unguento, lo trasporta in Egitto nel santuario di Elios. Questo è quanto farebbe, stando ai racconti, tale uccello.

Erodoto, Storie, II.73 (circa 450-430 a.C.)

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Immagine: gli uccelli guidati dall’upupa al cospetto del Simurgh, in una miniatura persiana

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Pubblicato in La poesia e lo spirito

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