Ornithology 39. Giudici

giudici-300-153

Il civettino

Non porta male una che sbatacchiando
le ali precipita in casa
dalla finestra di cucina un giorno,
alberi erano intorno, d’estate o di primavera.

Altre uhù con paura correndo le scale di sera
lugubri appunto, uhù reiterando, ne avevo
sentite al toccar la ringhiera
sul mancorrente di legno che un giorno di funerale
la cassa ci posarono – ragazzi
uhù come pesa – sbuffando.

Ma cosa c’entra coi morti una che sbatacchiando
di primo volo anagrafica esistenziale
batuffolo grigio biondo nell’angolo del fornello
si posa?

Uccello

ancora prima che civetta – anche se nulla
aveva in sé della fragilità
di quelli, tranne il cuore che batteva, che chiamano
lievi alate creature: era una piccola
civetta sbalestrata né più né meno che un passero,
tranne l’occhio grifagno istupidito però
alla luce del bel mattino, artigliosa
ragazza della sua razza,
tutt’altro che gentile, dispettosetta
anzi, dall’aria di chi la mette giù dura.

Restò pochi giorni, prima dentro una gabbia
(povera bestia – subito diciamo
in Italia) e poi dunque legata una zampa
a una gamba del tavolo, sfamata
quel tanto da non morire.
Ma non nostra la colpa, fu lei che non seppe gradire
la dieta familiare, voleva carne soltanto.
E quando l’ebbe lieta significò
raggiante disneyana la sua letizia agitando.

Per questo essenzialmente non durò
la piccola civetta di cui spiavamo l’umore:
stamattina è più calma, questa notte raspava,
come sta la civetta che nella casa abitava?

Con proditorio rimpianto
altrove fu collocata: da uno di quegli strani
uomini, veramente la chiese per la caccia,
ma che mangiano gatti sono ghiotti
di rane di cavallette vivisezionano cani
divorano pesci rossi uccelletti
con penne e tutto…
Partì insieme a uno di quelli
impermalita voltandosi a differenza di altri
miei animali di casa: un’anatrella azzoppata,
una cagnetta bastarda, un passero che volò via,
un gatto nero – e il setter, naturalmente
– tutto sommato fregati con belle maniere,
spariti più docilmente.

*

Sul trespolo

Zac e con uno sciancato saltello
si issa sul trespolo dal quale sulle prime
per gioco dando a vedere che è un gioco
mima l’indefinito bipede fratello.

Volatile tra da cortile (per l’odore
e la palpebra grinzosa che ambirebbe
chiudersi da sotto in su)
e notturno ma imbelle ma non rapace.

Ma di ciò vedremo per adesso
siamo sul trespolo dove umanamente
scorriamo come su una tastiera le unghiette
tentiamo note di ilarità.

L’odore verrà col cibo col sonno e oltre.
E tuttavia sul trespolo ci recitiamo
maestri della parte che fingiamo.
Di noi sarà corpo e morte.

Ìssati anche tu se non vuoi perire di demenza.
Assumi dallo sterco la squama.
Impiastrìcciati addosso le piumette del piumino.
Ci sono stecchi e pidocchi per quanti trespoli vuoi.

Rattrappisci nella tua pancia
le zampette, rilassa culo e dorso,
da’ un morso all’aria che lo scambino per sbadiglio
e non si tengano offesi quelli che guardi passare.

Il muso di bulldog del segretario generale.
Il muso atlantico. Il muso spaziale.
Il musetto volpino del più cretino.
Al muro dell’amore e del dolore.

Infossa il corto collo
a protezione del mento contro il montante eventuale.
Giù gli occhi ma non ciechi completamente.
Deridi il buffo animale.

Sul trespolo eravamo uno.
Sul trespolo eravamo due.
Sul trespolo allocchiti e sepolti.
Eravamo molti.

1968

*

Giovanni GIUDICI, Autobiologia (1969)
in Tutte le poesie
introduzione di Maurizio Cucchi
Oscar Mondadori, Milano, 2014

Immagine: Giovanni Giudici ritratto nel 2000 da Rino Bianchi

*

Pubblicato in La poesia e lo spirito

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