Il paradosso del Nobel a Handke

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Premetto che trovo tutti i premi letterari, in se stessi, profondamente ridicoli. E se il Nobel resta pur sempre il Nobel, la sensazione comune è che oggi, in una scala di valori laica e critica, vincerlo importi all’incirca quanto vincere il Festival di Sanremo o Miss Italia. In quanto istituzioni e riti sociali i premi sono soggetti a noia e invecchiamento, a logorio e scetticismo. Per questo forse, dopo lo scandalo sessuale che lo aveva fatto sospendere nel 2018, l’Accademia di Svezia ha deciso quest’anno di assegnare il proprio prestigioso riconoscimento a uno scrittore controverso e politicamente, storicamente scorretto come Peter Handke – con il preciso scopo di tenere desta l’attenzione di pubblico e media.
Da parte mia nel titolo di giornale (ma esistono ancora i giornali?) di oggi, 10 dicembre 2019, Tra polemiche e dimissioni di giurati Handke riceve il Nobel per la Letteratura, colgo tre elementi, che vado a esaminare in ordine di gravità, diciamo.

Uno. La storia.
Se i premi sono o finiscono per apparire sempre ridicoli, la storia e le ferite aperte dalle guerre sono una cosa estremamente seria. Il sostegno di Handke a Milosevic, con il negazionismo o revisionismo di crimini di guerra tra cui il massacro di Srebrenica (luglio 1995, oltre 8000 musulmani uccisi nel corso del conflitto bosniaco), va valutato sul piano dei fatti storici, del resto sempre complessi. Riguarda la persona Handke, che certo coincide con lo scrittore Handke, ma solo in parte.

Due. L’opera letteraria di Handke.
La parte più ampia e significativa della produzione letteraria di Handke nulla ha a che vedere con i suddetti fatti storici. Personalmente ho letto un unico libro di Handke, ma quel libro è stato per me tanto importante che il giudizio dell’Accademia di Svezia sul valore letterario della sua opera complessiva non mi stupisce. Argomentare come e perché io, da singola lettrice, mi sia nutrita de Il peso del mondo, non interessa a nessuno: la candidatura al Nobel dello scrittore austriaco non ha certo bisogno del mio sostegno o delle mie annotazioni critiche. Ma se non ho potuto non riflettere sulla questione e ho sentito la necessità di scrivere questo post è perché Il peso del mondo (1977; trad. it. 1981) ha un posto nella mia vita, nella mia personale esperienza del mondo.

Tre. Il ridicolo dei premi.
Quando a vent’anni leggevo Montale, quel ridicolo, imbarazzo e tedio l’avevo scoperto nell’ironico racconto di lui, il poeta Montale, in seguito anche Nobel, che con “la Mosca” andava in Portogallo a ricevere una qualche onorificenza: «La sera fui paragonato ai massimi / lusitani dai nomi impronunciabili / e al Carducci in aggiunta. / Per nulla impressionata io ti vedevo piangere / dal ridere nascosta in una folla / foHandke_Peso del mondorse annoiata ma compunta» (Xenia II). E l’aneddoto che dal mio punto di vista meglio riassume la questione “poeti laureati” è quello dell’assegnazione del Nobel a Beckett, nel 1969, commentata dalla di lui moglie (o da egli stesso, secondo altre versioni) con un «Quelle catastrophe» che esprimeva l’allergia all’esposizione pubblica implicata dalla cerimonia e si tradusse poi nel non parteciparvi personalmente, inviando un delegato. In Un sogno del Nord Lalla Romano, maestra severa e sottile nella cui biblioteca scoprii Il peso del mondo, scriveva: «Quando uno ha avuto un successo ha bisogno di essere consolato».  E un articolo del webmagazine statunitense FP (Foreign Policy) si apre con l’affermazione tra il provocatorio, il paradossale e l’ironico: «Anche Peter Handke pensa che Peter Handke non avrebbe dovuto vincere il Nobel per la Letteratura».

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Pubblicato in La poesia e lo spirito

 

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