Eresie. Sergio Calzone

Charles-Bukowski_Darbas
1.

La quasi recente fortuna di Charles Bukowski, pur in assenza (diciamolo, infine!) di un’autentica qualità letteraria, mi sembra apparentarlo a Jack Kerouac, cioè a un genere di scrittori che illustrano il “momento”, cioè interpretano, coscientemente o meno, un desiderio, quasi sempre giovanile, di disordine, non necessariamente violento ma proprio della violenza, assai borderline, per quanto c’è di potenziale, di a stento trattenuto, e che non può non interessare una nuova generazione o anche una “vecchia”, come in parte è avvenuto proprio con Bukowski, nostalgica dei “tempi di Kerouac”, divenuti mitici soprattutto per chi, all’epoca, non vi ha partecipato davvero (ed è quindi sopravvissuto!).

2.

Alle fine (Dio mi perdoni!), Stendhal non mi pare il mostro sacro che giustifichi tanti fanatismi: la parte finale de Il Rosso e il Nero è francamente pompieristica (nel senso appunto francese del termine: pompier), mentre La Certosa di Parma non fa altro che dare voce a tinte troppo accese.
A uno sguardo non partigiano, l’opera sua meglio riuscita mi pare, in tutta franchezza, Vanina Vanini.

 3.

Si ha un bel dire, ma le lunghe pagine che riportano le lettere scritte in francese, in Guerra e Pace, restano, oggi, tutt’al più come una testimonianza di costume. Aggiungono davvero poco a quel monumento di grande scrittura!
Il buffo è che le traduzioni italiane le lasciano in quella lingua, per rispettare, certo, lo spirito per il quale sono state inserite, ma mi sono sempre domandato, senza spendermi, lo confesso, per verificare, come facciano i traduttori francesi: le riportano forse in russo?

4.

Tutta la produzione di Giono posteriore alla “conversione” stendhaliana mostra gli stessi eccessi, non poche volte fastidiosi, di Beyle. Il continuo tirare in ballo lo spirito indomito, la fierezza, lo scrupolo, la superiorità morale, lo sprezzo del pericolo fanno sì che, per esempio, L’ussaro sul tetto, unanimemente considerato il suo capolavoro, mi paia invece in troppi passaggi artefatto, spinto troppo “oltre”, impoetico per eccesso, fino a (Dio mi perdoni di nuovo!) a rischiare il ridicolo.
E, con quel romanzo, tutti i suoi “derivati”, anche i migliori per altri versi, come Morte di un personaggio Un re senza distrazioni, per non citare, è ovvio, Angelo e Una pazza felicità. Nulla che possa reggere, neppure in parte, il confronto con un capolavoro di abilità architettonica come Le anime forti, che non appartiene al periodo “lirico” ma nemmeno, propriamente, a quello stendhaliano, ed è una scommessa di tecnica narrativa al limite dell’impossibile.

5.

È facile passare per sterili puristi o, anche, per gratuiti razzisti, però a me pare impossibile comprendere per quale lambiccato motivo si usi o si sia usato raccomandare o imporre nelle scuole la lettura di Camilleri nella sua stranamente abbondante produzione nel ciclo di Montalbano. Chi scrive non ha nulla contro l’ibridismo linguistico (Camilleri non ha certo inventato nulla: si pensi a Pavese, a Gadda, per citare soltanto due nomi), ma è dura comprendere come ragazzini che dovrebbero apprendere i rudimenti, almeno, dell’Italiano possano giovarsi di una lingua composita come quella di Camilleri, quando sarebbe più utile per loro accostarsi a testi più ortodossi che, certo, non mancano anche nelle produzioni del nostro ultimo Novecento: si pensi a Calvino, persino a Baricco. Le fortune televisive di un personaggio come Montalbano possono indubbiamente indurre simpatia ma non hanno nulla a che vedere con una prosa esemplare, con buona pace delle professoresse delle scuole medie inferiori, anche e forse soprattutto se operano in scuole “di frontiera”.

6.

Vi è chi esalta l’Introduzione a Moby Dick. Può essere. Il corpus è, però, un romanzo fallito. Le digressioni tecniche, vera enciclopedia sulla caccia alla balena, sono, narrativamente, insopportabili e il conoscere tanti dettagli tecnici non aggiunge ma, al contrario, sottrae pathos alla noce del racconto che è, poi, il rapporto Achab-Moby Dick, mentre Ismaele, Starbuck e tutti gli altri sono semplici figuranti in una tragedia che poteva essere risolta in metà delle pagine invece occorse…

(Lauris – Provenza, giugno 2016)

Immagine: Charles Bukowski ritratto da Ulf Andersen nel 1978

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Pubblicato in La poesia e lo spirito

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