“Ciao, vecchio”. Luis Sepúlveda, 1949-2020

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Ci troviamo nella sala vip dell’aeroporto internazionale di Santiago, e sembra che noi cinque siamo davvero dei vip perché ci hanno assegnato un plotone di soldati e varie guardie che vigilano sulla nostra incolumità. Ed è forse per mettere in risalto il nostro status di vip che ci tengono al centro della sala, seduti per terra con le mani alla nuca. Non è certo il modo migliore di rilassarsi prima di un lungo viaggio, e i soldati ci guardano storto quando reclamiamo per la durezza della moquette e per il pessimo servizio: non ci hanno neppure offerto qualcosa da bere. Un trattamento schifoso per dei vip.
All’improvviso una nuvola si frappone tra il sole e la vetrata, e possiamo vedere chi c’è fuori. Loro non ci vedono, lo impediscono i vetri polarizzati. Sono i nostri familiari, i nostri amici, le nostre fidanzate che, stanchi di reclamare il diritto a darci un ultimo abbraccio, si accontentano di immaginare che ci vedono, che ci vediamo, e ci fanno dei cenni, degli inequivocabili gesti d’amore.
«Guardate quel vecchio, quello che saluta con il pugno alzato. Vecchio coglione. Non sa cosa rischia», dice uno dei vip.
In effetti dietro i vetri c’è un vecchietto mezzo pelato, impeccabilmente vestito con un completo blu e un fazzoletto bianco che gli penzola, stile guappo, dal taschino della giacca. Tiene il pugno alzato, come se avesse in mano le redini di un cavallo troppo alto. Ogni tanto si stanca, e allora abbassa la mano, compie con le dita un paio di esercizi per i crampi, e poi torna ad alzarla, il pugno stretto, arrogante, insolente e ingenuo, come se fosse alla festa del Primo Maggio.
«Abbassa la mano, vecchio minchione», borbotta un altro vip.
«Un po’ più di rispetto. Quello è mio padre», dico loro.
Passa la nuvola. Ritorna il sole stanco di luglio. Mancano due ore al decollo dell’aereo per la Svezia. Riesco a vedere pochissimo di quanto accade fuori perché una fila di soldati si è frapposta tra quelli che vogliono salutarci e la finestra, ma un’intima convinzione mi dice che il vecchio continua a tenere il pugno alzato, e il fatto di saperlo là, dietro i vetri, separati dalla distanza minima di un abbraccio impossibile, mi porta ad accettare – e mi costa farlo – il fatto che forse ci stiamo salutando per sempre.
Non abbassare il pugno, vecchio. Non lo abbassare mai.

*

la-frontiera_scomparsa_SepulvedaNel 1973, in seguito al colpo di Stato del generale Pinochet, Luis Sepúlveda fu arrestato, incarcerato e torturato. Solo grazie alla sua notorietà e alle forti pressioni di Amnesty International, il nome dello scrittore cileno non deve aggiungersi alla lista delle migliaia di desaparecidos suoi connazionali: la giunta militare di Pinochet gli accordò un processo ufficiale, da cui uscì con una condanna all’ergastolo in seguito commutata nella pena di otto anni d’esilio.
Nel 1977 Sepúlveda lasciava il Cile diretto in Svezia – l’episodio narrato qui –, paese dove gli era stato offerto asilo politico ma non sarebbe giunto (al primo scalo, a Buenos Aires, fuggì, e rimase in America Latina).
Ciao, vecchio, di cui si dà qui l’inizio, è il secondo capitolo dell’autobiografico La frontiera scomparsa (1994, tradotto in Italia da Guanda nel 1996).
Sepúlveda, nato a Ovalle, in Cile, il 4 ottobre 1949, è morto a causa del Covid-19 a Oviedo, in Spagna, oggi 16 aprile.

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Pubblicato in La poesia e lo spirito

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