Sergio Calzone. Racconto 1

LO SCARTO

Lo scarto

È per loro che scrivo. Quelle vite così brevi, così facili da dimenticare. Sono l’unico essere nell’universo che ancora se li ricorda, a parte Dio.

J. M. Coetzee, Mattatoio di vetro

Finalmente sembra che rannuvoli: c’è del nero dietro i pioppi del canale e può essere che oggi butti giù un po’ d’acqua. La terra è una crosta sempre più dura, tanto che da giorni non mi riesce più di cavarne un lombrico e mi riduco a semi, a erbe e a qualche cavalletta presa appena dopo l’alba, quando non saltano ancora.
Dall’albero tra il ricovero e il prato hanno incominciato a cadere le mele, ma soltanto adesso prendono a infradiciare, tanto c’è poco umido: ho dato loro qualche beccata, ma è ovvio che si aspettano soprattutto i bachi e, con questo secco, chi sa di quanto tarderanno.
Oggi però rannuvola davvero e dietro i pioppi è sempre più nero, fin troppo. Qui c’è ancora sole e il tetto del capannone che gli uomini hanno tirato su oltre il fosso, dove prima c’era l’altro prato, luccica come sempre; luccicano soprattutto i due silos che stanno in fondo al capannone, qualsiasi cosa contengano.
All’alba, quando l’uomo in pantaloni blu ha aperto come al solito il ricovero, per lasciarci nel prato, ha trattenuto la New Hampshire: uscendo, ho visto che le impediva la porta con una ramazza. Lei non ha capito subito e cercava di aggirare l’ostacolo, poi è stata spinta in fondo e, allontanandomi, l’ho sentita mandare il suono del contatto. Ma che contatto potevo tenerle, io? O chiunque delle altre? Forse le farà soltanto un’iniezione e la rimanderà fuori… Forse.
A me è capitato già due volte.
Un tuono: ho scordato di sorvegliare il nero che viene dal lato del canale. C’è un vento che non capisco: scuote le punte dei pioppi però a terra non lo sento. Un altro tuono. Ecco che arriva una raffica bassa: il cielo è scuro e il capannone non luccica più. Pensando alla New Hampshire, mi sono attardata su quelle mele e non riuscirò più a correre al rifugio prima del temporale: sono arrivata fin quasi al fosso.
Al canale piove già: il vento è tanto forte, che me ne manda gli spruzzi. Già che sono al fosso, correrò alla paratia che lo divide dal prato e mi caccerò nel buco che hanno scavato sul fianco.
Sta grandinando: per quello era così nero. Ho sentito i primi colpi contro i vetri del capannone; poi sono cessati; è durato un attimo e adesso grandina fitto su tutto il prato: mi arrivano proprio qui, davanti, chicchi grandi metà della mia testa e fanno un rumore sordo, cadendo sull’erba. Credo che butteranno giù tutte le mele.
Aumenta ancora. Me ne sto tutta raccolta dentro il buco ma qualche chicco mi sfiora, rimbalza sul terreno e ricade più in là. C’è un frastuono di vetri rotti dietro di me: deve essere il capannone, ma non mi avventurerò certo a guardare! Almeno fino a che non spiova.
Adesso la mia paura è che la paratia non tenga o che l’acqua trabocchi dal fosso. Non smette di tuonare ed è buio come se stesse per venir sera. La grandine si scioglie e il vento mi butta addosso l’acqua insieme a foglie di pioppo che ha strappato in fondo al prato. Credo di essere l’unica rimasta allo scoperto. L’uomo in pantaloni blu deve aver chiuso il ricovero. Non sento più rumori venire dal capannone, anche se la grandine continua a battere, ma ora è più minuta.
Quanto piove! Farà uscire dalla terra più lombrichi di quanti riusciremo mai a mangiarne. È già accaduto in passato e ho sempre avuto l’impressione che le uova diventassero più grosse, dopo quell’abbondanza di cibo, e facessero più male a percorrermi il corpo. Ma si può misurare quanto male facciano ogni giorno della nostra vita?
Appena accenna a diminuire devo lasciare questo buco, in modo da togliermi da dietro questa paratia. E poi dalla terra nuda, con la pioggia, saltano fuori le zecche bastarde e non ci tengo affatto a che mi appendano per le zampe per strapparmele via.
Corro verso il melo, ma davvero ha quasi cessato di piovere e posso fermarmi. Il ricovero è chiuso. Guardo il capannone e comprendo il fracasso di prima: la grandine ha fatto a pezzi lastre e lastre di vetro, tra le pareti e il tetto, là dove si inclinano. Per la prima volta posso vederci dentro: intelaiature di metallo e un soffitto di pannelli di luci accese. Sta spiovendo e ci sono già i passeri sul melo, ma, mentre do un’ultima occhiata al capannone, al varco tra i vetri rotti si affaccia una livornese, quasi identica a me. Guarda fuori, incerta, ed è raggiunta da un’altra, un’altra livornese. Mandano un richiamo di contatto molto sommesso. Non sanno. Poi, dietro di loro, qualcosa preme ed entrambe saltano nel prato, mentre altre livornesi si affacciano, esitano, e saltano a loro volta.
Mi faccio incontro, ma non capisco. Non sono mai venute nel prato: da quanto tempo stavano dentro quel capannone? E, soprattutto, come hanno potuto vivere senza uscire a razzolare? Eppure altre stanno uscendo, ormai sono una trentina, e continuano ad aumentare di numero: ci incontriamo ma non sembrano far caso a me e si sparpagliano sul prato, come intontite. E nessuna di loro si mette a razzolare.
È curioso come siano uscite dal capannone e come ora tengano le penne aderenti al corpo, quasi avessero paura, oppure freddo. È fresco, sì, ma non così tanto. Io provo a scuotermi per mostrare loro che è tutto finito, il temporale, l’acqua, la grandine: che possono essere libere e in pace. Hanno occupato tutto il prato, qualcuna è ferma al fondo, a osservare i pioppi a cui tremano le foglie. I lombrichi pullulano tra l’erba e, insomma, che da un tetto sfondato siano uscite tante livornesi che non avevo mai visto prima è singolare, ma ciò che conta ora è approfittare della manna: non appena l’acqua scolerà dalle loro gallerie, i lombrichi ritorneranno sottoterra.
C’è qualcosa di abnorme in quest’abbondanza, ma per un po’ penso esclusivamente a saziarmene, senza sciuparla con il pensiero del domani, o dell’oggi. E non soltanto i lombrichi sono tanti e inermi, grassi: l’acqua li ha anche resi quasi immobili, fin troppo facili da cogliere. Alzo la testa per un attimo, come ho imparato a fare dopo l’incursione di quei due cani randagi, mesi fa, e mi accorgo che le compagne sono tutte rivolte in direzione del capannone.  Guardo, e c’è un gruppo di uomini in tuta bianca, che indica verso il nostro prato, poi si volta a osservare i vetri rotti, e ancora il prato. Trangugio alla svelta tre lombrichi e, quando guardo di nuovo verso il capannone, gli uomini non ci sono più. Intorno a me, le livornesi sembrano tranquille. O piuttosto attonite: non mangiano, si limitano a camminare lentamente, guardano in alto, come se non si capacitassero. Di che cosa? Trangugio un altro lombrico.
Poi avverto un movimento, come un’emozione che ci passi sopra. Mi drizzo e penso subito ai cani: non ci sono mai state tante compagne, in questo prato, e sarebbe una strage. Sono sopravvissuta all’altra volta e so che cosa fare, ma, mentre mi avvio verso il melo, li vedo e sono invece tre uomini in tuta che camminano tra il prato e il canale. Mi fermo, li osservo raggiungere l’angolo più lontano, opposto al capannone, e lì distanziarsi tra loro.
Non mi piace: lungo il fosso non c’è nessuno e le compagne sembrano tranquille o indifferenti.      Drizzo la testa a guardarmi intorno e così li vedo: sono quattro, in tuta e stivali, al lato opposto ai primi, e ora si dispongono a ventaglio.
Una battuta! Qui pare che nessuna sappia che cosa sia, ma io parto di corsa verso il rifugio e ho l’orribile sensazione di aver già aspettato troppo. Corro tutta abbassata verso terra, senza curarmi di scoprire se il rifugio abbia la porta aperta o meno; in un modo o nell’altro riuscirò a… Mi accorgo che quattro, cinque, sei di queste imbecilli si sono buttate dietro di me, così, senza sapere perché, ma ormai formiamo un gruppo vistoso in fuga attraverso il prato.
Non smetto per questo di correre, però lo vedo, ecco che vedo, anche correndo, che uno degli uomini sta accelerando di lato, per tagliarci la strada. Corro, sento dietro di me grida e movimenti, ma ora sto fissando il rifugio e non mi interessa altro. Corro, mentre gli uomini devono essere entrati nel prato e sento le loro grida e quelle delle compagne. Poi uno scalpiccio da destra, le gambe dell’uomo che entrano nella mia visuale; un attimo, e un calcio mi ributta indietro: rotolo a terra, travolta dalle compagne che mi seguivano, un’unghia mi affonda nel collo; mi rialzo e alla cieca riprendo la corsa verso il rifugio: di nuovo vedo arrivare le gambe dell’uomo, intuisco il calcio, devio a sinistra e non mi colpisce, ma il rifugio è perso.
Mi lancio verso il canale sempre intralciata tra le compagne che si scontrano l’un l’altra e gridano, mentre gli uomini avanzano a ventaglio, agitando le braccia e vociando. I pioppi lontani mi ballano davanti agli occhi mentre corro all’impazzata e inquadro un altro uomo che mi viene incontro: ha pantaloni bianchi e stivali bassi come il primo e, come quello, si pone esattamente sulla mia traiettoria. Scarto a destra, ma lui pare averlo previsto e, quando mi butto a sinistra, vedo il suo calcio arrivare e devo buttarmi ancor più di lato, tanto che, in velocità, cado, rotolo, urto nelle zampe di una compagna che a sua volta cade. Istericamente ci rialziamo, mentre le gambe ci incalzano: ci voltiamo e prendiamo a correre verso il fosso. Proprio nella direzione che non avrei voluto.
Ci ammassiamo in uno spazio sempre più angusto, tra il prato e il ruscello: sono circondata da decine di altre compagne, vedo gli uomini chiudere il semicerchio. So che cosa sia una battuta e cerco di farmi strada verso il fosso: bisogna saltarlo, anche se così si va verso il capannone, e poi, nella confusione, tentare di costeggiarlo fino al canale.
Salto; altre saltano con me: proprio ciò che mi ha già perso prima. Corro lungo il ruscello, e non ho più fiato. Altre corrono con me e, dal prato, molte mi saltano davanti, ostacolandomi. Poi, da dietro il fondo del capannone, compare un uomo, e subito dopo un altro. Di nuovo mi volto all’indietro e cado, calpestata dalle compagne che non si possono arrestare. Cerco di guadagnare l’altra estremità del capannone, ma sono comparsi altri uomini e quelli del prato sono schierati lungo il ruscello. Sono presa.

LO SCARTO 2

Attraversando una porta, entriamo in massa nel capannone. Ho paura, mi guardo intorno, e in alto ci sono quei pannelli di luci accese che avevo intravisto. In terra, lunghissimi distributori di mais, altri di acqua, e centinaia di cassette lungo le pareti.
Una cancellata ci divide dalla zona i cui vetri sono stati spezzati dalla grandine. L’affollamento è enorme, ma non ci sono più segnali di contatto o lamenti. Mentre mi guardo intorno, mi accorgo che le compagne hanno preso a mangiare il mais, come se nulla fosse successo. Vedo le facce degli uomini attraverso l’oblò di una porta e soltanto le schiene chine delle compagne che mangiano. Sono sfinita, mi faccio largo e bevo, a lungo, ma la stanchezza mi ha lasciato in bocca un gusto amaro che si mescola all’acqua, tanto che pare corretta con qualche farmaco.
È difficile chinarsi a beccare il mais con quella luce bianca sopra la testa, e le pareti bianche, e bianche tutte noi livornesi… Ma queste livornesi mangiano senza litigare tra loro, bevono a piccoli gesti e, sempre più spesso, si accoccolano sopra le cassette forate, a deporre le loro uova, senza lamenti o segnali di nessun genere.
Attraverso la grata vedo il cielo e sembra che vada verso il tramonto, anche se qui le luci sono intense e costanti. Le compagne che per un momento non mangiano, o non bevono, o non depongono stanno ferme in piedi, guardano di sfuggita l’oblò della porta. Becco un po’ di mais ed è curioso pensare a tutti i lombrichi che stanno fuori, forse ancora in superficie e che avranno tutta la notte per interrarsi, man mano che l’acqua libererà i loro cunicoli, e domani mattina ci saranno i soliti semi, e forse un po’ più di mele fradice.
Ma continua la luce. Tranquille, le compagne hanno ripreso a bere e a mangiare, e nelle cassette non c’è neppure un uovo. Questa cosa mi interessa, ma poi scopro che un qualche meccanismo fa rotolare l’uovo oltre la parete, a ogni deposizione. Non vedono neppure il frutto del loro dolore, e mi accorgo che utilizzano una cassetta qualunque, la più vicina al momento, e non hanno una cova con la luce schermata e il loro odore.
Io certo non depongo, dopo la grandine, le corse della battuta, lo spavento. E sotto queste luci che non danno tregua… E non depongo dove non lo possa neppure vedere, dove non lo possa mostrare e lanciarne il richiamo, prima che venga l’uomo a frugarmi, a scostarmi un po’ dalla paglia e andarsene, poi, con il mio uovo, con il piccolo che non ne nascerà.
Nella breccia dei vetri vedo il cielo rosso di tramonto: tanto rosso, quanto più il temporale ha infuriato, come accade sempre. Ma qui, sopra di noi, le luci sono sempre bianchissime, e due teste di uomini stanno a lungo dietro il vetro dell’oblò, guardandoci e parlando tra loro. Non so dove sistemarmi, tra le compagne che continuano a passare dalle lunghe mangiatoie agli abbeveratoi, e incominciano a ritornare sulle cassette e a gemere appena, mentre il secondo uovo del giorno si apre la strada nel loro corpo. Oh, davvero io non deporrò finché, domani mattina, dovranno per forza condurci all’aperto, e lì saprò afferrare la mia occasione!

LO SCARTO 3

È buio, fuori, anche se vi è un unico punto da cui lo si riesca a vedere senza essere abbagliati dai tubi che attraversano il soffitto. In quel punto cerco di assopirmi, poiché sono stanchissima e so che domani dovrò correre come non ho mai fatto in vita mia. Ma così, accoccolata nell’angolo tra il muro e la griglia, riesco soltanto a stordirmi per brevi attimi di sonnolenza, perché il biancore della luce e delle pareti mi raggiunge anche attraverso le palpebre chiuse. Ogni poco apro gli occhi, trasalendo, e vedo le compagne intente a beccare il mais, e teste di uomini dietro l’oblò. Poi, per un lungo tempo, al di là dei vetri non compaiono visi, ma il ronzio delle lampade impedisce di ascoltare il silenzio del prato che, pure, deve essere fuori, umido, buio e pieno di odori.
Il bagliore bianco non si interrompe mai: un unico, eterno giorno. Certo per questo le compagne hanno quella fissità che mi ha stupita. Se pure, queste, le posso dire compagne… Ora sono debole e troppo sazia, mentre l’uovo che non voglio deporre punge nel condotto. Non sono lucida, eppure dovrò tentare, devo assolutamente lasciare questi tubi accecanti e queste compagne che non vogliono nulla, non sperano, non sanno… Sono soltanto capaci di sonnecchiare: a gruppi, si addensano strette le une alle altre e hanno un po’ di tregua dalla luce. Io, invece, sono sola. E voglio restare sola, l’unica che voglia andare, cambiare, liberarmi da questo incubo che non avevo mai nemmeno sognato: il cielo vero imbianca, oltre la griglia, e ho meno lucidità di ieri.
Sento una spossatezza, un gran calore al capo e, cercando di camminare, barcollo d’insonnia e inciampo in un abbeveratoio. Mi fermo per riprendere il controllo. Tutto questo mais mi ha dato sazietà e una nausea dolciastra: devo riavermi ed essere pronta e determinata per quando usciremo… Ma quando usciremo? Volto la testa e di nuovo ci sono due visi di uomini dietro i vetri: a controllare, a contare, inquisire, misurare… Un altro capogiro: mi avvio a bere e, di nuovo, barcollo. Non posso affrontare un’altra notte qui: devo agire oggi!
Nell’oblò compare un terzo viso. Le compagne seguitano a mangiare, bere, posarsi sulle cassette e gemere appena, per poi non vederne il frutto. Io le chiamo compagne, e intanto attendo di lasciarle alla loro inerzia, al mais sopra rulli mobili, alle cassette a inghiottitoio, a quel non lamentarsi per l’espulsione dell’uovo, come se fosse fatale: dovuto, perso, mai visto…
Entrano in tre e indossano tute bianche e stivali, come ieri. Si sparpagliano, a semicerchio. Cercano qualcuna di noi: l’ho già visto fare. Io, intanto, proverò a raggiungere la porta…
Compiono un mezzo giro e convergono. Non mi ingannano: cercano qualcuna di noi. Ho più esperienza di ognuna di queste imbecilli e riconosco la manovra: convergono, incrocio lo sguardo di uno di loro e cercano me! Guardo gli altri due, e tutti fissano la mia testa gonfia di sonno.
Prendo le misure e tento sulla sinistra, dove l’uomo è più indietro. Corro all’impazzata e intanto mi domando: perché proprio me? Barcollo, e nel mentre capisco: certo, sembro malata, vacillo, ho la cresta cianotica, non mangio, non depongo… Si chiama pseudo peste: so di che cosa si tratti, l’ho già avuta in passato…
Corro: sono la più viva, qua dentro, l’unica viva! Punto al centro, sfuggo all’uomo ma ora loro sono tra me e la porta che, comunque, è chiusa.
Non sono malata: sono viva! Sono soltanto diversa. Questo, non lo capiscono. Preferiscono queste squallide cose che si lasciano urtare, prendere. Scarto e ne evito un altro: sono viva!
Che razza di posto sia questo, non saprei dire… Mi volto a guardare l’uomo che ho schivato e che mi insegue: sono quasi allegra, sto bene, dovrai correre molto più di così per prendermi! Urto le gambe stivalate e bianche di un altro, scivolo, un istante, do un colpo d’ala e spingo per accelerare, ho una zampa impedita e fremo di orrore vedendo una mano che cala a stringerla: la colpisco con il becco, con tutte le mie forze, ma riesco soltanto a scalfire un duro guanto marrone.
Sono rovesciata, chiamo al soccorso, ma so benissimo di dover fare da me: sbatto le ali al massimo, becco ogni cosa che si muova ma la mano non lascia la presa, e mi sento sollevare, irresistibilmente, e capovolgere. Resisto, i muscoli del collo turgidi e tesi a beccare. Ora però sono fuori dalla porta: loro stessi mi hanno portata fuori!
Ho vinto? Mi butteranno nel prato, sì, e che siano violenti e mi buttino il più lontano possibile!
Dalla luce, entriamo in una stanza, non sul prato. Ci accostiamo a una macchina, ha un rumore, non mi interessa: dovrà per forza venire tra un momento il prato. Mi afferrano la testa, mentre un’altra mano mi immobilizza le ali. Il guanto di cuoio mi preme sugli occhi, non vedo più nulla e mi duole intollerabilmente, ma ho vinto: devo resistere soltanto finché non sarò nel prato.

LO SCARTO 3

“Sergio Calzone. Quattro racconti”. Testi e immagini a cura di Giovanna Menegùs

Pubblicato in “La poesia e lo spirito”

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