Sergio Calzone. Racconto 2

1_La raccolta delle erbe

Prima dei nomi

Una donna trebbiava a mano delle spighe raccolte nella campagna intorno. I chicchi cadevano in un canestro e lei, svelta, gettava lo stelo nudo alla sua sinistra, su un cumulo che, da piccolo che era, si spargeva prima all’intorno e poi cresceva, man mano che gli strati si sovrapponevano. Quegli steli sarebbero stati forse poi intrecciati a formare copricapi di paglia contro il sole. E, intanto, lei già faceva scorrere pollice e indice sulla spiga successiva. Guardava appena dentro il cesto.
Era tarda estate.
Sparsi in seguito su un rozzo asse, occorreva dare aria ai semi con un ventaglio di foglie, perché volassero via pula e residui di steli, ed era il momento migliore: suggeriva, chissà come, un’idea di separazione del bene dal male…
Li avrebbe in seguito macinati, sbriciolandoli con un ciottolo tondo contro un altro concavo, e la polvere così ottenuta, impastata con acqua e messa su una pietra piatta, sottile e riscaldata dal fuoco, si sarebbe rappresa in una farinata che poteva diventare anche secca e dura, se lasciata abbastanza al calore.
E, invece, l’uomo ritornava dai prati, portando altre spighe, frutti e altre verdure e radici, dentro un canestro di vimini intrecciati.
Tanto che fu inverno, piovve perché nella terra in cui vivevano era rara la neve e, poi, fu di nuovo primavera. La donna, passando dove, l’anno precedente, aveva accumulato gli steli, vide che spuntavano delle erbe. Nulla che potesse fermarne l’attenzione: era quello un territorio fertile, dagli inverni piovosi e le estati aride, anche molto aride.
Trascorse altro tempo. Le erbe verdi si rizzarono in una serie di culmi e questi crebbero di una spanna, presero un colore dorato e, alla stagione, mostrarono, ognuna, una spiga. Una spiga in tutto simile a quelle che l’uomo coglieva qua e là, nella vasta pianura tra il mare e l’altopiano.
Tutte le erbe mostravano le stesse spighe, dello stesso colore, e tutte erano raccolte nel breve spazio in cui la donna aveva gettato, quando era stato il tempo, gli steli.
Ne parlò all’uomo. Questi venne a guardare le spighe e, senza parlare, le colse e le mise in mano alla donna: che le trebbiasse insieme a quelle che lui aveva trovato, peregrinando alla loro ricerca.

Il granoTrascorse un altro anno. Ma la donna aveva, in segreto, gettato alcuni chicchi nel cumulo degli steli. In segreto, e pochi, poiché preziosi. Non poteva liberarsi dell’idea, assurda fin che si voleva, che quelle spighe fossero cresciute lì proprio perché lì lei gettava, svelta, gli steli, e forse perché, essendo così svelta, qualche chicco fosse rimasto impigliato nelle glumelle che non sempre cadevano nel cesto.
All’uomo non disse nulla: c’erano cose, gesti che, lo sapeva, lui non avrebbe compreso e, quando ritornava, sfigurato dal calore e dalla marcia nella fornace estiva della piana, il suo umore era sempre pericoloso.

Di nuovo fu inverno e piovve. Di nuovo fu primavera. Le erbe verdi erano più numerose, nel breve spazio dove, insieme agli steli, la donna aveva lasciato cadere anche qualche chicco.
Questa volta ebbe il coraggio, quando i culmi ebbero prodotto il loro frutto e potendo mostrare delle spighe numerose e, per di più, prossime alla capanna, di spiegare all’uomo quanto aveva fatto. Lui la guardò a lungo, indeciso se batterla per lo spreco oppure ammettere la bontà del risultato. Optò per il risultato, pragmatico come ogni maschio dovrebbe essere.
Non condivise i suoi pensieri con la donna; si volse invece a guardare il terreno davanti alla casa, corrugando la fronte.
Disse:
«Faremo sacrificio: mangeremo soltanto una parte di quei tuoi chicchi. Non frantumarli tutti: spargerò qui davanti quelli avanzati e vedremo… Se nel frattempo avremo fame, cercherò più radici».

Gettò i chicchi a spaglio sulla terra folta d’erbe dell’estate. Attese per far questo che il sole fosse basso sull’orizzonte. Poi, si coricò accanto alla donna. Per un moto che non avrebbe saputo spiegarsi e che non cercò nemmeno di interpretare, la possedette in silenzio. Si addormentarono.
All’alba corse nel campo poiché, appena aperti gli occhi, vide che uccelli grandi e piccoli beccavano tra i sassi, come non avevano fatto spesso davanti alla capanna. Li disperse, correndo e gridando.

Col tempo se ne dimenticò: occorrevano troppa fatica, troppo cammino per cercare altre erbe, altre radici, altri frutti che assaggiava con cautela, di alcuni dovendo evitare gli spini, altri semplicemente alzando il braccio, poiché pendevano dai rami ricurvi verso terra.
Ma la donna gli mostrava, ogni volta, i culmi che punteggiavano ormai il terreno davanti alla capanna, a volte isolati, altre volte a ciuffi: se non fitti, almeno vicini.
Lui guardava, sempre corrugando la fronte. Dopo alcuni giorni, si mosse senza parlare. Cercò due rami di diversa lunghezza, che spezzò e poi legò a croce con un vimini ancora verde, il bastone più corto in alto, verso una delle estremità dell’altro. Piantò il capo opposto del ramo più lungo al centro del terreno e mise su quello breve, orizzontale, due pelli di coniglio selvatico, perché si muovessero al vento.
«Per gli uccelli…», spiegò.
Come la donna lo guardava senza capire, si accigliò e alzò la voce:
«Penseranno che sia io, in mezzo al prato, e non verranno a beccare i tuoi maledetti chicchi!».
Lei annuì alla svelta.

2_Le castagne

Raccolsero, alla stagione, quasi quanto l’uomo portava alla capanna con molti giorni di peregrinare attraverso la calura, come un’anima esiliata in terra.
L’uomo divise, allora, i chicchi trebbiati in due piccoli cumuli ben separati. La donna avrebbe macinato uno dei due, mentre l’altro sarebbe andato di nuovo alla terra.
Lui guardò per diversi giorni il prato davanti alla capanna. Corrugava la fronte, in silenzio, ed era il segnale che maturava un disegno.
Quando finalmente si mosse, raccolse un tizzone dal focolare sempre acceso. Cercò nel campo qualche erba secca e le avvicinò il calore della brace. Quella prese subito fuoco e, in breve, gran parte del prato bruciava, con lingue basse, cattive, ingannevoli, perché sembravano a volte essersi estinte, e poi riprendevano un passo o due più in là, s’alzavano un momento, e iniziavano, poi, a strisciare come serpenti.
L’uomo, con due lunghi rami verdi, impedì più volte che il fuoco s’avviasse verso la capanna, mentre la donna metteva in salvo cesti, copricapi, e gli steli già ammucchiati.
Il fuoco se ne andò lontano. Lo si vedeva fumare nella pianura. Non sarebbe ritornato, poiché tutto ciò che poteva bruciare, all’intorno, era già nero e bianco di cenere.
Lui continuava a mostrare la fronte corrugata e restava in silenzio. Poi guardò la donna:
«Se devono crescere i tuoi steli, che almeno si vedano bene!»
Quindi andò a cercare la sporta in cui teneva i chicchi per quella che non sapeva si chiamasse semina. Ma comprese subito che il terreno, ancora così caldo e fumante, avrebbe rovinato i chicchi. Li rimise dunque da parte. Uscendo dalla capanna, si accorse che la donna guardava il campo deserto, annerito e ancora un po’ fumante con volto scuro. Allora, parlò più a lungo di quanto fosse abituato:
«In tutto questo tempo, credo di aver camminato attraverso l’intera piana. Ho visto degli incendi, non so… forse il fuoco che viene dai fulmini, chi può saperlo? E ho visto terreni come questo, adesso. L’anno successivo, l’erba vi cresceva più alta e più rigogliosa di quella dei prati dove il fuoco non era passato…»
«Anche i nostri steli saranno più alti, allora?»
«M’importa assai dell’altezza! Forse saranno più fitti, se getto più chicchi…»

MINIdefoliazioneCostruì non uno ma due spaventapasseri, e li piantò nel campo a una distanza di molti passi l’uno dall’altro. Seminò a spaglio più chicchi di quanti potessero permettersi. Sapeva che sarebbero stati il cibo o la fame.
Per il momento, fu quasi l’inedia perché l’incendio aveva annerito anche una vasta superficie all’intorno e l’uomo era costretto ad allontanarsi più di prima, percorrendo un lungo tratto di terra isterilita. Erano bruciati anche i rovi, anche gli alberi.
L’inverno fu durissimo. Dimagrirono entrambi ma, soprattutto, persero parte delle loro forze. Era sempre più faticoso, per l’uomo, fare ritorno alla capanna dopo tanto vagare per qualche radice o una manciata di semi. Tenne duro, corrugando sempre più la fronte.

In primavera, trovò che nella piana intorno, dove il fuoco aveva annerito ogni cosa, crescevano nuove erbe. Alcune davano anche piccole bacche che l’uomo raccoglieva deglutendo con sforzo la propria saliva, per non farsi vincere dall’impulso di portarle subito e tutte alla bocca. Qualche albero, anche, sembrava dare nuovi segni di vita, ricacciando dai tronchi scuriti quelli che sarebbero forse diventati nuovi rami, nuovi frutti.
Ma era soprattutto nel prato davanti alla capanna che il suo azzardo quasi folle sembrava ricompensarlo. Se pure gli uccelli avevano comunque beccato molti di quei chicchi che erano costati loro la fame, adesso iniziavano a spuntare culmi assai meno distanziati tra loro, rispetto al primo tentativo. Culmi che crescevano quasi a vista d’occhio!
L’uomo comprese che ci sarebbe stato bisogno di più acqua, perché si impastasse con la cenere e facesse da nutrimento alla loro speranza. L’acqua, lui e la donna la attingevano con orci ricavati da zucche svuotate a un torrente che scendeva dall’altopiano, ma questo richiedeva un cammino non breve e, comunque, la quantità che potevano portare con gli orci non sarebbe mai bastata alle nuove piantine.
L’uomo restò dunque accigliato per giorni, guardando lontano, come se avesse avuto il potere di deviare il corso dell’Aialon.
Infine, afferrò la sua zappa di legno, andò con un passo rigido e quasi violento fino alla riva del torrente, guardò un istante le acque che correvano, indifferenti, verso il mare; poi diede un colpo con il suo attrezzo e iniziò a scalzare la terra argillosa proprio al limite del letto. Continuò per tutta la giornata. La sera ritornò alla capanna stravolto dalla fatica, incapace persino di toccare il cibo che la donna gli porgeva. Lei lo sentì vomitare dietro la capanna.
Il giorno successivo, riprese quel lavoro di scasso, avendo avuto cura di infilare una lastra di pietra che per il momento impedisse all’acqua dell’Aialon di fluire nel nuovo letto che le andava scavando.
Il terzo pomeriggio, si sentì male. Aveva alzato per la centesima volta la zappa e stava raccogliendo i muscoli per calare il colpo, quando il torace non gli si allargò nel respiro, e l’uomo cadde sul fianco, sibilando dalla bocca.
Rimase così a lungo, solo. Il dolore al petto lo stordiva e nessuno poteva aiutarlo. Lentamente, il respiro si fece meno affannoso. Rimase disteso sul fianco, nella posizione in cui si era accasciato, finché l’aria non riprese a fluire nei polmoni e le spalle si rilassarono un poco.
Si mise a sedere in terra.
Corrugò la fronte e si voltò a guardare lo spazio che ancora mancava per collegare il corso d’acqua al campo: un tratto che, a percorrerlo a piedi, gli sarebbe parso brevissimo. Scavarlo a mani nude era ben altra cosa.

Per tutta la primavera si accanì in questo progetto insensato. Tuttavia, e seppure con una lentezza impossibile, il canaletto procedeva. Era comunque ormai una questione di orgoglio: sarebbe riuscito, oppure ne sarebbe morto.
La donna lo sostituì nella ricerca di erbe, di semi, di radici, di frutti. Da principio, cercava soltanto a una distanza dalla capanna che le consentisse di non perderla d’occhio. Man mano, fu costretta ad allontanarsi di più. Nella piana deserta vedeva da lontano gruppi di quei lupi magri e leggeri, bianchi e macchiati di bruno, che la osservavano, attenti, ma forse, sazi di conigli e di anatre sorprese sulla riva dell’Aialon, non la disturbavano: se ne andavano all’ambio, tenendo i cuccioli nel mezzo e sparendo, poi, nelle foreste di querce.

Al colmo dell’estate, l’uomo fu finalmente pronto a sollevare la lastra di pietra che sbarrava l’accesso dell’acqua al canale che aveva fatto arrivare fino al prato seminato. Con un urlo selvaggio, assai simile a un gemito, gettò la pietra lontano. Era esausto e al centro del petto sentiva un’intermittenza che non aveva mai provato: come se una mano avesse piantato dita robuste sopra le clavicole e le spingesse in direzione del collo, serrandogli la gola, tentando di ucciderlo.
L’acqua s’insinuò con la prontezza che hanno soltanto gli elementi. Corse più veloce di lui verso l’altra estremità dello scavo, e quando colui che non sapeva ancora di essere un agricoltore giunse a quello che, d’ora innanzi, si sarebbe chiamato “campo”, vide che era già in gran parte percorso da lingue argentee, pronte a biforcarsi a ogni ostacolo, fosse un sasso o uno stelo che avrebbe prodotto una spiga, per superarlo e fluire ovunque.
Era quanto aveva sperato durante le interminabili ore di fatica. Mentre contemplava lo spettacolo, rifletté sul fatto che avrebbe lasciato scorrere quell’acqua più che benedetta finché la terra fosse stata zuppa, ma non di più. Per fermarla sarebbe bastato ricollocare al suo posto la lastra di pietra. Si pentì di averla scagliata lontano.

L’effetto fu grandioso: i culmi, dissetati, drizzarono le spighe che, prima, pendevano quasi desolate di dover seccare anzitempo. La donna pianse di gioia e l’uomo ebbe un sorriso.
In capo a pochi giorni raccolsero, spezzando gli steli uno a uno, tutte quelle spighe e le riposero con cura dentro delle zucche svuotate, non fidandosi dei canestri, perché nemmeno un chicco andasse perduto.
Il raccolto li inebriò: avrebbero avuto abbondanza di farina e ne avanzavano tanti semi, da poter mettere a coltura non uno ma almeno quattro nuovi prati. C’era di che sfamare anche il figlio che la donna aveva in grembo e presto avrebbe partorito.

3_Il seminatore

In capo a qualche anno, un altro uomo, fratello del primo, spinse le sue capre a sud della catena del Carmelo, aggirò l’aridità del monte Ebal e dall’alto d’una cresta si trovò a dominare la pianura con lo sguardo. Oltre boschi di querce e prati insolitamente gialli, scorgeva il mare.
Le capre avevano figliato e le madri necessitavano di buon pascolo per poter allattare. Questo secondo uomo sapeva che i boschi nascondevano quei lupi bianchi chiazzati di giallo, che con un solo morso alla gola abbattevano i capretti e non temevano le corna del capro a capo del gregge.
Spinse dunque i suoi animali giù per l’ultima discesa e attraversò il bosco in fretta. Uscendone, si ritrovò in un vasto terreno dove crescevano fitti steli, tutti uguali, culminanti in spighe bionde che le capre presero a brucare avidamente.
Era il paradiso! Non ricordava di aver mai incontrato un pascolo migliore, sebbene non fosse certo la prima volta che scendeva nella piana di Saron. Avrebbe, sì, dovuto approfittare dell’estate per salire ancora più in alto, sulle ondulazioni del Carmelo, ma ora non si pentiva di quella deroga alla tradizione: dalle ultime creste, aveva intravisto altri pascoli biondi come quello, sparsi a partire dai boschi fin quasi al mare, e sarebbero stati preziosi, nell’inverno.
Quella notte dormì, con il gregge, al fondo del pascolo, sotto una luna tonda come la sua anima piena di speranza.

Si svegliò, avvertendo un’ombra sul viso. Quando aprì gli occhi, vide accanto a sé un altro uomo, in piedi.
«Caino!», gridò con gioia. Era, nell’immensità della piana, proprio il fratello che non vedeva da anni!
«Sei tu…», disse l’altro che già da un poco lo osservava.
«Sono proprio io. Che gioia! Come stai, fratello?»
«Sto per avere un figlio. O… una figlia: chi può saperlo?» Ma il tono non era festoso. Non il tono di chi ritrova il proprio fratello; non il tono di chi annuncia una prossima nascita.
Abele si alzò in piedi. Stavano uno di fronte all’altro e non comprendeva la freddezza ostile che leggeva nel volto dell’altro:
«Ho dei capretti giovani: possiamo andare alla tua capanna, sgozzarne uno ed essere contenti insieme. Che cosa ne dici, eh?»
«Sì, più tardi… Prima, però, andiamo ai campi».
«Campi? Che cosa sono i campi?»
«Te lo mostrerò. E te lo spiegherò. Ora lascia qui il tuo gregge. Grazie al mio lavoro, i lupi non vengono più: si sono allontanati dai boschi qui, intorno».
«Impossibile! Chi può fermare i lupi?»
«Io posso fermare i lupi. Io con il mio lavoro posso!»
«Ti credo, fratello. Mi sembri teso. Non ho detto il contrario. Sono soltanto stupito!»
«Andiamo?»
«Andiamo».
Si avviarono. Caino portava la sua vanga di legno. Abele aveva il suo coltello di selce. Non camminarono a lungo: arrivarono a un prato come Abele ricordava che fossero tutti, prima di allora. Nessuna messe bionda: soltanto erbe, cardi, convolvoli, capperi; più in su, dove la pianura iniziava a curvarsi verso i colli, erica, cisti…
«Ritrovo i prati com’erano!», esclamava Abele, contento. «Non avevo mai visto, prima, quelle spighe così fitte…»
«Non ne avevi mai viste, eh?», domandò sottovoce Caino.
«Ma le capre le hanno gustate come non le ho mai viste brucare qualcosa!»
«Le hanno gustate, eh?…»
«Forse non ero mai sceso prima in quel punto…»
«Forse ci eri sceso, ma non era così, prima…»
«Può essere. Perché hai voluto venire proprio qui?»
«Ebbene, fratello, guarda tu stesso com’erano i prati, prima…»
«Prima di che cosa?»
«Prima che io e la donna ci ammazzassimo di fatica per coltivare le spighe che alle tue capre sono piaciute così tanto!»
«Coltivare? Che cosa significa?»
«Significa raccogliere i semi. Significa bruciare queste erbacce. Significa portare fin qui l’acqua, che non arriva da sola, sai? Significa seminare, cioè riconsegnare i semi alla terra, e poi vegliare ogni alba di ogni giorno di Dio perché gli uccelli non becchino i chicchi! Significa aspettare e aver paura: paura di una tromba d’aria, di un’incursione di cinghiali, di un incendio… Di un maledetto pastore che porti le sue fottute capre a mangiare quello che a noi serve a non morir di fame nell’inverno! Questo significa coltivare, pastore maledetto! Tre volte maledetto!»
«Caino…»
La vanga lo colpì tra l’orecchio e la tempia. con la forza di un uomo che abbia lavorato senza sosta a mutare prati in campi. Abele crollò a terra, e la terra prese a bere il suo sangue. Caino ancora lo percosse sulla fronte con tutto se stesso. E ancora, una terza volta. Poi gettò la vanga di legno lontano e corse via.
La guerra tra stanziali e nomadi, tra agricoltori e pastori, era iniziata, e non sarebbe terminata mai, nei secoli, nei millenni.

4_Caino e Abele_Alberto Melari

 

MINIcainoabele

“Sergio Calzone. Quattro racconti”. Testi e immagini a cura di Giovanna Menegùs

 Immagini: Alberto Melari, “La raccolta delle erbe”, “Il grano” (particolare), “Le castagne”, “La defoliazione del mais” (particolare), “Il seminatore”, “Caino e Abele”. Olio su tela. Per gentile concessione dell’Autore. www.albertomelari.it

Pubblicato in “La poesia e lo spirito”

Sergio Calzone (Torino, 1951) ha pubblicato testi di critica letteraria; vari romanzi tra cui Trilogia del Rodano (La vigna dei Regard, Con una grazia inutile, Tutte le ore del giorno), 2013; Dimenticare è un dono, 2016; Achab e Ismaele, 2017; La paura della paura, 2018; racconti: Panamericana Norte, 2012; L’antilope di Mr. Papa, 2015; Pacha Mama (Madre Terra), 2017; e un manuale di citazioni a uso di scrittori esordienti: Ah! Scrivere!, 2016. Si è a lungo occupato di narrativa per ragazzi e di editoria scolastica. Nel 2015 ha fondato la casa editrice 96, rue de-La-Fontaine, che ha diretto fino al maggio 2018. 

2 pensieri su “Sergio Calzone. Racconto 2

  1. Gentilissimo Alberto Melari, mi creda: sono lusingato dal suo pensiero sul mio racconto. Quando Giovanna mi ha proposto di far comparire accanto a esso alcune riproduzioni di suoi quadri, sono rimasto subito colpito dalla simmetria tra parole e immagini. In particolare, quella di Caino che infierisce su Abele è di una potenza espressiva rara e assolutamente convincente nell’espressione quasi indifferente di Caino che sembra compiere un’azione che giudichi necessaria, più che cedere all’ira. Grande metafora dell’attuale barbarie. Grazie davvero per aver permesso di utilizzare le sue tele!

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