Avamposto. Una nuova rivista di poesia

Da domani 23 settembre sarà in rete Avamposto (www.avampostopoesia.com). Ne ho parlato con Sergio Bertolino, insieme a Giuseppe Todisco fondatore e direttore della rivista.

«Avamposto è uno spazio di ricerca – articolato in rubriche di approfondimento – che si propone di realizzare un dialogo vivo rivolto allo studio della poesia attraverso un approccio multidisciplinare», e al contempo un «luogo di riflessione sulla crisi del linguaggio» e le sue attuali dinamiche, si legge nella presentazione della rivista.
Bertolino – nato a Reggio Calabria nel 1984, un libro di poesia edito (Chiave di volta, ed. Nulla Die, 2018) e uno, La sete, in corso di pubblicazione per i tipi di Marco Saya – ogni giorno, Covid permettendo, attraversa lo Stretto per andare a insegnare lettere in un liceo di Messina. Un attraversamento proteso nel Mediterraneo, già quasi oltre l’Italia, che dal mio punto di osservazione all’estremo Nord della penisola mi piace considerare simbolico e beneaugurante rispetto all’impresa che prende il via…
Certo Reggio Calabria è geograficamente un punto estremo, un avamposto rispetto all’Italia. Ma che metaforicamente Avamposto voglia significare luogo di difesa della complessità, presidio di un certo tipo di poesia contro il pensiero unico e omologante, la sciatteria e l’approssimazione, Bertolino, che è anche cantautore, preferisce dirlo sottovoce. Durante la nostra conversazione (telefonica) parla di verticalità e irriducibilità della poesia. Di poesia come «cortocircuito da eccesso di senso» (Zanzotto). Di «un’etica dello scavo nella parola», perché «ogni parola è un abisso», e si rifà al giovane Ungaretti, che è attratto dai versi di Mallarmé proprio perché non li capisce e comprende così come la poesia sia vera quando contiene in sé un segreto.
Leggo un suo brano: «Conosco solo poeti morti. Senza fissità non c’è esattezza. È con la morte – nella morte – che la parola poetica si realizza. Il poeta, da vivo, è il deluso-illuso per eccellenza. Sa (ma fa lo stesso) che non esprime più di una nuvola, un pezzetto di sé e del mondo cui fa da specchio, che i suoi versi sono frutto di una strage, di perplessità e ripensamenti, sviste e compromessi.
La morte, invece, non lascia spazio di obiezione, il flusso si arresta; resta la pietra inamovibile, l’al di là del suo tempo, la certezza di un evento.
Forse è per questo che chi legge – rapportandosi al finito, ignorandone le piccole sciagure, i fallimenti, le approssimazioni – osserva la poesia meglio di chi l’ha scritta».

Bertolino, su Avamposto lei si occuperà dunque unicamente di poeti morti, o anche di poeti viventi – con tutte le approssimazioni che comporta la contemporaneità?

In realtà non voglio pormi limiti. Mi interessa la marginalità. Mi interessano poeti poco conosciuti o non abbastanza valorizzati. Faccio ad esempio i nomi di Lorenzo Calogero e Nadia Campana. Ma nella rivista riserveremo uno spazio anche a inediti di autori viventi.

Il progetto di Avamposto come e quando nasce, e a quali lettori idealmente si propone? O in altre parole, come intende collocarsi nel panorama delle riviste letterarie digitali (e cartacee) che un lettore può sfogliare in questo settembre 2020?

Il progetto ha preso forma nel periodo di quarantena, devo dire anche in modo sorprendente, come se si stesse organizzando da sé. Non di rado capitava che con Giuseppe Todisco avessimo le stesse idee simultaneamente. Insomma, una serie di fortunate coincidenze ha fatto sì che l’intero percorso accelerasse. Siamo rimasti colpiti, tra l’altro, dalla rapidità con cui si è definito il gruppo di lavoro: abbiamo quasi sempre ricevuto risposte entusiastiche alle nostre proposte di collaborazione.
Avamposto si rivolge a tutti gli appassionati di poesia, senza distinzioni di sorta. L’obiettivo è fornire un punto di vista alternativo sull’universo poetico. O meglio, una pluralità di punti di vista. Per questa ragione, per la scelta di un approccio multidisciplinare, proteiforme, la rivista si articola in rubriche, ciascuna con un taglio specifico. Credo sia il miglior metodo d’indagine, a prescindere dal campo di studio.

Avamposto proporrà dalle due alle tre uscite settimanali. Su quali collaboratori può contare, hanno profili ed età diverse?

Assolutamente sì. La varietà di profili ed età rispecchia appieno la nostra filosofia di “valorizzazione delle differenze”. Siamo aperti, agerarchici, convinti che la diversità sia arricchimento e che abbiano diritto di esistere tanti stili (di linguaggio, di pensiero ecc.) quante sono le persone. Avamposto può difatti contare sul contributo di poeti, critici, filosofi, fotografi, linguisti, dialettologi, semiologi e comparatisti. Voglio citare i nomi di tutti: oltre Giuseppe Todisco e me, collaborano alla rivista Andrea Annessi Mecci (In luce), Antonio Bux (Pardiez), Simone De Maio (La lanterna), Antonio Fiori (Terza voce), Alfonso Guida (Golpe), Giovanni Laera (Le Mot), Davide Toffoli (Recensioni) e William Vastarella (Vita dei segni).     

Una rubrica (In luce) è dedicata al rapporto tra poesia e fotografia. Per quanto riguarda la veste grafica e le immagini, la rivista avrà una linea caratterizzante?

È cosa nota che l’arte poetica si fonda sia sul suono che sull’immagine. Anzi, si potrebbe affermare che la poesia è in primo luogo un pensare per immagini. Mai come oggi si rivela necessario saper comunicare anche (se non soprattutto) visivamente. Viviamo nella società dell’immediatezza, e il linguaggio visivo è in tal senso particolarmente efficace. Abbiamo perciò prestato molta cura alla veste grafica, tentando di veicolare meglio i contenuti e rendere la nostra offerta più completa, fresca e – perché no? – accattivante. Se si vuol garantire una buona esperienza di lettura, non ci si può permettere d’ignorare le peculiarità dei media digitali.  

(Intervista a Sergio Bertolino. A cura di Giovanna Menegùs)

http://www.avampostopoesia.com

Pubblicato in La poesia e lo spirito

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