Sergio Calzone. Racconto 3

Muscat

Per una strada tra le dune e gli stagni arrivai a Frontignan. Dovetti fiancheggiare una grande raffineria della Mobil, sui cui serbatoi i gabbiani stavano appollaiati in cerchio, mentre, più in là, la fiamma azzurra delle scorie sembrava il tripode di un fantasma di olimpiade da Fahrenheit 451.

Il muscat giallo che lascia gli anelli nel bicchiere e lacrima sulle pareti, il muscat dal sapore moelleux, dal profumo quasi muffato di vaniglia e di noce, dalla consistenza già un po’ untuosa; il muscat aromatico occupava tutte le insegne, tutti i cartelli scritti a mano, tutti gli striscioni tesi attraverso la via: muscat di Frontignan, bottega del muscat, cantina del muscat… Delle automobili erano ferme davanti a queste botteghe e a queste cantine. Io pedalavo lentamente, cercando di decidere dove avrei smontato, per berlo, finalmente, questo muscat!
C’era però un uomo seduto a terra, la schiena contro il muro di una bottega, a pochi passi dall’entrata. Quando mi vide arrivare, alzò la bottiglia verso di me, tenendola per il collo:
«Viaggiatore, ti saluto…».
Risposi al suo benvenuto, rallentando.
L’uomo era evidentemente ubriaco ma manteneva il busto eretto, sostenendosi al muro, e seguiva con una certa precisione dello sguardo il mio sopraggiungere.
«Viaggiatore sul cavallo d’acciaio…»
«Bevitore dalla bottiglia di vetro…»
«Un sorso!» Mi porgeva la bottiglia, pulendo l’imboccatura con il palmo della mano sporca. «Qua!»
«Non così», provai a difendermi io. «La bottiglia si tiene per dopo: adesso entriamo e ne ordiniamo un bel bicchiere a testa». Mi ero ormai fermato ed ero smontato, appoggiando la bicicletta carica dei miei bagagli contro il muro, vicino a lui.
Scosse la testa:
«Impossibile, mio caro…»
«Pago io».
«Sei un amico, non dico di no, ma ti dico che è impossibile, perché non mi ci vogliono, lì, dentro…»
Guardai all’interno, dove due uomini e una donna stavano acquistando uno scatolone di bottiglie di vino. Un’automobile con targa danese era la più vicina. Mi sedetti accanto a lui.
Indicò con il pollice riverso la bottega alle sue spalle:
«Non lo crederesti: mi hanno spiegato che spavento i loro clienti».
«Che cosa hai combinato, lì dentro?»
«Niente. Ma, vedi, il problema adesso è che non mi reggo in piedi…» Mi guardava con un sorriso benigno e, contemporaneamente, si orinò addosso: restò a guardarsi, mentre l’orina, trapassando i calzoni, incominciava a correre sull’asfalto, tra le gambe distese e divaricate, e finiva nel rigagnolo lungo la via.
Non disse niente, poi mi guardò di sottecchi, e di nuovo si guardò i calzoni. Non poteva fare nulla.
Dalla bottega uscì un uomo e lo guardò, esasperato:
«Émile, che razza di maialate fai? Émile!»
Uscì un secondo uomo, e anche lui guardò l’ubriaco; poi guardò me, corrugando la fronte.
«Mi sono pisciato addosso, Constantin», con il tono quieto di chi è ancora sorpreso e risponde soprappensiero.
Il secondo uomo fece un passo verso di lui:
«Merda, vai a pisciare da un’altra parte, no?». Si sbracciava, come a scacciare un grosso insetto. «Togliti dal muro e vai a sbronzarti lontano da qui!».
Émile scuoteva la testa con pazienza:
«Non… non posso, Constantin. Perché non mi reggo in piedi».
«Non ti reggi perché bevi come un Cristo di maiale!»
«Lascia stare Cristo, Const…»
«Io lascio stare Cristo quando tu sparisci!»
«Cristo non c’entra…»
«Se ti pisci addosso davanti alla mia bottega, c’entra, eccome se c’entra», ribatté Constantin, avvicinandosi ancora all’ubriaco.
Non c’era che un paio di metri tra i due uomini infuriati ed Émile che continuava a stare seduto a gambe aperte, fradicio di orina.
Provai a prenderlo per un braccio:
«Andiamo?»
«Dove vuoi che vada, ragazzo? Io sto qui non perché mi piaccia ma soltanto perché non mi funzionano più le gambe».
«Sei sbronzo come un maiale!», sibilò Constantin.
«Hai lasciato stare Cristo: bravo!»
Il secondo uomo fece un altro passo, a pugni chiusi:
«Ti prendo di peso e ti sbatto in mezzo alla strada!»
Di nuovo gli toccai il braccio:
«Andiamo, Émile: qui sei dalla parte del sole. Ti rinscemisci, se stai ancora dalla parte del sole. Attraversiamo almeno la strada e mettiamoci all’ombra, no?»
Lui rideva:
«Se aspetti un momento, quello lì», indicava il secondo uomo a cui l’ira faceva guizzare i muscoli della mascella, «quello lì mi sbatte in mezzo alla strada, e allora abbiamo fatto già metà del percorso!»
«Émile!» Constantin sembrava sul punto di mettergli le mani addosso.
Lo sollevai per un braccio:
«Ti offro da bere da un’altra parte: vieni…»
«Qui, non mi ci vogliono…»
«Sacco di piscio!» Il secondo uomo gli mostrava il pugno.
Io lo spostavo a fatica, e davvero puzzava più del previsto. Provava a collaborare ma i suoi movimenti erano troppo lenti, per essere utili. In qualche modo finii per riuscire ad appoggiarlo al muro in ombra, sull’altro lato della strada.
Lui guardava la bottega. Taceva, pensando qualcosa.
I due uomini sembravano meno tesi, ora, e commentavano tra loro a bassa voce, guardando verso di noi.

«Constantin!» Émile, stando seduto all’ombra, aveva preso un’espressione cocciuta, come se lo sforzo a cui lo avevo sottoposto fosse in realtà servito a mettergli maggiormente in circolo l’alcool e fosse ora più ubriaco, rispetto a quando trattava tutti noi con l’ironia divertita di prima. «Mi senti, Constantin?»
«Ti sento, Émile. Non gridare!» L’uomo era in realtà a pochi metri. L’altro era rientrato nella bottega: attraverso la vetrina, lo si vedeva riordinare scatoloni a scomparti da sei bottiglie.
«Constantin!» Émile parlava con una buffa voce ultimativa. Aveva il tono di un militare che annunzi un attacco. «Constantin, l’hai voluto tu, Constantin…»
«Che cosa ho voluto, Émile, sentiamo…» L’ira se n’era andata dall’uomo e gli restava una rassegnazione paziente che sarebbe forse stata quasi amichevole, se non avesse temuto di ritrovarsi l’ubriaco sulla porta della bottega, a ingombrare i propri affari.
«Constantin!…»
Émile tardava a lanciare il proprio messaggio; doveva averlo scordato. Lo vidi guardare inquieto il tetto della bottega, spostando gli occhi continuamente, con la rapidità che gli poteva restare dopo tanto vino.
«Constantin!…»
«Che cosa vuoi ancora, Émile!»
Cercai di intromettermi:
«Lascia perdere, e riposati un poco. Poi, con calma, cerchiamo un’altra bottega…»
Lui mi scostò con la mano. Sembrava aver ricordato il suo messaggio:
«Constatin, l’avete voluto voi, Constantin: tu e il tuo amico…»
«Sì, che cosa abbiamo voluto?»
«Adesso è troppo tardi per fare moine, capisci?»
«Dimmi che cosa abbiamo voluto?»
«Constantin, dovevate pensarci prima, voi due, e non dovevate mostrarmi il pugno… A me!» Si voltò a guardarmi, indignato. «Quei due, prima, mi hanno mostrato il pugno…», scandì.
«Eri marcio di vino!»
«Constantin, l’avete voluto voi, non io, e adesso è tardi per pensarci…»
Constantin mise le mani in tasca:
«Perché non te ne vai a casa, adesso? Vai a casa».
«Io ho deciso…»
«Di andartene a casa?»
«Ma quale casa? Che c’entra la casa? Ho deciso, e tu non provare a farmi cambiare idea! Non sta a me cambiare idea, ormai: tu hai fatto il guaio».
«Lascia perdere…», gli dicevo io, toccandogli un braccio. Si vedeva adesso molto bene la macchia lasciata dall’orina sui suoi calzoni e davvero avrebbe dovuto andare a casa. Era facile prevedere che sarebbe stato complicato farcelo arrivare.
«Ebbene…» Alzò un braccio e tese un dito, per sottolineare la solennità del momento. «Ebbene, da oggi io berrò soltanto più birra, caro il mio Constantin… Soltanto birra. L’ho detto, e l’ho detto chiaro, che l’hai voluto tu. Tu e il tuo amico, quello là dentro… Mi hai sentito? Non toccherò più un solo bicchiere di vino. Peggio per te! Questo ti insegnerà a trattare meglio il tuo cliente». Mi guardò, in cerca di approvazione: io annuii subito, per farlo contento. «Berrò soltanto più birra, e della tua bottega sarà quello che sarà… Mi dispiace, ma non c’è più niente da fare!»
Fece uno sforzo per levarsi in piedi e riuscì ad appoggiare un ginocchio alla strada. Io lo sostenni, provai a sollevarlo: lui collaborò e finì per ritrovarsi eretto, appoggiato al muro. Mi guardò con tristezza:
«Sono stato troppo duro?».
«Sei stato molto chiaro: questo è sicuro…»
«Mi dispiace per lui. C’è rimasto male?» Non guardava l’altro lato della strada, dove anche il secondo uomo era uscito dalla bottega: entrambi scuotevano la testa, preparandosi a rientrare.
Io li guardai, poi mi volsi verso di lui: aspettava davvero di sapere da me…
«Lo senti? Li hai lasciati senza parole!»
«Mi dispiace per lui…» Scuoteva la testa, davvero addolorato. «Per quell’altro bestione, no, non me ne importa… Ma, tu lo capisci, davvero ne va della mia dignità, ormai…»
«Naturalmente».
«Mi immagino come saranno preoccupati e pentiti, adesso…»
Finsi di guardare nella bottega:
«Sì. Sono rimasti senza parole».
«Ma io berrò soltanto birra, e non possono più far niente per rimediare…»
«Sì. L’hanno voluto loro».
«Andrò a berla davanti alla loro bottega…»
«No, io, questo, non lo farei. Pensa che potresti spezzargli il cuore…»
«Va bene». Alzò la mano, magnanimo. «Ma sarà birra, lo giuro, perché un uomo ha un onore soltanto, e il mio ormai è impegnato, tu lo capisci, vero?»
«Il perdono… Non credi che sarebbe un gesto grande da parte tua, il perdono? Vedi?» Indicai la bottega. «Che ne sarebbe, di una attività come quella, se tu davvero non sapessi perdonare, e non bevessi più vino? I ragazzi, pensa ai ragazzi: avranno dei figli, i due disgraziati, e forse questi piccoli domanderanno un giorno perché non ci fu un futuro per loro…; di’, un futuro, non lo negherai a dei ragazzi?»
Mi voltai, a questo punto, a guardarlo, perché ormai ero stufo di lui e non avevo più nessuna voglia di ridere.
Lui, però, dormiva, e le mosche gli passeggiavano sulle mani e sulle brache, con intenzione.

“Sergio Calzone. Quattro racconti”. Testi e immagini a cura di Giovanna Menegùs

Immagini: Sergio Calzone, “Tournesols”, “Senza titolo, “Montpellier”

Sergio Calzone (Torino, 1951) ha pubblicato testi di critica letteraria; vari romanzi tra cui Trilogia del Rodano (La vigna dei Regard, Con una grazia inutile, Tutte le ore del giorno), 2013; Dimenticare è un dono, 2016; Achab e Ismaele, 2017; La paura della paura, 2018; racconti: Panamericana Norte, 2012; L’antilope di Mr. Papa, 2015; Pacha Mama (Madre Terra), 2017; e un manuale di citazioni a uso di scrittori esordienti: Ah! Scrivere!, 2016. Si è a lungo occupato di narrativa per ragazzi e di editoria scolastica. Nel 2015 ha fondato la casa editrice 96, rue de-La-Fontaine, che ha diretto fino al maggio 2018. 

Pubblicato in “La poesia e lo spirito

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