Paky Ferrara. Inediti (con una nota)

Un ragazzo pesca il suo viso insoluto,
dall’acqua.
È ridotto a lontananza
nella pozza di luce –
l’abbaglio ci deruba d’ogni prossimità –

Una radio accesa, laggiù,
dove la solitudine fa più esposte parole,
come le mie in presenza delle tue.

Io mi apposto come un animale lungo,
allerta su queste facce del tempo, in estrarsi
dall’ubiquità inascoltata d’un dado.

Sono il barometro della mia sete.
Dove mi dico “Appari, mio mondo –”
scompari nel tuo tutto.
                                     E confermo così
la solidità che perdura delle ore buie –
nella scomposizione d’uno sguardo andato,
nel feroce incarico di goccia singola
che resta unita, tra tensione
e sbilancio:

una teoria senza restringimenti, questa –
il cristallo fermo dalle labbra.

È una precisione
a perdere il silenzio –
            l’occasione d’un nome.

                          (È inaccessibile
il mio sogno –
un lampo
in un lampo annotato.)

Il ragazzo – non io – arresta il mio appunto,
rinchiude un canto.

*

Il cane eterno ha lo stesso nome
                             da tre secoli:
nessuno saprà mai se esso cambi,
restando o mutando uguale
in un cubico gioco alla Leibnitz.
Ma basta il nome sorretto da una voce
a farlo assomigliare pelo contro pelo
alla sua identica domanda randagia –
Tu chi sei? Noi chi ti siamo?

*

Benedico i miei bulli. Mi hanno annunciato
che qualcosa non andava in me, si staccava
a fare chiarore. Erano profeti rozzi
della mia diversità. E poeta al tempo
suonava “ricchione!” tra sputi
e palloni sgonfi.
Sono loro i miei primi estimatori
il riconoscimento di fuoco
che mi lasciava lacrime e prigione
inconfessabili dall’oltre. E non sapevo di essere solo
un apprendista della complicità
che abbisogno adesso coll’altrui dolore.

(E io ora scrivo, scrivo per loro
il mio occhio di farfalla sola, il mio indizio,
il mio amore affilatosi in un uomo).

*

Sono come un picchio,
un picchio che bussa ai fatti –
mi avvolgo con la lingua la testa, la durezza
che adopero nella mia fragilità
per fare solo teneri urti, crepare la scorza
compatta del reale, farne appena trucioli.

All’interno
tutto tace – il linguaggio
esiste per altri, non per noi
che lo sgrossiamo. Il risultato
è una ferita, il nido donato per viverci,
ripararsi dai piovaschi.

*

Se mia madre dice “mi piace”
l’esame è passato, il passato
si apre. La chiave semplice
d’una rondine su strage.

*

Faccio il calco di parole
dentro i vuoti –

Oggi al tg due uomini distesi – Pompei.
Chi lo schiavo e chi il padrone, non so,
irriconoscibile nel gesso
che in una morte permanente
li mantiene.
Erano due uomini con paura
di esistere nel fuoco.
Nulla di più di una casa sepolta,
dove resistono i vivi attimi in un foro
che ne racchiude l’arresto, il diluvio
di un qualunque giorno per cui ci svegliamo.

Io guardo quelle figure
di cui senza forme distinguo tutto.

E spero che, tra la cenere che lascia
dietro sé il tempo, anche di me
un abbraccio al mio nemico, al mio pensiero
punto sul delitto – sfugga solido
al di sotto, emerga in un urlo.
Si rifaccia singolo.

*

Da “Tre libri di poesia”. II

Usciamo dallo stock, apro la macchina.
Lascio i libri sopra al tettuccio.
Parliamo. Io parto.
Saranno caduti con un movimento buffo,
una pigrizia tuffata sopra alla curva,
ma io immagino che volino, si spagini
in una pioggia bianca la distruzione
di un libro di poesia. Siamo tornati indietro.
Abbiamo accostato senza frecce,
tirato il freno a mano. I camion
non frenano. Ma abitua a questa idea
di rischio salvato la poesia.

*

Disteso sul greto del mio pensiero
vedo scorrere l’acqua ruvida
delle idee. Ma sono anche a mare e qui,
senza pareti, ho il soffitto di nude nuvole
A fare similitudine con similitudine
della rapidità con cui compongono
e scompongono (a rimanerne intatte)
le forme rallentate da una sospensione.
Nella solitudine, la marea d’una poesia
può fare solo schizzi, prendere appena
un contorno, suggerire come solidi
la vanità distratta di volumi vuoti.
Immobile scorrerà per ora la registrazione:
una veduta subacquea dal mio basso.
Bolle senza previsioni sono queste parole.

Io solo questo posso, mentre prendo il sole:
creare la successione dei mondi
senza i corpi. Masticare una corrispondenza
tra fiato e dispersione.

**

Pasquale Pio (Paky) Ferrara è nato nel 1994 a Trani, dove vive. Formatosi come aiutoregista cinematografico, studia Lettere classiche all’Università di Bari. Sue liriche e prose poetiche sono apparse su Repubblica nella rubrica Bottega di Poesia curata da Vittorino Curci e su Avamposto presentate da Alfonso Guida.
Gli inediti qui proposti appartengono a un folto gruppo di testi avviati a costituire la sua prima raccolta. Da essi il giovane poeta ci viene incontro con una forza e sicurezza espressive, la compiutezza già di un mondo che non necessita, credo, di commenti o pezze giustificative.

Un poeta è un mondo dentro un uomo, diceva qualcuno.
Il mondo, la realtà e l’orizzonte, sono ampi, aperti su tutto, ma cercano «l’occasione d’un nome». Il nome del ragazzo e il nome del cane, che mutano restando uguali: il ragazzo che guarda il proprio volto nello specchio dell’acqua ed è guardato da un altro ragazzo; il cane eterno e randagio che domanda: «Tu chi sei? Noi chi ti siamo?».
Il mondo è il mondo. E il mondo è il ragazzo – che è sia se stesso sia l’altro, il ragazzo guardato: di modo che il doppio Narciso, il doppio guardare e guardarsi, forza il cerchio chiuso del narcisismo e crea un’interezza, restituisce una totalità.

Questo è vero nonostante alla richiesta, alla formula magica «Appari, mio mondo», segua o sembri seguire una scomparsa («scompari nel tuo tutto»). Il ragazzo-poeta, appostato «come un animale lungo» sulla soglia del mondo, raccoglie tutte le sue forze e pronuncia la parola potente, la parola poetica che vorrebbe e dovrebbe evocare le cose, il reale; e l’altro, l’oggetto d’amore coincide con il mondo: ovvero porta con sé, nel suo «tutto», la possibilità e la conoscibilità del reale, in cui è incluso anche l’io.
Se poeta è colui che vive il proprio mito, pare evidente come la lirica d’apertura fondi un mito, impostando l’ossatura e le linee portanti di un’architettura che si avverte durevole, che presumibilmente rimarrà sottotraccia a orientare il lavoro futuro dell’autore.

Allargando la lettura intorno a questo nucleo, espressioni come «la successione dei mondi / senza i corpi» e «una corrispondenza / tra fiato e dispersione» delineano lo spazio incerto e dilatato della poesia, la sua perenne e intermittente tensione fra singolo e umanità, istante frammentato e acquisizione di senso. In uno dei testi che qui non riporto Paky Ferrara accenna a un «poema saltato in una bocca / che non sa leggersi». Con andamento più ampio, quasi narrativo, in un altro rappresenta se stesso durante passeggiate in cui si seziona «il cuore con una lama da pota», facendone «germinare le puntuali / domande», di cui ascolta «il puntuto nascere».
Lama da pota, lama da poeta.

Un’assonanza casuale-significativa offerta dai versi sembra essere anche quella tra Paky e picchio (tre disegni del quale affiancano il testo nel dattiloscritto della raccolta in fieri; mentre nella poesia successiva si legge: «Ho ritrovato un libro sugli animali, / pieno di immagini»; il padre – racconta Paky – è «dottore forestale, inanellatore, di qui il mondo animale come necessità metaforica, specchio che riflette in richiami dall’infanzia»). La metafora della lingua del picchio – un unicum in natura, lunga tanto da disporsi intorno al cranio («Mi avvolgo con la lingua la testa») – è fertile di suggestioni e cortocircuiti. Lingua e linguaggio. Capacità di penetrazione e predazione, versatilità e rapidità, autoprotezione, mascheramento, auto-occultamento… «Abitua a questa idea / di rischio salvato la poesia»: nelle sue coordinate etiche e formali la poetica di questo ragazzo suona nitidamente matura, con una dizione che si imprime subito nella memoria (e sembra memore dell’ordo verborum della poesia latina, da lui frequentata nei suoi studi).

Giovanna Menegùs – pubblicato in La poesia e lo spirito

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