Guido Ceronetti, 1927-2018

Ceronetti_Ti saluto

Solo stamattina ho saputo che due giorni fa – il 13 settembre – è morto Guido Ceronetti, “filosofo ignoto”, traduttore di Giobbe e di Isaia, dei Salmi e del Cantico dei Cantici, scrittore (vertiginoso-divagante, onnisciente-onnivoro), poeta (aspro e diseguale), aforista (ineguagliabile), stilista e stilita, polemista, giornalista, marionettista, uomo di teatro, vegetariano, apocalittico amico di Cioran, innamorato delle donne (purché non indossino pantaloni), profeta in pectore e molto altro ancora. Continua a leggere

Carte da navigar

 

TRITTICO_Reveries_800

«Quando studiavo all’Accademia di Belle Arti di Venezia ho fatto una lunga ricerca sulle carte da navigar, le carte nautiche veneziane medievali, che Marco Polo chiamava anche mapemondi des mariner.
Queste carte disegnano, nella forma irregolare della pergamena, percorso dai raggi delle rose dei venti, un mondo costiero, al centro del quale è il mare; lungo il merletto delle coste, che sembra un esercizio di calligrafia, si arrampicano le scritte dei toponimi, che sembrano eleganti ghirigori.
Nell’entroterra sorgono città turrite con i loro vessilli colorati, e, oltre certi confini, abitano creature meravigliose: i mostri della tradizione classica rivisti in chiave cristiana; a volte compaiono, nei margini, figure di santi, il Cristo in croce o la Madonna col Bambino.
Tracciate inizialmente dagli stessi mercanti e marinai, le antiche carte nautiche accolgono senza contraddizione figure e simboli, legende e annotazioni tecniche, elementi decorativi, che ne fanno documenti geografici, manufatti artistici, testimonianze di una concezione del mondo.
C’è da perdersi. E da innamorarsi, come è successo a me.
Infatti, per tre anni, sia nell’ambito della pittura che dell’incisione, ho lavorato attingendo a tale immaginario. Subito dopo la laurea questo lavoro si è interrotto (non sto a dire perché, sarebbe troppo lungo, e poi non importa)… fino all’estate scorsa, quando ho letto il bando de I colori del sacro.
Quanto ci sia ancora, in queste nuove illustrazioni, delle mie ricerche di studentessa e delle favolose carte da navigar, chissà: ma mi piace avere ripreso il filo.»

Elisabetta Benfatto, Rêveries
trittico, inchiostri e grafite su carta, 2013

 

Reveries2_900Reveries3_900.jpg

Rassegna internazionale di illustrazione I colori del sacro
Settima edizione: Il viaggio
Museo Diocesano di Padova, 25 gennaio-2 giugno 2014

http://elisabettabenfatto.blogspot.com/
http://www.icoloridelsacro.org/

Pubblicato in La poesia e lo spirito

Il funambolo Ferrara

Funambolo_cover

Giuseppe Ferrara è uno straordinario personaggio che, per prima cosa, dall’originaria, lucana Potenza è andato ad abitare nella città iscritta nel proprio nome, manifestando così – involontariamente e casualmente, direbbe magari lui – un senso delle leggi verbali non comune. È ricercatore scientifico nel campo della fisica e poeta che si esprime in svariati registri. Cura il blog Il Post delle Fragole (thestrawberrypost.blogspot.com/). Che le leggi del verbo e della poesia reggano il cosmo insieme a quelle, oggi ben più accreditate, della fisica e della scienza, è suo profondo convincimento. Il verbo lo intende sia con la maiuscola (in una forte radice cristiana aperta alle sapienze orientali), sia con la minuscola del suono, la rima, le sperimentazioni e i giochi fra le parole.
Presento qui una scelta di versi tratti dal suo libro più recente, Appunti di viaggio di un funambolo muto (ed. Tracce, 2015), e a seguire un’Intervista immaginaria inedita. (GM)

*

da APPUNTI DI VIAGGIO DI UN FUNAMBOLO MUTO

co-nascere

poco prima di nascere ho visto
l’universo per l’ultima volta
sapevo dove erano riposti i colori
e come nascevano le stelle
prima di spuntare
parlavo con la vita
ignara di se stessa
e della sua creazione
[…]
d’improvviso conascerò
universo
e sarà la prima volta
che mi vedrò

[Conascere è conoscere, secondo una delle dottrine buddhiste più antiche (la Theravada).]

*

Al nord di tutto

A nord di me stesso
scuro come una cometa
orbito in attesa della prossima
discesa verso il sole
per sfiorare una volta
ancora la vita sulla terra
e nel viaggio lasciarmi
riprendere in una di quelle pose
solari nel sud dell’anima
tutto cielo e senza orizzonti.

*

Terra lucana

Cosa mi manca di questa terra, dici?
Il cielo, il cielo più profondo delle radici
di ulivi verdeargentati, il cielo
più intricato dei pini loricati. Mi manca
questo spazio tondo, questa fuga
da ogni orizzonte che mi ricorda
il fondo di una geologia che ha trafitto
il cielo di rocce, la cima di un’astronomia
che ha estratto stelle dalle grotte.

*

Ciò che mi assale dentro


Lo porto scritto in faccia

ciò che mi assale dentro.
Cosa ci posso fare, anch’io
Albino, cosa ci posso fare?
Sono uscito dalle stanze
in cui il cielo respirava
e ora questa città
mi sbatte in faccia le sue mura
e non trovo una via d’uscita
neanche per entrare.
Mi invadono nebbia e silenzio
senza trovare alcuna resistenza.
M’intimorisco quasi se giro tutto intorno,
gli sguardi e le parole mi prendono a pietrate
e quando si fa giorno è un’altra volta inverno.
Cosa devo fare, che cosa devo fare?
Comincia a mancare la nota
a questo cuore risuonato
che pesa ormai più della terra
più della maschera che indosso
o della persona che mi traveste.
Tutto è accaduto senza che accadesse nulla
perché la verità non era in quelle stanze
né chiusa dentro o fuori queste mura.
Lo porto scritto in faccia
ciò che mi assale dentro
perché tutto emerge su se stesso
e tutto s’accresce come un frattale.

Qui il cielo si consuma di silenzio e nebbia,
come gli sguardi.
Così respiro e rabbia.

[Il primo verso, in corsivo, è del poeta lucano Albino Pierro.]


*


Il giardiniere

Sono stato a potare versi tutto il giorno
sfidando intemperie di torti e rimpianti.
Sono solo un giardiniere dilettante e
così distante dal bricoleur peggiore.
Non spunterà alcuna ikea da questo orto
nè riuscirò a montare in casa un’azalea,
non sazierò di ceppi alcun camino
nè addrizzerò quel maledetto muro
storto.
Mi basterà innestare qualche parola
nella stagione giusta come quella
che non vivrò più in casa o nel giardino
solo una parola che negli inverni privi
di ceppi, di notti fredde e crocefisse
tu potrai usare come s’usa la luna
o il profumo di castagna e mandarino.

*

Sfumatura alta

Non sopporto niente e nessuno
meno che meno
me
che sono
un carpe diem quotidiano
insopportabile nell’istante che anela
alla luce come fa la falena,
nel punto che attira il raggio al fuoco.
Non sopporto la persistenza dell’io
che si ritrae soggetto dietro all’oggetto.

Tenevo a quell’occhiata allo specchietto
che il barbiere avvicinava alla mia nuca
per apprezzare l’altezza della sfumatura.

*

A mia figlia domani

Il ricordo più bello
che conservo
è l’immagine di te
anziana su questa
spiaggia
mentre rievochi
l’immagine che di
me avrai sfocata
quando ti accompagnavo
ai primi tuffi
a quelle bracciate
che ti avrebbero portata
ad acque altissime
e troppo profonde
per quello che eri allora
facili per quello che
sei diventata.
Così difficili per me ora.

Magari rivedrai
in quella piccola
bambina
quello che siamo
stati e che saremo

tutti
ciottoli
che
vanno
e
vengono

smussati

e tra le braccia
di quella mamma
lo stesso telo
colorato che ti asciugò
lacrime e mare
e il sale che resta
sulla pelle
sempre.

*

E dopo che ti sei fatta terra

a mia madre

E dopo che ti sei fatta terra

Le parole che mi piantavi in testa
da bambino mentre mi vestivi
per la scuola o per la festa
si sono fatte erba e fieno.

E dopo che sei tornata acqua

Le lacrime che hai versato nei miei occhi
quando mi accudivi e mi mettevi
in guardia dalle gioie e dai dolori
si sono fatte rugiada e brine.

E dopo essere riemersa luce

I sogni che hai sognato nei miei sogni
senza riflessi e ombre si sono fatti
passi sicuri per quei pendii affannosi
e calmi orizzonti per i riposi.

*

Cosa abbiamo fatto
se non ripetere l’amore
come fosse una poesia
a memoria
che nessuno ha scritto
e tutti hanno imparato!
[…]
Tu sei venuta
a prendere il sole
sulla mia bocca
e la luna ci ha lasciati
nudi per un’altra notte.

*

Sul monte S. Biagio

Da quassù avverto
la profondità della costa.
Anche nella cecità del tramonto
o di un accennato chiarore d’alba
prevedo la stessa disposizione
di scogli, isole e approdi
orditi che si lasciano infilare
da trame di maree lucenti.
E il miracolo invisibile si ripete
per ogni filo e segno
tra un passaggio e l’altro
piano emerge il disegno.
E quanto più il mio passo
pende verso un silenzioso vuoto
tanto più il filo dolcemente vibra-
e tiene –

*

INTERVISTA IMMAGINARIA


Intervistatore – Allora hai mantenuto la promessa e mi hai concesso di sbirciare tra le pagine più vecchie della tua produzione poetica…

Giuseppe Ferrara – Sì, mi piaceva l’idea di passarti una certa coerenza di questa mia attività.

I – Cosa intendi dire?

GF – Che non sono vittima dell’estemporaneità e della tirannia del mordi e fuggi o delle frasi ad effetto… Sono dell’idea che proprio perché invia lo stesso segnale coerente, il poeta è poeta. Quindi quello che diceva Joyce a proposito della vita e dell’eco (NdR Se non ti piace quello che la vita ti manda indietro, cambia il messaggio che invii) è vero ma nel senso opposto: solo inviando lo stesso segnale il poeta registra il cambiamento della realtà che lo circonda. Coerenza quindi, come quella di una… pulsar.

I – Vedo quindi che al di là della tua professione di fisico dai molta importanza a quest’altra attività. Tu pensi quindi che la poesia avrà più spazio in futuro. Sai, noi italiani non siamo un popolo che ama leggere e meno che meno leggere poesia.

GF – Mah, proprio perché faccio un tipo di attività legata alla sfera tecnico-scientifica e quindi alla conoscenza analitica, credo fortemente che si abbia bisogno di poesia perché l’attività poetica, intesa come scrittura e lettura, contiene in sé una caratteristica unica: quella di racchiudere i tre modi che l’essere umano possiede per comprendere la realtà che lo… comprende.

I – Tre modi? Quali?

GF – Ah, ne parla ripetutamente Iosip Brodskij: «Le modalità cognitive dell’uomo sono quella analitica, quella intuitiva e quella profetica legata alla rivelazione. Ora soltanto la poesia le riesce ad unificare: questo è il motivo del suo primato. Esiste forse un’altra forma espressiva che ci parli della sensibilità umana in modo così intenso, concentrato, economico e musicale?».

I – Sì, anch’io penso che la poesia abbia questa caratteristica, ma anche la fisica, la scienza in generale non scherza, o sbaglio?

GF – Guarda, io ho studiato con curiosità e soddisfazione fisica e ho avuto la fortuna di esercitare attraverso il metodo galileiano le cose che ho imparato; con questo sono arrivato ad una conclusione ovviamente personale e assolutamente non definitiva: la scienza ha modificato la nostra percezione delle cose tanto da annullare lo scorrere del tempo e la persistenza di un’origine e tanto da trasformare cose Piccole in grandi e cose Grandi in piccole (e le maiuscole non son un caso).

I – Hai ragione!  Comunque sia, siamo nuovamente qui a parlare di poesia e della tua ultima raccolta Appunti di viaggio di un funambolo muto, edita da Tracce. Cosa vuoi dirci in proposito.

GF – Guarda, innanzitutto il numero di poesie è distribuito nel seguente modo: 22 nella sezione Il Cielo, 33 nella seconda sezione Il Filo, 44 nella terza Il Bilanciere e 55 haikù dell’Appendice Le orme dei passi. I numeri sono importanti perché sono proprio numeri da… funambolo. Comunque al di là di questo criterio numerico la scelta delle poesie cerca di soddisfare la lezione di Fortini.

I – Ah sì, leggo su Wikipedia (solo per velocizzare la cosa, sia ben chiaro): «22 è il numero dell’onestà e sincerità…» e giustamente un funambolo non può barare; continuo «… pur se il soggetto avrà la tendenza a vivere sulle nuvole non dimentica la quotidianità, la terra».

GF – Sì. Ecco perché gli Appunti cominciano con il grido del marinaio della Pinta: «Terra! Terra!», e finiscono con lo stesso grido di un astronauta della Stazione Spaziale Internazionale. C’è molta voglia di Terra in questa raccolta e chi meglio di un funambolo potrebbe rappresentare questo desiderio di tornare sano e salvo con i piedi per terra?

I – Il 33, invece, leggo, è il numero del sacrificio e dei mistici: «… chi lo “possiede” è profondo nei suoi sentimenti, condivide le altrui sofferenze, fino a farle proprie».  Il 44 poi che è legato al numero di poesie della terza sezione, Il Bilanciere, ha a che fare evidentemente con l’equilibrio e quindi la Giustizia…

GF – Effettivamente chi porta il 44 può aspirare a diventare il portavoce dei bisogni, delle pari opportunità e insomma delle aspirazione degli altri. E non cerca, forse inconsapevolmente, di fare proprio questo il poeta?

I – Già. E infine arriviamo al 55: «chi possiede o è posseduto da questo numero trova nella sua attività cosciente, serenità, stabilità e forza di volontà»…

GF – Sì, sono le caratteristiche che appartengono alla poesia haikù orientale. Non mi pare il caso di dilungarci molto su questo ma in effetti il componimento dei tre versi da 5, 7 e 5 sillabe rispettivamente aspira al raggiungimento di questo equilibro tra dentro e fuori, tra anima e corpo, tra Uomo (inteso nella sua interezza) e Natura.

I – Hai accennato alla lezione di Fortini. Potresti essere più preciso. Pardon più chiaro… lo so che tieni più alla chiarezza che alla precisione.

GF – Giusto.  Cerco di sintetizzare: Fortini diceva che così come è impossibile ed impensabile abbandonare la poesia (in quanto attività antropologica come la matematica) altrettanto è impossibile ed impensabile separare le condizioni della scrittura da un sano principio di realtà. La poesia quindi è sempre qualcosa di… “terra terra”, nel senso che parte dalla e ci aiuta a tornare saldamente sulla Terra.

I – E quindi, se ben ricordo anch’io la lezione di Fortini, non è possibile trasmettere interpretazioni e informazioni qualora questa separazione dovesse prodursi.

GF – Esatto. Cioè c’è sempre una parentela e di alto grado tra i contratti sindacali o, per essere più attuali, il Job Acts e il modo di intendere una poesia di Zanzotto, Loi o Magrelli. Se vogliamo estremizzare potremmo appropriarci di un’affermazione ad effetto che ha fatto Franzen su questo benedetto principio di realtà.

I – E cioè…

F- Se 2+2 fa quattro e continua a fare 4; se siamo arrivati sulla Luna; se abbiamo inventato cose che non esistevano in Natura è perché Posidippo ha scritto i suoi epigrammi, Petrarca il Canzoniere, Shakespeare La tempesta e Basho Lo stretto sentiero per Oku.

I – Quindi la lezione qual è?

GF- In poesia come ben sai non esistono lezioni… Quello che posso dire è che trascurare le “strofe” a favore solo ed esclusivamente delle “algebre” non è il modo migliore per affrontare il futuro, a cominciare dalle sfide ambientali, climatiche e sociali fino ai nuovi viaggi spaziali e alla colonizzazione del sistema solare.

I – Mi sembra una dichiarazione forte, oggi che tutto viaggia sul web e nella scuola si dà sempre meno spazio alla letteratura, alle lingue cosiddette morte e in generale alla cultura umanistica.

GF – Hai ragione e proprio per questo mi piacerebbe finire questa nostra bella chiacchierata dicendo in modo paradossale che se vogliamo tentare (ancora) un’Unione europea o, addirittura, andare su Marte non possiamo farlo solo scaricando un’app per compilare dei moduli o testare un simulatore, ma anche vedendo/osservando/guardando dove tramonta il Sole. E magari provare ancora emozione per questo.

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Frammenti sull’arte. Angelo Andreotti (e Novalis)

Nascosto dell'opera_cover

 

1. […] Il nascosto dell’opera molto spesso è nascosto anche al suo autore. Una parte gli può essere rivelata dalla lettura che altri intraprendono. Viene il sospetto che l’opera sia l’insieme di tutte queste letture, oppure ciò che l’autore della sua opera ha lasciato aperto.

L’opera è una realtà indeterminata, in qualche modo mai conclusa e comunque mai completamente afferrabile. L’opera è sempre in opera. Per esistere ha bisogno di un osservatore, ma la presenza dell’osservatore la modifica: è così che dura nel tempo e sopra-vive al tempo. […]

29. Sono davanti all’opera.
Ho due alternative: domandare o ascoltare.

La domanda prevede che io chiuda la mia ricerca verso un punto che vorrei fosse una risposta. La domanda è pregiudiziale […]. Con la domanda pesco nel mio sapere. […]

L’ascolto prevede che io sappia fare il vuoto dentro di me, e quindi che il mio ascolto non sia filtrato dalle mie aspettative che mi riporterebbero nell’ambito del domandare. Con l’ascolto pesco nel sapere che non so. Dunque debbo entrare nel rapporto con l’opera nella condizione dell’apertura, praticare al massimo delle mie capacità l’esercizio del silenzio. […]

77. […] L’ignoto – che è enigma –, l’avanzare verso esso, verso il nuovo, ci pone in una condizione di fragilità. E in questa condizione di fragilità, in cui tutti i sensi si attivano, in cui tutta la nostra attenzione si acuisce, ecco che lo spazio si apre nel momento stesso in cui tu avanzi.

Quello spazio aperto puoi chiamarlo radura (Heidegger) oppure anche “chiaro bosco liberato” (Rilke). È comunque il luogo in cui tu partecipi del nascente nell’atto in cui dall’opera si rivela ciò che era (ma continua a restare) nascosto.

Sarà proprio questo suo restare “nascosto” a rivelarcene la presenza.

Angelo ANDREOTTI
Il nascosto dell’opera. Frammenti sull’eticità dell’arte
Italic Pequod, 2018, 120 pp.


1327.
Il vero lettore deve essere l’autore ampliato. Egli è l’istanza superiore che riceve la cosa già elaborata dall’istanza inferiore. Il sentimento col quale l’autore ha distinto i materiali del suo libro distingue nuovamente alla lettura la parte rozza dalla parte colta, e se il lettore elaborasse il libro secondo la sua idea, un secondo lettore lo purificherebbe ancor più, e così, mentre la massa elaborata passa continuamente in recipienti freschi e attivi, essa finisce per diventare parte essenziale, anello dello spirito attivo. […]

1710. Tutto ciò che è visibile è attaccato all’invisibile, l’udibile al non-udibile, il sensibile al non-sensibile. Forse il pensabile all’impensabile.


NOVALIS
Frammenti [Fragmente, 1795-1800]
Biblioteca Universale Rizzoli, 1976, 448 pp.
Introduzione di Enzo Paci, traduzione di Ervino Pocar

 

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Chandra. 13 parole (in un video)

 

 

Le straordinarie parole e la voce – lenta, infantile – di Chandra Livia Candiani sono capaci di raggiungere tutti, senza barriere culturali, linguistiche, di età o provenienza.  In questo cortometraggio realizzato da Katiuscia Da Corte fra San Vito di Cadore e, in seguito, Londra, si possono ascoltare – e riascoltare, perché certo si sentirà il desiderio di farlo.

Il più recente libro di poesia di CL Candiani è Fatti vivo, Einaudi, 2017.

Il cortometraggio – che ha ampia circolazione su YouTube, tra psicologi, insegnanti e persone che a vario titolo lavorano con “le parole che curano e accolgono” – è stato presentato a San Vito il 20 agosto presso l’Asilo Vecio.

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Genova è vicina

Genova è vicina, sull’altra riva del cuore.
Li vedo da qui i vostri movimenti quotidiani
i volti seri, i sorrisi saltuari.

Ci sono sere in cui mi sembra di vedere
le anime affacciarsi, provare a dire
la verità impossibile.

Rimane l’agrodolce per voi della mia terra
ma tutto accade
per una ragione imperscrutabile
e ritornare può essere
rinascere.

Antonio FIORI, Ci sono sere
da Nel verso ancora da scrivere, Manni, 2018

 

In questi giorni ferragostani tragici e tristissimi, di rabbia civile condivisa in tutta Italia, non solo a Genova, mi  è tornato in mente il verso iniziale – così dolce e  bello e affettuoso – di questa poesia di Antonio Fiori. Scritta dall’altra riva del mare, dalla Sardegna che guarda a Genova. Tutti la guardiamo in questi giorni.

L’alba e il fico di Giuliano Rinaldini

COGNIZIONE DI UN_ALBA

 

come un parto,
il cielo possiede nel suo silenzio
qualcosa di doloroso, nudamente
necessario.

l’asfalto si consuma.

presentazione del vuoto

in una città verde, feriale:

non c’è nessuna erba di campo.
nessuno lavora il suolo.

non c’è nemmeno un’aria per ascoltare?

nell’aria calva, frattura dell’udibile (del credibile),

forse un ronzio,

sibilo, come di brace capovolta.

(tutto) ritorna al fango
illeggibile.

[…]

parola raccolta nel fiato.
semina aspra, sparuta.

escono genti spente.

(un chiarore unge le cose)

o pietra, buttata per la fiducia della mente.

i labbri del vento percorrono i tetti.

è cosa buona,
è cosa buona.

da Cognizione di un’alba

 

«Cognizione di un’alba […] è un poemetto che nasce da frammenti, che ho appuntato in vari mattini nel corso di una ventina di mesi (2004-2005), e successivamente elaborato in un testo unitario. Il tentativo è quello di inserire questa frammentarietà in un unico flusso poematico: da qui nasce l’uso molto abbondante delle spaziature, di varia lunghezza, per rispettare una sorta di tempo interiore di “caduta” della parola, oppure di “emersione” dal silenzio della stessa. È anche un fatto dovuto alla cura della risultanza visiva del testo. Queste considerazioni sono valide anche dal punto di vista della metrica dei versi, nel tentativo di produrre una varietà di andamenti, in linea coi “movimenti” interiori ed esteriori che vengono descritti. L’opera è, come il titolo dice, la testimonianza di un confronto cognitivo, direi esistenziale, con l’alba, intesa in vari sensi: periodo della giornata, spazio urbano o suburbano, o addirittura metafisico. Durante la fase di organizzazione del materiale frammentario ho sovrapposto la riflessione legata a una lettura della Torah, che ha lasciato un’impronta strutturale. La prima sezione, più impersonale, descrive una lenta emersione dall’indistinto, come di fatto si trova anche nei primi capitoli della Genesi, e pure sono rintracciabili, nelle fasi di maggiore soggettività, tratti di Abramo, Isacco, Giacobbe. […] Ma tutto questo conta relativamente […]. Il tema di queste liriche rimane il ritratto di me stesso di fronte all’alba.»

 

*

 

c’è un fico             e la crepa
in cui vive,
la magrezza di terra.

sotto le foglie,       i frutti messi, appesi.

(nel finire delle estati, ho timore del tempo)

benedico.

[…]

tra i cortili e gli incendi fermi

essere una nudità sulla pianura.

udire un vento
(un rombante
mutuare)

un posto senza quota e danzante,
un umiliamento.

la fila di vecchie case.

e il prato che si allunga,
privo di punte, oscuro.

vedo le assemblee.

molti alberi lontani, grandi come edifici.

campi sfocati.
pollai.

l’umile risiedere di tutto.

da Sequenza del fico

 

Sia i versi sia il testo virgolettato di Giuliano Rinaldini – contenuto in una lunga lettera del novembre 2007 – sono tratti da: Giancarlo PONTIGGIA (a cura di), Il miele del silenzio. Antologia della giovane poesia italiana, Interlinea edizioni, 2009, pp. 179-188.

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Miele del silenzio_Pontiggia

 

Giuliano RINALDINI

Cognizione di un’alba
Premessa di Flavio Ermini e Riflessione critica di Iain Chambers
“Opera Prima”, Cierre Grafica, 2007

Sequenza del fico
“I lapislazzuli”, Joker, 2008

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Amore e risata cosmica in Annamaria Ferramosca

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dorme la mia bambina delle meraviglie
ancora irrubata dal mondo
intatta nel suo pianeta

Siccome su Andare per salti è stato già scritto moltissimo, con questa mia lettura anziché dar conto del libro nella sua interezza e nei suoi temi dichiarati mi prenderò la libertà di segnalare alcuni motivi al suo interno, alcuni testi specifici che hanno attratto la mia attenzione. Continua a leggere

Antonio Fiori, Nel verso ancora da scrivere

FIORI_Manni 2018_copertina

La poesia di Antonio Fiori, così apparentemente lieve, misurata e sorridente, nasce e si alimenta tutta dalla dichiarazione e consapevolezza della propria insufficienza: «patisce / perché non può sciogliere / i nodi alla gola, per quanto tenti / da sola». O più esplicitamente: «Per dirla tutta la poesia non basta». L’accettazione del proprio limite – di una sorta di dolente, vigile impotenza – la anima sottilmente, in una tensione che è tanto morale (e religiosa), quanto sensibile e sensuale, amorosa, e detta misure perlopiù brevi e composte sempre increspate dall’inquietudine, dai trasalimenti e le interrogazioni dell’umano vissuto. Così questo suo nuovo libro – nato come un’autoantologia in qualche modo conclusiva di un percorso: la raccolta dei versi di una vita, coprendo l’arco temporale 1999-2017 e considerando che Fiori, nato nel 1955, è arrivato a pubblicare in età matura – risulta invece di fatto aperto e rivolto al futuro, rilanciando idealmente il discorso in direzione del «verso ancora da scrivere». Gli inediti recenti qui presentati (anni 2016-17) lasciano intuire che di versi «ancora da scrivere» l’autore possa averne parecchi, cosa che si augura tanto al poeta quanto ai suoi lettori presenti e a venire.
E se di fronte alla vita e al suo dolore la poesia non basta, tanto più è un indispensabile farmaco, lenitivo, balsamo e conforto e sostegno: «la quotidiana dose» (titolo di un altro libro di Fiori) che il poeta – l’essere umano – senza vergogna e «in silenzio» si inietta. Perché «Amo senza farlo o lo faccio senza amore»: formula in cui Fiori racchiude una condizione esistenziale doppiamente negativa e contraddittoria.
Due volte l’amore, due volte l’azione, due volte il senza.
Ma se nelle operazioni algebriche il rapporto di forza tra segni più e segni meno segue regole precise, nel nostro caso le soluzioni dell’equazione, o dannazione, sono probabilmente più d’una, e i passaggi che portano al risultato presentano sfumature psicologiche ed emotive molto varie, in cui ciascun più acuisce o rovescia il rispettivo meno, mentre l’azione si rispecchia nel sentimento negato eppure presente, perdurante nella sua negazione, e viceversa: in un equilibrio dinamico e insieme bloccato che certo può riproporsi per mille diverse o uguali vite, mille diversi giorni…
Il tema che nei versi di Fiori più si intreccia a quello dell’amore è un pervasivo senso della fine, avvertita ora come progressivo dissolvimento, diminutio e spegnersi interiore del soggetto («Neanche il millisecondo attraversi indenne» recita l’incipit della raccolta), ora come vecchiaia e morte – l’ultima sezione del libro si intitola Fini, fughe, città. A questo proposito spicca la lirica In memoria di Giovanni Raboni, dove la figura del poeta evocato consente di esprimere al meglio, per interposta persona, la forza di un eros che fra scoperta e timore, «ostinata fatica» e gratitudine muove l’intera esistenza umana dall’«otre misterioso dell’infanzia» fin «dentro l’ombra che anticipa la fine».
Tuttavia qui la fine così spesso presentita non è forse o non pare mai del tutto tale, perché, come si diceva, in Fiori sullo sfondo è sempre presente un orizzonte ulteriore e di fede, connotato da improvvise visioni apocalittiche o escatologiche («Quando s’adempirà la profezia / e scopriremo l’alba ultima del mondo…»; «Il tempo scomparirà restando fermo / tutto sarà presente e sarà inteso…»), esami di coscienza in attesa del giorno del giudizio (in vista del quale, come si legge in alcuni versi autoironici qui non inclusi, viene conservato un vecchio diario), e l’auspicio, l’anelito a un «oriente spirituale»: ma più ancora a un «soccorritore» che «possa ritrovare / i nostri corpi esausti», crollati nel tentativo di avvicinarvisi almeno di qualche passo.
La dimensione teologica o ateologica e “antimetafisicante” è uno dei tratti più significativi che legano Antonio Fiori a Giorgio Caproni, suo dichiarato nume tutelare. Una “parentela” che registra anche casuali e suggestivi paralleli biografico-geografici: Fiori – dalla Sardegna in cui è nato e vive ma che pochissimo emerge nei suoi versi – ha intensamente frequentato la «Genova verticale» di caproniana memoria, negli anni dedicandole vari componimenti (cito qui solo il cantabile, trascinante incipit «Genova è vicina, sull’altra riva del cuore»). Fra i Leitmotiv caproniani che più di frequente si sentono risuonare nella poesia e nel mondo interiore di Fiori, voglio segnalare il tema-metafora del congedo, spesso associato a quello anch’esso ricorrente del viaggio: partenza-dipartita, addio e fuga e disperdersi, a volte con incertezze, ripensamenti e giochi di parole e scambi di ruoli nel momento del distacco (che è verbale e mentale, teatralizzato). Così, per esempio, scrive Caproni in due poesie de Il franco cacciatore datate 1975 e 1979:

Biglietto lasciato prima di non andar via

Se non dovessi tornare,
sappiate che non sono mai
partito.

Il mio viaggiare
è stato tutto un restare
qua, dove non fui mai.

*

Errata

Non sai mai dove sei.

Corrige

Non sei mai dove sai.

E così scrive Fiori in una poesia di In merceria (2012), e di seguito in un inedito del 2017:

Saluto

Speravo di vedervi prima d’andarmene
lasciarvi una valigia di carte
spiegarvi perché parto
abbracciarvi.
Invece scrivo
forse per dirvi altro
circuirvi meglio, con arte
indurvi a seguirmi, ad andarvene.

*

Fuggire

Fuggire domande e manoscritto
– nascondersi un tempo indefinito.
Non avvertire, andarsene soltanto.
Non salutare il figlio piccolino
– ti fermerebbe e salirebbe il rantolo.
Disperdersi – credimi – è destino

Ci sarebbe certo altro da dire su questo libro. Sul senso del tempo («temo la polvere che posa sui vestiti»), le poesie sulla poesia (Metapoesie) e quelle dedicate ad amici e maestri (Angelo Mundula in primis), gli incontri, alcuni Impropri haiku… Mi limito qui a richiamare l’attenzione su La stanza del dialogo, la lirica che intitola la sezione In questa stanza ed evoca molte cose insieme: uno spazio interiore e di coscienza (di reclusione, tortura e auto-tortura), il lettino dell’analista, il giudizio finale… La porta della stanza resta socchiusa, ma la sua finestra sul mondo è finta, e le pareti che separano dall’esterno sono sottili, illusorie forse, mentre ciò che risulta subito tremendamente reale, lancinante prima ancora di arrivare a trafiggerle, è «il dolore dei chiodi / per quadri infantili». Dove si apprezzano particolarmente la sobrietà di mezzi, l’onestà con cui Fiori raggiunge abitualmente il proprio risultato espressivo, perseguendo una poetica e un’etica che, di sfuggita, ha formulato così:

Per questo mi piaci, perché
anche se aggiungi, di falso
qualcosa, resti fedele ai fatti.

***

Antonio Fiori, Nel verso ancora da scrivere. 1999-2017
Manni, 2018
Collana “Pretesti”, 96 pp.

*

Una chiamata da fare

qualcuno che attende
un nome da ricordare
qualcosa da rendere
quello che non puoi dire
una porta da aprire
l’urgenza che avevi di vivere
nel verso ancora da scrivere.

*

Città per me (Quasi canzone)

I

Genova premurosa e straripante
– mia prima amica.
Insopportabile nostalgia dei tuoi bei giorni
quando i capelli fulvi riassettavi,
l’abito e il trucco
prima di aprirmi il mondo
e offrirmi il succo.

II

Cagliari irripetibile ed uguale
dovrei temerti già prima del viaggio,
così arrendevole in quest’isola severa,
Cagliari senza mattino e senza sera.

III

Di Roma il mio più bel ricordo
è via Merulana nel maggio dell’ottanta
ed il più triste Trevi nel novantatré.
Altro di mio non posso dirvi
della città peccaminosa e santa.

IV

Mi sentenziò Milano un’altra vita,
quella che poi è mai stata
(se non nella licenza di sognarla
tra via Manzoni, la Galleria e San Babila).

V

Addio Padova cara, alla deriva dal ’76
ora saprei dialogar col Santo
e addurre alto movente al suo cospetto,
ora che anche i miei parenti partono
tu t’allontani nella pianura, al largo…
finché balena non t’inghiottirà.

*

Per dirla tutta la poesia non basta

…………… hai voltato le spalle piene d’occhi
…………… – ancora vaghi nel sogno incancellabile

Per dirla tutta la poesia non basta
nemmeno fosse intero canzoniere
perché se pure m’aggiudicassi all’asta
parole d’oro, le migliori e vere
se scomparissi per lasciarti spazio
dentro i suoi versi, dentro le assonanze
seppure avessi la maestria di farlo
se fossi in grado di compiere il miracolo…
non ti riavrei. E ne sarei straziato.

Per questo non ti nomino,
per questo non ti canto.

*

Il compito

Capace di nasconderti
sotto una foglia gialla
portarci via in autunno
all’improvviso
o visitarci nel silenzio muto
all’aperto o al chiuso

Puntuale ma inattesa
in fondo sei costretta a farlo.
Chissà cosa daresti
per liberarti di noi,
della promessa visita
– magari un po’ di vita
ma non puoi

Potresti dare il manto nero forse
o gettare la falce cupa al fuoco
ma non lo fai

Come tutti anche tu
sei condannata al compito
– e lo sai

*

È silenzio dirompente sulle grida
è voce che scardina il silenzio.
Portamento regale nell’assedio
luce notturna, buio che c’illumina.
Come aquila incombe
invece è agnello
vita inerme che dura.

***

Pubblicato in La poesia e lo spirito

Una lettura di Ruderi del Tauro

PICASSO_Testa di toro_1942_Brera.jpg

La poesia di Enrico De Lea – e forse in particolare quella di questo libro, pubblicato nel 2009 da L’arcolaio – non è facile né immediata. Personalmente sono riuscita a (parzialmente) penetrare la sbrecciata, petrosa fortezza dei suoi Ruderi solo dopo alcuni tentativi di avvicinamento respinti dalla loro superficie “ostica” e “basaltica”. Finché a un certo punto è scattata in me un’emozione-riconoscimento: Emanuele Trevi, Qualcosa di scritto. Per un istante ho rivissuto la stessa forte emozione provata leggendo le ultime pagine, misteriche ed eleusine, del romanzo-saggio di Trevi su Pasolini; un’emozione accompagnata dalla sensazione di aver raggiunto zone analoghe (i misteri, le visioni e i riti mediterranei antichissimi), e quanto mai remote dall’esperienza umana e antropologica contemporanea.
L’altro riferimento attorno al quale mi è stato possibile comporre la materia e il senso di Ruderi del Tauro è pittorico-scultoreo, e anch’esso rimanda all’ambito antropologico oltre che artistico: i bucrani. Teste o teschi di bue e di toro. Tauro (il monte da cui prende nome Taormina) del resto significa toro. I ruderi del Tauro sono un cranio taurino: testa o scheletro di un possente animale primordiale scarnificato. Che la sovrapposizione di immagini sia anche letteralmente, etimologicamente vera non sarà un caso.
E l’immagine specifica che mi si è imposta è la grande Testa di toro di Picasso esposta alla Pinacoteca di Brera, davanti alla quale ho sostato molte volte. Insieme al soggetto, i Ruderi condividono con questo dipinto alcuni tratti formali. Ovvero la valenza violentemente espressionistica o cubista, nel senso di scomposizione e deformazione degli elementi strutturali e semantici. L’immagine (dipinta o verbale) si impone dunque con grande forza ed elementare asprezza: permane nel campo visivo (sensoriale) come presenza perentoria e difficilmente eludibile, di non semplice lettura, e che pure sfida, sollecita all’interpretazione. Un’interpretazione che per la stessa natura frammentaria e residuale della materia non potrà essere completa, né limpida, cosa che è evidente fin dal testo iniziale del libro:

(presto accade)

Poiché non sanno
l’enigma del puro proferire,
del suo freddo sentire
di quell’anno, presto accade
che l’arma del suo amare
s’arrenda, covi
ben due serpi di stile, in processione
luci dell’oscurato, da torrette.

In seguito all’incomprensione della comunità (gli altri che «non sanno»), a un enigma «puro» vengono a sostituirsi «ben due serpi di stile» e «luci dell’oscurato». Il passaggio è rapido e ineluttabile («presto accade»), e doloroso, trattandosi di una resa: l’arrendersi di un amore freddo e non pacifico («l’arma del suo amare»).
Da questo proemio sappiamo dunque che i versi che ci apprestiamo a leggere sono l’esito e il seguito di una battaglia sconfitta e di un amare respinto[1], costretto d’ora in poi a covare sotto le ceneri mutandosi, da lingua pura e univoca, in biforcuta lingua di serpente; mentre la luce che esso continua a emanare è una luce di «oscurato», un bagliore ossimorico e contrastato, rituale e intermittente («in processione… da torrette»).

Nel libro sono numerose le espressioni che richiamano a questa iniziale esperienza traumatica e di perdita, spossessamento e spaesamento, «narrativa del verbo senza carne» (p. 23) – e insieme a una sorta di espressionismo-cubismo: così per esempio nella lirica nuovamente intitolata (resa) si susseguono i termini «scompone», «informe», «assente», «sconsacrazione» (p. 55). Ma la parola-chiave dei Ruderi è, a mio avviso, «espianto», che riassume in immagine plastica l’idea enunciata di continuo anche in forme drammaticamente imperative («Sia scure! Sia partenza!», p. 31) e attraverso alcuni titoli: (il vino del distacco), (esiliati), (migrazione).
Dopo l’espianto si può solo essere dubbiosamente «aggrappati ad una forza irrisoria / del rito e delle sue esequie» (p. 28).

Secondo Giacomo Cerrai – gli interventi critici su Ruderi del Tauro sono numerosi e significativi, a partire dalla postfazione di Sebastiano Aglieco – «il principale protagonista di questo libro, al di là delle sue articolazioni e dei suoi riferimenti oggettivi, è il linguaggio»[2]. È vero che soprattutto Boschivo per le furie, la sezione centrale e più corposa del libro, presenta numerose conferme in questa direzione («Redime, / la carità del verbo, il torso ostico…», p. 33; «l’evoluzione dell’adorno / pasce il verbo», p. 35; «scorteccia / l’argine del verbo», p. 37; «l’oro / della serpe temporale», p. 38, con un richiamo alle «due serpi di stile» del proemio; «mozzate verba», p. 50). Attenuerei tuttavia l’affermazione, nel senso che da un lato si può dire che la centralità del linguaggio, ovvero della forma, valga per ogni autentica poesia e ogni risultato d’arte; dall’altro qui il linguaggio – il verbo, la poesia – è sempre anche visione e veggenza («Arte della visione include l’artificio / acceso del volto noto nell’osceno sguardo», p. 57; «Il folle zio Domenico è veggente, / urla gli incendi le miserie il secco», p. 15), e alla figura del folle veggente si affiancano e si confondono quelle dell’anacoreta (pp. 25-26) e del salvaticus, il «santo selvaggio» («vige luminescente il santo selvaggio», p. 52), povero e «piagato», «lazzariato»: (l’indigenza del santo), p. 54. Inoltre il linguaggio potente e stratificato, sintatticamente franto e oscuro dei Ruderi continua a evocare gli oggetti proprio nel negarli e proclamarli assenti, compiangerli, congetturarli, deformarli visionariamente.

E tornando al piano figurativo, noto che a rappresentare bucrani in Italia è stato soprattutto un siciliano al pari di De Lea trapiantato o espiantato fuori dall’Isola: Renato Guttuso. Ne ha dipinti molti, a partire dagli stessi anni della Testa di toro di Picasso, il 1942, fino al termine della sua vita, alla metà degli anni Ottanta. Sempre accompagnandoli ad altri oggetti-emblemi di una mediterraneità eterna, protostorica: giare per l’olio, sedie impagliate, foglie di cavolo e limoni, teschi umani («il risolino / eterno del teschio», p. 21) o mandibole di pescecane (nei Ruderi abbiamo la pesca al pescespada, p. 12), drappi rossi o neri…

GUTTUSO_Bucranio mandibola di pescecane e drappo nero contro il cielo_1984.jpg

Fra tutte, anche la poesia che mi si è offerta come più “classica” e “classicamente” interpretabile ha al centro, o meglio in apertura, l’immagine del bucranio, ed è posta quasi esattamente al centro del libro (p. 39).

(un’ora algida)

Un’ora algida, di pieve, spacca
la fresca testa del vitello.
Avvalla nelle gole
il fuoco dei verbaschi
la dismisura dei morti,
l’infanzia presso
una conca superstite di braci,
norma di casta lingua
nel corpo dell’olivo.
Sorge, arroventa, l’ansimo
al roveto.

Le cose che si potrebbero dire partendo da questi pochi versi sono persino troppe. Provo ad appuntarne brevemente almeno qualcuna.
Il sacrificio che «spacca / la fresca testa del vitello»: sacrificio biblico e cristiano e insieme prebiblico e mediterraneo, come tutta la simbologia che innerva non solo questa specifica lirica ma tutti i Ruderi
La compresenza o circolarità gelo-ardore (ora algida-arroventa): l’«ora algida» e la «fresca testa» iniziali, passando per «il fuoco dei verbaschi» e «una conca superstite di braci», si rovesciano in chiusura in un “roveto ardente”. Un’analoga polarità[3] è presente anche in (acque reali), testo eponimo della prima sezione che viene evocato anche nella copertina del libro sotto forma di fotografia, con un’immagine della Fontana dell’Acqua Reale di Casalvecchio Siculo, nel Messinese.
La trama sonora (un altro libro di De Lea si intitola Dall’intramata tessitura) che lega e mette in rilievo le parole-chiave del testo: pieve vitello avvalla verbaschi olivo arroventa roveto.
Pieve è il luogo della comunità, in senso insieme laico e religioso (plebs, pievano).
Vitello l’animale sacrificale, la creatura.
Avvalla il moto volto verso l’interno e il basso che prepara l’ardente moto ascensionale conclusivo, l’anelito a un Dio non nominato bensì evocato attraverso la sua manifestazione biblica a Mosè: «Sorge, arroventa, l’ansimo / al roveto».
verbaschi, come spiega l’autore in una nota a fine testo, sono «arbusti resinosi messi a bagno nell’olio, accesi a mo’ di torce […] portati in processione un tempo la sera del 24 marzo, vigilia della Festa dell’Annunziata, a Casalvecchio Siculo».
L’olivo e l’olio («l’olio per la carità dei morti», p. 23; «giara del tempo oleario», p. 55) hanno anch’essi un valore e un simbolismo sacrij. L’olivo qui pare anzi fisicamente incarnare la possibilità e la regola di un linguaggio lontano tanto dalle durezze dell’enigma quanto dall’artificio e gli inganni delle «due serpi di stile»: una «norma di casta lingua / nel corpo dell’olivo».

Al centro del testo – avvallata, inghiottita – sta «la dismisura dei morti».
In un mondo come quello attuale che sempre più cancella e nega l’invisibile e lo spirituale, la poesia è fra le poche esperienze dove continuino ad avere spazio ed esistere i morti. Il «morto luminoso» (p. 23), «le anime dei morti / che s’addensavano, uccelli che non svernano…» (p. 25), «Nell’assoluta libertà dei morti, / inquieto stormo nella cava / regione dei gelsi» (p. 52), «Ascesi pure i morti / in una sconsacrazione di ogni alba» (p. 55), «il vizio vernacolo dei morti» (p. 58).
Già solo per questo motivo – ritrovare, avvertire il mistero e l’immensa «dismisura dei morti» – vale la pena di provare a leggere questo libro difficile. (I libri facili, alla fine, spesso non vale la pena di leggerli.)

30 maggio 2018
Pubblicato in La poesia e lo spirito

IMMAGINI
Pablo Picasso, Testa di toro, 1942, Milano, Pinacoteca di Brera.
Renato Guttuso, Bucranio, mandibola di pescecane e drappo nero contro il cielo, 1984, Roma, Archivi Guttuso.
Pittore di Verghina, Ratto di Persefone (o Proserpina), 350 a.C. circa, Verghina, Macedonia (l’immagine è riprodotta in Emanuele Trevi, Qualcosa di scritto, Ponte alle Grazie, 2012).

NOTE
[1] Un amare che si trasforma in odio, nell’ottavo testo di Sequela del padre, a p. 22:

Il corpo della voce trema
alla vista del mare dei padri,
cala l’oblio sull’odio necessario
ed a voi, utenti dell’illuso teatro,
par finalmente sceneggiata pace.

E più avanti nel libro troviamo un «Esercito del disamare» (p. 56).

[2] http://ellisse.altervista.org/index.php?/archives/480-Su-Ruderi-del-Tauro-di-Enrico-De-Lea.html

[3] Buio-sole, luce-ombra: «I lavoranti oscurano il pensiero / al sole, tengono l’ombra in tasca / coi fazzoletti marci di sudore», p. 15. È la polarità mediterranea sintetizzata da Gesualdo Bufalino nella memorabile formula La luce e il lutto, titolo di una raccolta di prose brevi dedicate a luoghi, fatti e identità della Sicilia.

Ruderi del Tauro_De Lea
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