Antonio Fiori, Nel verso ancora da scrivere

FIORI_Manni 2018_copertina

La poesia di Antonio Fiori, così apparentemente lieve, misurata e sorridente, nasce e si alimenta tutta dalla dichiarazione e consapevolezza della propria insufficienza: «patisce / perché non può sciogliere / i nodi alla gola, per quanto tenti / da sola». O più esplicitamente: «Per dirla tutta la poesia non basta». L’accettazione del proprio limite – di una sorta di dolente, vigile impotenza – la anima sottilmente, in una tensione che è tanto morale (e religiosa), quanto sensibile e sensuale, amorosa, e detta misure perlopiù brevi e composte sempre increspate dall’inquietudine, dai trasalimenti e le interrogazioni dell’umano vissuto. Così questo suo nuovo libro – nato come un’autoantologia in qualche modo conclusiva di un percorso: la raccolta dei versi di una vita, coprendo l’arco temporale 1999-2017 e considerando che Fiori, nato nel 1955, è arrivato a pubblicare in età matura – risulta invece di fatto aperto e rivolto al futuro, rilanciando idealmente il discorso in direzione del «verso ancora da scrivere». Gli inediti recenti qui presentati (anni 2016-17) lasciano intuire che di versi «ancora da scrivere» l’autore possa averne parecchi, cosa che si augura tanto al poeta quanto ai suoi lettori presenti e a venire.
E se di fronte alla vita e al suo dolore la poesia non basta, tanto più è un indispensabile farmaco, lenitivo, balsamo e conforto e sostegno: «la quotidiana dose» (titolo di un altro libro di Fiori) che il poeta – l’essere umano – senza vergogna e «in silenzio» si inietta. Perché «Amo senza farlo o lo faccio senza amore»: formula in cui Fiori racchiude una condizione esistenziale doppiamente negativa e contraddittoria.
Due volte l’amore, due volte l’azione, due volte il senza.
Ma se nelle operazioni algebriche il rapporto di forza tra segni più e segni meno segue regole precise, nel nostro caso le soluzioni dell’equazione, o dannazione, sono probabilmente più d’una, e i passaggi che portano al risultato presentano sfumature psicologiche ed emotive molto varie, in cui ciascun più acuisce o rovescia il rispettivo meno, mentre l’azione si rispecchia nel sentimento negato eppure presente, perdurante nella sua negazione, e viceversa: in un equilibrio dinamico e insieme bloccato che certo può riproporsi per mille diverse o uguali vite, mille diversi giorni…
Il tema che nei versi di Fiori più si intreccia a quello dell’amore è un pervasivo senso della fine, avvertita ora come progressivo dissolvimento, diminutio e spegnersi interiore del soggetto («Neanche il millisecondo attraversi indenne» recita l’incipit della raccolta), ora come vecchiaia e morte – l’ultima sezione del libro si intitola Fini, fughe, città. A questo proposito spicca la lirica In memoria di Giovanni Raboni, dove la figura del poeta evocato consente di esprimere al meglio, per interposta persona, la forza di un eros che fra scoperta e timore, «ostinata fatica» e gratitudine muove l’intera esistenza umana dall’«otre misterioso dell’infanzia» fin «dentro l’ombra che anticipa la fine».
Tuttavia qui la fine così spesso presentita non è forse o non pare mai del tutto tale, perché, come si diceva, in Fiori sullo sfondo è sempre presente un orizzonte ulteriore e di fede, connotato da improvvise visioni apocalittiche o escatologiche («Quando s’adempirà la profezia / e scopriremo l’alba ultima del mondo…»; «Il tempo scomparirà restando fermo / tutto sarà presente e sarà inteso…»), esami di coscienza in attesa del giorno del giudizio (in vista del quale, come si legge in alcuni versi autoironici qui non inclusi, viene conservato un vecchio diario), e l’auspicio, l’anelito a un «oriente spirituale»: ma più ancora a un «soccorritore» che «possa ritrovare / i nostri corpi esausti», crollati nel tentativo di avvicinarvisi almeno di qualche passo.
La dimensione teologica o ateologica e “antimetafisicante” è uno dei tratti più significativi che legano Antonio Fiori a Giorgio Caproni, suo dichiarato nume tutelare. Una “parentela” che registra anche casuali e suggestivi paralleli biografico-geografici: Fiori – dalla Sardegna in cui è nato e vive ma che pochissimo emerge nei suoi versi – ha intensamente frequentato la «Genova verticale» di caproniana memoria, negli anni dedicandole vari componimenti (cito qui solo il cantabile, trascinante incipit «Genova è vicina, sull’altra riva del cuore»). Fra i Leitmotiv caproniani che più di frequente si sentono risuonare nella poesia e nel mondo interiore di Fiori, voglio segnalare il tema-metafora del congedo, spesso associato a quello anch’esso ricorrente del viaggio: partenza-dipartita, addio e fuga e disperdersi, a volte con incertezze, ripensamenti e giochi di parole e scambi di ruoli nel momento del distacco (che è verbale e mentale, teatralizzato). Così, per esempio, scrive Caproni in due poesie de Il franco cacciatore datate 1975 e 1979:

Biglietto lasciato prima di non andar via

Se non dovessi tornare,
sappiate che non sono mai
partito.

Il mio viaggiare
è stato tutto un restare
qua, dove non fui mai.

*

Errata

Non sai mai dove sei.

Corrige

Non sei mai dove sai.

E così scrive Fiori in una poesia di In merceria (2012), e di seguito in un inedito del 2017:

Saluto

Speravo di vedervi prima d’andarmene
lasciarvi una valigia di carte
spiegarvi perché parto
abbracciarvi.
Invece scrivo
forse per dirvi altro
circuirvi meglio, con arte
indurvi a seguirmi, ad andarvene.

*

Fuggire

Fuggire domande e manoscritto
– nascondersi un tempo indefinito.
Non avvertire, andarsene soltanto.
Non salutare il figlio piccolino
– ti fermerebbe e salirebbe il rantolo.
Disperdersi – credimi – è destino

Ci sarebbe certo altro da dire su questo libro. Sul senso del tempo («temo la polvere che posa sui vestiti»), le poesie sulla poesia (Metapoesie) e quelle dedicate ad amici e maestri (Angelo Mundula in primis), gli incontri, alcuni Impropri haiku… Mi limito qui a richiamare l’attenzione su La stanza del dialogo, la lirica che intitola la sezione In questa stanza ed evoca molte cose insieme: uno spazio interiore e di coscienza (di reclusione, tortura e auto-tortura), il lettino dell’analista, il giudizio finale… La porta della stanza resta socchiusa, ma la sua finestra sul mondo è finta, e le pareti che separano dall’esterno sono sottili, illusorie forse, mentre ciò che risulta subito tremendamente reale, lancinante prima ancora di arrivare a trafiggerle, è «il dolore dei chiodi / per quadri infantili». Dove si apprezzano particolarmente la sobrietà di mezzi, l’onestà con cui Fiori raggiunge abitualmente il proprio risultato espressivo, perseguendo una poetica e un’etica che, di sfuggita, ha formulato così:

Per questo mi piaci, perché
anche se aggiungi, di falso
qualcosa, resti fedele ai fatti.

***

Antonio Fiori, Nel verso ancora da scrivere. 1999-2017
Manni, 2018
Collana “Pretesti”, 96 pp.

*

Una chiamata da fare

qualcuno che attende
un nome da ricordare
qualcosa da rendere
quello che non puoi dire
una porta da aprire
l’urgenza che avevi di vivere
nel verso ancora da scrivere.

*

Città per me (Quasi canzone)

I

Genova premurosa e straripante
– mia prima amica.
Insopportabile nostalgia dei tuoi bei giorni
quando i capelli fulvi riassettavi,
l’abito e il trucco
prima di aprirmi il mondo
e offrirmi il succo.

II

Cagliari irripetibile ed uguale
dovrei temerti già prima del viaggio,
così arrendevole in quest’isola severa,
Cagliari senza mattino e senza sera.

III

Di Roma il mio più bel ricordo
è via Merulana nel maggio dell’ottanta
ed il più triste Trevi nel novantatré.
Altro di mio non posso dirvi
della città peccaminosa e santa.

IV

Mi sentenziò Milano un’altra vita,
quella che poi è mai stata
(se non nella licenza di sognarla
tra via Manzoni, la Galleria e San Babila).

V

Addio Padova cara, alla deriva dal ’76
ora saprei dialogar col Santo
e addurre alto movente al suo cospetto,
ora che anche i miei parenti partono
tu t’allontani nella pianura, al largo…
finché balena non t’inghiottirà.

*

Per dirla tutta la poesia non basta

…………… hai voltato le spalle piene d’occhi
…………… – ancora vaghi nel sogno incancellabile

Per dirla tutta la poesia non basta
nemmeno fosse intero canzoniere
perché se pure m’aggiudicassi all’asta
parole d’oro, le migliori e vere
se scomparissi per lasciarti spazio
dentro i suoi versi, dentro le assonanze
seppure avessi la maestria di farlo
se fossi in grado di compiere il miracolo…
non ti riavrei. E ne sarei straziato.

Per questo non ti nomino,
per questo non ti canto.

*

Il compito

Capace di nasconderti
sotto una foglia gialla
portarci via in autunno
all’improvviso
o visitarci nel silenzio muto
all’aperto o al chiuso

Puntuale ma inattesa
in fondo sei costretta a farlo.
Chissà cosa daresti
per liberarti di noi,
della promessa visita
– magari un po’ di vita
ma non puoi

Potresti dare il manto nero forse
o gettare la falce cupa al fuoco
ma non lo fai

Come tutti anche tu
sei condannata al compito
– e lo sai

*

È silenzio dirompente sulle grida
è voce che scardina il silenzio.
Portamento regale nell’assedio
luce notturna, buio che c’illumina.
Come aquila incombe
invece è agnello
vita inerme che dura.

***

Pubblicato in La poesia e lo spirito

Una lettura di Ruderi del Tauro

PICASSO_Testa di toro_1942_Brera.jpg

La poesia di Enrico De Lea – e forse in particolare quella di questo libro, pubblicato nel 2009 da L’arcolaio – non è facile né immediata. Personalmente sono riuscita a (parzialmente) penetrare la sbrecciata, petrosa fortezza dei suoi Ruderi solo dopo alcuni tentativi di avvicinamento respinti dalla loro superficie “ostica” e “basaltica”. Finché a un certo punto è scattata in me un’emozione-riconoscimento: Emanuele Trevi, Qualcosa di scritto. Per un istante ho rivissuto la stessa forte emozione provata leggendo le ultime pagine, misteriche ed eleusine, del romanzo-saggio di Trevi su Pasolini; un’emozione accompagnata dalla sensazione di aver raggiunto zone analoghe (i misteri, le visioni e i riti mediterranei antichissimi), e quanto mai remote dall’esperienza umana e antropologica contemporanea.
L’altro riferimento attorno al quale mi è stato possibile comporre la materia e il senso di Ruderi del Tauro è pittorico-scultoreo, e anch’esso rimanda all’ambito antropologico oltre che artistico: i bucrani. Teste o teschi di bue e di toro. Tauro (il monte da cui prende nome Taormina) del resto significa toro. I ruderi del Tauro sono un cranio taurino: testa o scheletro di un possente animale primordiale scarnificato. Che la sovrapposizione di immagini sia anche letteralmente, etimologicamente vera non sarà un caso.
E l’immagine specifica che mi si è imposta è la grande Testa di toro di Picasso esposta alla Pinacoteca di Brera, davanti alla quale ho sostato molte volte. Insieme al soggetto, i Ruderi condividono con questo dipinto alcuni tratti formali. Ovvero la valenza violentemente espressionistica o cubista, nel senso di scomposizione e deformazione degli elementi strutturali e semantici. L’immagine (dipinta o verbale) si impone dunque con grande forza ed elementare asprezza: permane nel campo visivo (sensoriale) come presenza perentoria e difficilmente eludibile, di non semplice lettura, e che pure sfida, sollecita all’interpretazione. Un’interpretazione che per la stessa natura frammentaria e residuale della materia non potrà essere completa, né limpida, cosa che è evidente fin dal testo iniziale del libro:

(presto accade)

Poiché non sanno
l’enigma del puro proferire,
del suo freddo sentire
di quell’anno, presto accade
che l’arma del suo amare
s’arrenda, covi
ben due serpi di stile, in processione
luci dell’oscurato, da torrette.

In seguito all’incomprensione della comunità (gli altri che «non sanno»), a un enigma «puro» vengono a sostituirsi «ben due serpi di stile» e «luci dell’oscurato». Il passaggio è rapido e ineluttabile («presto accade»), e doloroso, trattandosi di una resa: l’arrendersi di un amore freddo e non pacifico («l’arma del suo amare»).
Da questo proemio sappiamo dunque che i versi che ci apprestiamo a leggere sono l’esito e il seguito di una battaglia sconfitta e di un amare respinto[1], costretto d’ora in poi a covare sotto le ceneri mutandosi, da lingua pura e univoca, in biforcuta lingua di serpente; mentre la luce che esso continua a emanare è una luce di «oscurato», un bagliore ossimorico e contrastato, rituale e intermittente («in processione… da torrette»).

Nel libro sono numerose le espressioni che richiamano a questa iniziale esperienza traumatica e di perdita, spossessamento e spaesamento, «narrativa del verbo senza carne» (p. 23) – e insieme a una sorta di espressionismo-cubismo: così per esempio nella lirica nuovamente intitolata (resa) si susseguono i termini «scompone», «informe», «assente», «sconsacrazione» (p. 55). Ma la parola-chiave dei Ruderi è, a mio avviso, «espianto», che riassume in immagine plastica l’idea enunciata di continuo anche in forme drammaticamente imperative («Sia scure! Sia partenza!», p. 31) e attraverso alcuni titoli: (il vino del distacco), (esiliati), (migrazione).
Dopo l’espianto si può solo essere dubbiosamente «aggrappati ad una forza irrisoria / del rito e delle sue esequie» (p. 28).

Secondo Giacomo Cerrai – gli interventi critici su Ruderi del Tauro sono numerosi e significativi, a partire dalla postfazione di Sebastiano Aglieco – «il principale protagonista di questo libro, al di là delle sue articolazioni e dei suoi riferimenti oggettivi, è il linguaggio»[2]. È vero che soprattutto Boschivo per le furie, la sezione centrale e più corposa del libro, presenta numerose conferme in questa direzione («Redime, / la carità del verbo, il torso ostico…», p. 33; «l’evoluzione dell’adorno / pasce il verbo», p. 35; «scorteccia / l’argine del verbo», p. 37; «l’oro / della serpe temporale», p. 38, con un richiamo alle «due serpi di stile» del proemio; «mozzate verba», p. 50). Attenuerei tuttavia l’affermazione, nel senso che da un lato si può dire che la centralità del linguaggio, ovvero della forma, valga per ogni autentica poesia e ogni risultato d’arte; dall’altro qui il linguaggio – il verbo, la poesia – è sempre anche visione e veggenza («Arte della visione include l’artificio / acceso del volto noto nell’osceno sguardo», p. 57; «Il folle zio Domenico è veggente, / urla gli incendi le miserie il secco», p. 15), e alla figura del folle veggente si affiancano e si confondono quelle dell’anacoreta (pp. 25-26) e del salvaticus, il «santo selvaggio» («vige luminescente il santo selvaggio», p. 52), povero e «piagato», «lazzariato»: (l’indigenza del santo), p. 54. Inoltre il linguaggio potente e stratificato, sintatticamente franto e oscuro dei Ruderi continua a evocare gli oggetti proprio nel negarli e proclamarli assenti, compiangerli, congetturarli, deformarli visionariamente.

E tornando al piano figurativo, noto che a rappresentare bucrani in Italia è stato soprattutto un siciliano al pari di De Lea trapiantato o espiantato fuori dall’Isola: Renato Guttuso. Ne ha dipinti molti, a partire dagli stessi anni della Testa di toro di Picasso, il 1942, fino al termine della sua vita, alla metà degli anni Ottanta. Sempre accompagnandoli ad altri oggetti-emblemi di una mediterraneità eterna, protostorica: giare per l’olio, sedie impagliate, foglie di cavolo e limoni, teschi umani («il risolino / eterno del teschio», p. 21) o mandibole di pescecane (nei Ruderi abbiamo la pesca al pescespada, p. 12), drappi rossi o neri…

GUTTUSO_Bucranio mandibola di pescecane e drappo nero contro il cielo_1984.jpg

Fra tutte, anche la poesia che mi si è offerta come più “classica” e “classicamente” interpretabile ha al centro, o meglio in apertura, l’immagine del bucranio, ed è posta quasi esattamente al centro del libro (p. 39).

(un’ora algida)

Un’ora algida, di pieve, spacca
la fresca testa del vitello.
Avvalla nelle gole
il fuoco dei verbaschi
la dismisura dei morti,
l’infanzia presso
una conca superstite di braci,
norma di casta lingua
nel corpo dell’olivo.
Sorge, arroventa, l’ansimo
al roveto.

Le cose che si potrebbero dire partendo da questi pochi versi sono persino troppe. Provo ad appuntarne brevemente almeno qualcuna.
Il sacrificio che «spacca / la fresca testa del vitello»: sacrificio biblico e cristiano e insieme prebiblico e mediterraneo, come tutta la simbologia che innerva non solo questa specifica lirica ma tutti i Ruderi
La compresenza o circolarità gelo-ardore (ora algida-arroventa): l’«ora algida» e la «fresca testa» iniziali, passando per «il fuoco dei verbaschi» e «una conca superstite di braci», si rovesciano in chiusura in un “roveto ardente”. Un’analoga polarità[3] è presente anche in (acque reali), testo eponimo della prima sezione che viene evocato anche nella copertina del libro sotto forma di fotografia, con un’immagine della Fontana dell’Acqua Reale di Casalvecchio Siculo, nel Messinese.
La trama sonora (un altro libro di De Lea si intitola Dall’intramata tessitura) che lega e mette in rilievo le parole-chiave del testo: pieve vitello avvalla verbaschi olivo arroventa roveto.
Pieve è il luogo della comunità, in senso insieme laico e religioso (plebs, pievano).
Vitello l’animale sacrificale, la creatura.
Avvalla il moto volto verso l’interno e il basso che prepara l’ardente moto ascensionale conclusivo, l’anelito a un Dio non nominato bensì evocato attraverso la sua manifestazione biblica a Mosè: «Sorge, arroventa, l’ansimo / al roveto».
verbaschi, come spiega l’autore in una nota a fine testo, sono «arbusti resinosi messi a bagno nell’olio, accesi a mo’ di torce […] portati in processione un tempo la sera del 24 marzo, vigilia della Festa dell’Annunziata, a Casalvecchio Siculo».
L’olivo e l’olio («l’olio per la carità dei morti», p. 23; «giara del tempo oleario», p. 55) hanno anch’essi un valore e un simbolismo sacrij. L’olivo qui pare anzi fisicamente incarnare la possibilità e la regola di un linguaggio lontano tanto dalle durezze dell’enigma quanto dall’artificio e gli inganni delle «due serpi di stile»: una «norma di casta lingua / nel corpo dell’olivo».

Al centro del testo – avvallata, inghiottita – sta «la dismisura dei morti».
In un mondo come quello attuale che sempre più cancella e nega l’invisibile e lo spirituale, la poesia è fra le poche esperienze dove continuino ad avere spazio ed esistere i morti. Il «morto luminoso» (p. 23), «le anime dei morti / che s’addensavano, uccelli che non svernano…» (p. 25), «Nell’assoluta libertà dei morti, / inquieto stormo nella cava / regione dei gelsi» (p. 52), «Ascesi pure i morti / in una sconsacrazione di ogni alba» (p. 55), «il vizio vernacolo dei morti» (p. 58).
Già solo per questo motivo – ritrovare, avvertire il mistero e l’immensa «dismisura dei morti» – vale la pena di provare a leggere questo libro difficile. (I libri facili, alla fine, spesso non vale la pena di leggerli.)

30 maggio 2018
Pubblicato in La poesia e lo spirito

IMMAGINI
Pablo Picasso, Testa di toro, 1942, Milano, Pinacoteca di Brera.
Renato Guttuso, Bucranio, mandibola di pescecane e drappo nero contro il cielo, 1984, Roma, Archivi Guttuso.
Pittore di Verghina, Ratto di Persefone (o Proserpina), 350 a.C. circa, Verghina, Macedonia (l’immagine è riprodotta in Emanuele Trevi, Qualcosa di scritto, Ponte alle Grazie, 2012).

NOTE
[1] Un amare che si trasforma in odio, nell’ottavo testo di Sequela del padre, a p. 22:

Il corpo della voce trema
alla vista del mare dei padri,
cala l’oblio sull’odio necessario
ed a voi, utenti dell’illuso teatro,
par finalmente sceneggiata pace.

E più avanti nel libro troviamo un «Esercito del disamare» (p. 56).

[2] http://ellisse.altervista.org/index.php?/archives/480-Su-Ruderi-del-Tauro-di-Enrico-De-Lea.html

[3] Buio-sole, luce-ombra: «I lavoranti oscurano il pensiero / al sole, tengono l’ombra in tasca / coi fazzoletti marci di sudore», p. 15. È la polarità mediterranea sintetizzata da Gesualdo Bufalino nella memorabile formula La luce e il lutto, titolo di una raccolta di prose brevi dedicate a luoghi, fatti e identità della Sicilia.

Ruderi del Tauro_De Lea
verginatombpaintingdet

Attendendo le fioriture di Giovanna Rosadini

 

Giovanna_Rosadini_SLGiovanna_Rosadini_UdR.jpg

Da sistema a unità a numero completo, i titoli dei libri di poesia finora pubblicati da Giovanna Rosadini alludono sempre a un tutto, un insieme coeso (Il sistema limbico, Atelier 2008; Unità di risveglio, Einaudi 2010; Il numero completo dei giorni, Aragno 2014). La forza dell’asserzione, dell’affermazione positiva e ordinatrice è tanto maggiore quanto più risulta minacciata da un polo negativo e indistinto cui si oppone. E se è lecito formulare ipotesi dall’osservazione di un titolo in sé, prima di aver letto anche un solo verso, Fioriture capovolte – la nuova raccolta di imminente uscita nella collana bianca Einaudi – sembra proporsi dunque con maggiore libertà e felicità rispetto al precedente lavoro dell’autrice: una naturalezza e confidenza raggiunte infine nell’età matura, per cui il sistema e l’unità, l’enumerata completezza, sono forse ormai un dato acquisito e implicito, in sottotraccia: non è più necessario strapparli al caos dell’indistinzione, individuarli con tenacia e porli in evidenza.

Lasciando fuori dal discorso Il numero completo dei giorni, prenderò qui in esame le prime due raccolte dell’autrice, due libri che fin da subito mi sono apparsi un unico libro, connotato da fortissimi e continui effetti di ripresa: echi tematici, musicali, lessicali, metaforici, e una coerenza complessiva, una trama a maglie strette e avvolgenti, implacabili, «una garza / fitta di ottundimento» (Il sistema limbico, p. 31), «il viluppo / in cui giaccio annodata, la fune che blocca / l’estensione, la ragnatela bianca intorno / ai gomiti, alle mani, alle ginocchia piegate» (Unità di risveglio, p. 7).
Ora, già nella struttura le due raccolte (61 testi per Il sistema limbico, 93 per Unità di risveglio) si presentano simili: entrambe sono costituite da tre sezioni – contrassegnate nel primo caso solo dal numero romano, nel secondo anche da un titolo –, tra le quali la più corposa è quella centrale, mentre l’ultima è la più breve.
La prima sezione di Unità di risveglio si intitola Sintomi (Una premonizione). In 26 testi ciascuno di quattro versi – la regolarità metrica e il ricorso alla forma breve propri di quest’unica sezione le danno un particolare rilievo – vengono scanditi i segnali che preludono all’evento traumatico al centro del libro, l’incidente che porta alla Terra di nessuno di un lungo coma, con il successivo lento e graduale risveglio, l’Itaca del ritorno alla vita, e a una faticosa, precaria nuova dimensione in cui «ogni cosa costa molto più di prima» (p. 106).

Ciò che mi interessa qui evidenziare è come il carattere di “sintomo” e “premonizione”, anticipazione e presagio, si applichi non soltanto alla prima sezione di Unità di risveglio rispetto alle due sezioni successive della stessa raccolta, ma anche all’intero primo libro, Il sistema limbico, rispetto a quello successivo.
Un primo dato macroscopico in questo senso: nella sezione centrale di Unità di risveglio tre poesie consecutive (pp. 42, 43, 44) vengono riprese, virgolettate, dalla sezione centrale del Sistema limbico (pp. 38, 39, 42).
Anche il testo conclusivo del secondo libro, su cui torneremo più avanti, viene ripreso dal primo: non virgolettato, in quanto risulta in parte riscritto.
Ma soprattutto: nel Sistema limbico i presagi di un evento “che non ha nome” – e che a posteriori è impossibile non leggere come quello al centro di Unità di risveglio – sono fittissimi, continui e pervasivi. Ne tento qui una campionatura incompleta e solo esemplificativa, eppure impressionante nella sua progressione-ossessione: nel rendere tangibile un senso vischioso e insinuante di resa del corpo e della mente, di ogni forza vitale: circolano nel libro un senso fatalistico e irresistibile di imminenza e ineluttabile cedimento, un’attesa febbrile e sensitiva, un’oscura, mortale attrazione verso «ciò che arriva», risale dall’interno, risucchia e soffoca.
«Dal ventre dell’impotenza / che mi sta digerendo» (p. 21); «pezzi di corpo scomposto, arreso / alla necessità» (p. 23); «Così sanguina la carne / della mente, e non solo» (p. 24); «Un’ansia vischiosa strappa / il cuore verso il basso / tronca la sinusoide dei pensieri / attenta al respiro» (p. 25); «senza coscienza / e morente – emorragia cerebrale», «Un rosso allagamento di pensieri… / … promette lutti» (p. 30); «Il silenzio pullula di voci / premono sulle membrane / scoppieranno come piccole bolle / disegneranno di ischemie / la polpa del cervello» (p. 38); «Ciò che arriva non ha nome / è un ronzio di confusione / disabitata, un presagio opaco» (p. 39); «(carne disarmata e immobile) // dal corpo ancora tiepido e vivo ma / slargato, già confuso alla terra» (p. 40); «depositarsi al fondo della vita» (p. 41); «Sprofondata in un torpore preletargico» (p. 42); «verso agguati più lontani, presagi / strani» (p. 47); «Uno stallo prelude al precipizio», «nell’istante che precede la caduta» (p. 61).

Eppure già nella prima sezione del Sistema limbico (nei testi compresi fra le pp. 30 e 34, due dei quali sono forniti di titolo: A rush of blood to the head e Agnizione) si avverte come il male che avanza, l’evento centrale rappresentato con tratti corporei, di malattia, sia anche e insieme, o soprattutto, il rapporto con l’altro: un tu maschile, che nella prefigurazione di un sogno appare «senza coscienza e morente» e che l’io lirico femminile giunge a definire «metastasi illividita nascosta / nei recessi del corpo», invano cercando rispetto a esso «un gesto definitivo, il coraggio / della cesura, del rifiuto». Procedendo nella lettura si coglie la sostanza di una relazione in cui «Parliamo una lingua morta / un inerte paradiso d’intenti / soffice e voluttuoso come un’infezione / annidata in fondo alla trachea» (p. 46) e il cui senso sta «nel non sapersi vivi al di fuori di questo patire» (p. 67).
Il coraggio «mai trovato» di rescindere questo rapporto malato agisce nel tempo forse sotto altre forme, finché – nel penultimo, durissimo e catartico testo della raccolta, Burning is learning (p. 73) – la relazione vissuta si è trasformata in un «cadavere che brucia in riva al fiume», «E se son io quella che impara tra le fiamme, / ricorda: questo cadavere / sei tu».
La poesia è dunque un modo per essere e rimanere presenti a se stessi in condizioni di particolare difficoltà e sofferenza, e un continuo inabissamento dell’io in se stesso: il punto di vista è tutto interno, interiore, con complessa vastità: «Within me latitude widens, longitude lengthens» (SL, p. 11). Un polo positivo, vitale, in questa fase è intravisto più che altro come ipotesi e flebile domanda: «Vive sbiadita… / … / amministra il suo tempo adulto / cucendone i lembi / chiedendosi se ancora si leverà / un vento capace di farne vela» (SL, p. 43).

In altri termini, il male fa parte dell’esistenza già ben prima dell’incidente e del coma che sopraggiungeranno, e non è tanto o soltanto un male fisico: è lo strisciante “male di vivere” che tutti ci accomuna. Benché l’autrice fornisca dati precisi – il diario e la testimonianza di una malattia: tracheotomia, tubi, cannule… strumenti e pratiche mediche vengono tutti all’occorrenza nominati – pure, a chi legga i suoi due libri nel loro insieme e vi riconosca un sistema di forme e costanti espressive, il terribile evento fisico che la colpisce risulta compiere un destino necessario: insieme esistenziale biografico espressivo.
Tutti siamo più o meno affetti da malattie, tutti siamo di continuo esposti al racconto e al riverbero delle malattie altrui, e il peso e la pena, la noia e l’informe opacità dell’argomento ci opprimono ogni volta allo stesso modo. Qui invece – nonostante le apparenze e il vissuto stesso dell’autrice, e nonostante la lettura di Unità di risveglio possa essere senza dubbio consigliata a chi attraversi o abbia attraversato un vissuto analogo – il punto non è la malattia in sé, e tanto meno una specifica malattia. Come sempre, ciò che convince e avvince nella (grande, autentica) poesia è la capacità di creare un sistema, di stabilire, all’interno del più vasto e variegato mondo, un altro mondo del tutto coerente e necessario. Sono la legge e la misura interne, la determinazione realizzata di calare l’inafferrabile ispirazione in certe precise forme, forme che prima della poesia in questione non esistevano. Non il soggetto, l’argomento: che è paradossalmente indifferente, o meglio libero e autodeterminato – stabilito ab origine come un DNA, una costante di sviluppo e progressione, espansione propria.

Unità di risveglio è un libro che richiede, come del resto sempre la poesia, pazienza, il tempo per entrarci: va letto tutto da dentro, facendo l’esperienza che esso è. Altrimenti certi passaggi possono risultare prosastici e certe dichiarazioni (per esempio Manifesto e Noialtri, pp. 76-77) eccessivamente volontaristiche e retoriche, e allo stesso modo, da un punto di vista ritmico, il frequente ricorso alla rima baciata può in prima battuta suonare stonato e fastidioso, troppo facile (si veda per esempio l’effetto martellante del primo testo di Itaca, «Questo treno viaggia al ritmo del mio cuore», p. 89). Man mano però che si procede nella lettura e si accorda l’orecchio, la dizione narrativa e oggettiva si stacca dal dato reale che pure saldamente enuncia, lo trascende diventando altro, una voce forte, impersonale e disincarnata nel proprio fare costante riferimento al vissuto del corpo: un corpo dolente e in mille modi minorato.
“Unità di risveglio” è un’espressione ospedaliera (indica i reparti riservati ai pazienti in coma in attesa di “risveglio”), e il titolo e insieme l’argomento del libro non possono non evocare lo straordinario Risvegli (Awakenings) di Oliver Sacks, racconto del drammatico nonché precario ritorno alla consapevolezza, dopo quasi mezzo secolo di encefalite letargica, di un gruppo di pazienti seguiti dal neurologo e scrittore Sacks.
Sacks, ebreo nato a Londra, dopo la laurea lavorò e visse perlopiù a New York, e anche Giovanna Rosadini è ebrea (Il numero completo dei giorni segue la falsariga di una lettura moderna ed “esperienziale” della Torah durata un anno), la lingua inglese entra con naturalezza nei titoli e negli esergo dei suoi versi, e tra i luoghi tipici della sua poesia vi è New York.
Insieme a New York, in una triangolazione biografica e urbana ben delineata, stanno Genova, che rappresenta l’infanzia e le origini («percorro questa città che mi riverbera / fra le mani e restituisce figure / di un passato mai finito», SL, p. 33), e Milano, luogo del presente e di una difficile appartenenza («Riusciremo ad amare questa periferia / … / … Potremo / sentirci parte di ciò che non riconosciamo», SL, p. 64). A unire i diversi punti della mappa sono voli aerei, treni, autostrade: il tema del viaggio è presente in varie liriche e si lega a quello fondamentale del ritorno, su cui torneremo.

Propongo a questo punto un testo rappresentativo dei temi e dello stile dell’autrice, e particolarmente convincente nella musicalità ossessiva e allarmata, aperta sul mondo e i suoi molteplici segnali con la sottile ansia di cui si è detto.

Una ressa di falene intasa l’esofago
mentre arrivo all’appuntamento
impigliate in un buio remoto
cercano un varco per la luce

fronde già estive scoscendono il marciapiede
Central Park West
nel raro dei passanti chiusi nei loro profili
assorti sull’eco del traffico incrociato

da un punto interno all’ombelico
ramifica una mappa elettrica di vibrazioni
salda potenza che flette il selciato
e fende un tepore olfattivo presago.

Tratta dalla prima sezione del Sistema limbico (p. 16), la lirica presenta, in sequenza: l’oscura sensazione di soffocamento e sintomi corporei, che si manifesta nell’imminenza di un incontro amoroso («mentre arrivo all’appuntamento»); quindi lo scenario della grande città, New York, percepita come unione di elementi naturali («fronde già estive»), artificiali (marciapiedi, traffico, selciato) e umani (il «raro dei passanti chiusi nei loro profili / assorti»); infine l’energia vitale-sessuale, che appare qui come la pulsione positiva, di contro alla forza negativa incarnata dalla «ressa di falene» – eppure le falene non sono un elemento esterno ed estraneo, ma una parte sofferente del soggetto stesso, e «impigliate in un buio remoto / cercano un varco per la luce».
Nella complessità sensoriale di una poesia come questa l’olfatto – che ha sede nelle aree cerebrali denominate sistema limbico – assume particolare rilievo (cfr. «mentre l’olfatto solidifica ricordi», SL, p. 18, e i gerani invernali e notturni che rimangono «presenti al mondo» attraverso una «labile traccia olfattiva», SL, p. 35).
La rima tra primo e ultimo verso collega ed evidenzia le due parole chiave del testo: esofago e presago, con la loro sonorità ostica e allarmante. Esofago: la puntualità di una sintomatologia, l’onomatopea, il punto esatto del corpo in cui il male si insinua ed è più minaccioso. Presago: la parte mentale e interiore del medesimo processo.
La sonorità onomatopeica e sottile di f e s presente nell’iniziale esofago riecheggia nei versi successivi, sottolineandone gli snodi: falene esofago fronde profili traffico ramifica flette fende olfattivo; ressa intasa esofago estive scoscendono West passanti chiusi assorti sull’eco salda selciato presago.
La lirica trova, per esempio, significativi richiami lessicali nella lunga sequenza onirica di Natura morta (UdR, pp. 40-41), dove «intasano il torace» e «… Col peso / che mi preme addosso / da ogni lato cerco una via» corrispondono a «intasa l’esofago» e «impigliate in un buio remoto / cercano un varco per la luce». Si noti qui che l’espressione pittorica “natura morta” viene usata in modo straniante: nell’inabissamento «nel liquido rovescio del giorno», tra «luci sottomarine», morta prevale su natura, che si può intendere anche – parte per il tutto, principio generativo e unificante – come il sesso. A suggerirlo è la prima lirica del medesimo libro (p. 5):

Il mio sesso è una pietra scura
affondata nella terra del corpo

pesa negli occhi come un magnete –
le orecchie ne misurano il silenzio.

I versi di Natura morta – che nel sottotitolo recita Sogno, sasso, abisso e in incipit «Affondo insieme al sasso» – alludono certo all’equivalenza e quasi omofonia sesso-sasso (sesso/pietra/peso/silenzio), stabilita in apertura di volume con la perentoria sinteticità di una legge e oniricamente ampliata dunque così: sesso-sasso-abisso.

A margine, o forse non così a margine, segnalo inoltre due echi che si possono cogliere sempre in Unità di risveglio, attraverso spie linguistiche minime ma per il lettore di poesia italiana del Novecento piuttosto evidenti e irresistibili: anche perché i due autori rintracciati in filigrana sono tra quelli esplicitamente dichiarati dall’autrice come fondamentali per il proprio canone[1].
Il Montale della Bufera, «La bufera che sgronda sulle foglie», il celebre incipit del testo iniziale ed eponimo della raccolta montaliana degli anni della guerra, viene richiamato nell’incipit di una breve lirica intitolata al capodanno ebraico, Rosh Ha-Shanà, che riporto per intero: «Lo sgrondo del temporale segna i vetri / infrange il buio rimescolato dal vento – / improvviso quanto la fine che segna / l’irrompere di questo nuovo inizio» (UdR, p. 90).
E il Sereni di un incipit altrettanto famoso e anch’esso bellico, di poco posteriore alla Bufera: «Non sa più nulla, è alto sulle ali / il primo caduto bocconi sulla spiaggia normanna». Un incipit che sembra sovrapporsi al titolo Passa la morte. Vola alta (UdR, p. 39), considerando anche il simbolico e salvifico scambio d’identità e di ruoli, di morte e vita presente in entrambe le poesie. In Diario d’Algeria fra il poeta, l’ufficiale Sereni che si dichiara morto e il caduto alleato cui viene chiesto di pregare al posto del vivo; in Unità di risveglio fra la poetessa – non morta e però caduta «per terra», «essere ormai quasi decerebrato /… sul pavimento» – e l’amato fratello che provvidenzialmente presta «occhi» e «cuore per farmi rimanere».

Quella di Giovanna Rosadini è dunque una poesia matura, colta e si vorrebbe dire internazionale, poco italiana forse. La sua prima raccolta, Il sistema limbico, è uscita nel 2008, quando l’autrice – nata nel 1963 – aveva 45 anni ed era stata editor per la poesia da Einaudi lavorando con Raboni, Alda Merini, Gabriele Frasca e molti altri. In altri termini, leggendo i suoi versi si scampa il rischio dilagante dell’ingenuità e dello spontaneismo, dell’effusione scomposta e generica, e la cosiddetta vitalità selvaggia e l’eccesso possono essere espressi non in prima persona: vengono se mai filtrati e riconosciuti nell’altro, specificamente nella figlia bambina: «la sorpresa nello specchio», «Piccolo coccodrillo famelico / riassumi la crudeltà che mi nego» (SL, p. 50).

Bianca

I never thought
I would become the mother, the other

Mi sei cresciuta dentro
come un ritorno, la sorpresa
nello specchio, una fame di secoli
che spalanca la gola. Nel rovescio
di ciò che sono stata misuro i tuoi sorrisi,
intreccio il biondo dei capelli, lucido
le pupille. Piccolo coccodrillo famelico
riassumi la crudeltà che mi nego,
esilio dal sentire e dai modi,
ho bandito dal catalogo interiore.
Puro istinto nel profondo degli occhi
dilaghi l’azzurro come un imperativo
dovuto, il campo magnetico
cui non ci si può sottrarre.
Ammutolita nel riconoscimento,
riemergo nel tuo sguardo
a un altro sguardo, all’occulto
sottinteso che ti ha generata.

Bianca è forse la più luminosa e toccante fra le liriche che compongono le due raccolte di cui ci stiamo occupando: per la ricchezza con cui tesse le immagini speculari che dalla figlia rimandano alla madre e viceversa (lo specchio è anche fonico: mother-other recita l’esergo iniziale che sembrerebbe, ma non è, tratto da The Double Image di Anne Sexton, componimento tragico che in chiusura recita «I made you to find me»: «Ti ho fatta per trovarmi»); per la dinamica di sguardi da cui emerge un’identità condivisa, sovrapersonale; e per come quest’ultima rimanda infine «a un altro sguardo, all’occulto / sottinteso che ti ha generata».
L’Occulto Sottinteso mi pare uno dei più convincenti e potenti nomi di Dio che si possano incontrare, e l’identità si pone dunque sempre come una conquista: una riappropriazione, un riconoscimento e autoriconoscimento che per darsi ha bisogno dell’altro. La figlia in questo caso. Ma l’altro può essere presente anche solo come ricordo: è il caso della nonna che dopo il coma viene rivista nella propria immagine allo specchio (UdR, p. 37). E a volte come specchio può bastare il retrovisore, lungo l’autostrada, per momenti di risveglio, rinascita, certe minime e vitali epifanie interiori che ciascuno sperimenta: «ancora una volta / riaffioro a me stessa, nello stupore / rinnovato a ogni conferma. Sul calco / delle labbra si schiude il sorriso, pupille / si girano a osservarmi – ed è il tuo profilo, figlio / quello che in un guizzo d’occhi si separa» (SL, p. 49).

«Mi sei cresciuta dentro / come un ritorno». Nell’incipit di Bianca il tema del ritorno-ritrovamento è declinato nella sua forma più limpida e si direbbe definitiva. Più in generale, il viaggio di ritorno muove sempre da una realtà/esistenza presente precaria e incompleta, minacciata da distruzione, perdita o non consapevolezza, da falsità, rimozioni e divieti («riassumi la crudeltà che mi nego» e i versi seguenti). Anche la scrittura stessa, la poesia sono un ritorno e la riappropriazione di un rimosso: la dedica finale del Sistema limbico recita «A chi mi ha permesso / di ritrovare / ogni sepolto furore» (il riferimento è all’analisi junghiana che ha portato alla stesura del libro[2]). Il tema del ritorno salda e riconferma l’unità e circolarità dei primi due libri di Giovanna Rosadini: apre Il sistema limbico, con un esergo tratto da Cummings – «your homecoming will be my homecoming» – e vi ricorre per esempio, dichiaratamente, con In viaggio: home again (p. 55); conclude Unità di risveglio, con la sezione intitolata Itaca, a sua volta conclusa da una riscrittura della lirica appena menzionata, che nella nuova versione si intitola semplicemente Home again (p. 108).
Non si ritorna mai da soli, il viaggio deve essere condiviso, e anche la meta, la casa, l’isola natia deve essere ancora e sempre e di nuovo abitata da quelli che sono parte di noi.
Uno dei pochissimi ebrei che abbia mai avuto l’occasione di conoscere, un uomo giunto a farsi una famiglia solo in età piuttosto avanzata, anni fa mi disse: a lungo ho cercato le mie radici nella frequentazione della sinagoga, nella religione. Oggi so che le mie radici sono i miei figli.
Queste parole – che concludevano il racconto della sua vita, di cui ho poi dimenticato tutto o quasi – mi colpirono molto e mi si ripresentano qui: la stessa scoperta e la stessa verità, lo stesso “ritorno” della poesia di Giovanna Rosadini.
E dalle radici vengono infine le fioriture: le Fioriture capovolte che attendiamo ora di leggere.

fine aprile-2 maggio 2018
Pubblicato in La poesia e lo spirito

Carissima Giovanna,
sono commossa dalla sua lettura e analisi, così approfondita, pertinente e lusinghiera. Mi sono ritrovata in tutto quello che ha scritto, e mi ha dato degli spunti di riflessione sulla mia stessa poesia: se, da un lato, sono sentimentalmente legata al Sistema limbico, che è stato il libro con cui mi sono finalmente, e tardivamente, legittimata la scrittura, dall’altro me ne sono poi vergognata un po’, trovandolo troppo scoperto ed effusivo… questa sua lettura me lo riabilita ai miei stessi occhi, come un elemento coerente (quale in effetti è) della mia poetica. Sia Il sistema limbico che Unità di risveglio sono due libri sulla rinascita (emotivo-sensoriale il primo; una rinascita tout-court il secondo) e sul ritorno alla propria verità interiore. Poi, così giusti i richiami ai miei autori di riferimento! Anne Sexton compresa (e con lei le poetesse americane contemporanee che amo moltissimo, come Sharon Olds e Adrienne Rich).
Insomma, grazie di cuore per avermi letta così bene, trovare un lettore vero e appassionato (e, nel suo caso, competente) è sempre, per me, un grandissimo regalo e una vera gioia.

Con riconoscenza e stima
Giovanna Rosadini

[1] «Montale […] è il poeta del secolo passato con cui trovo più corrispondenza, pur avendo amato l’asciutta sobrietà di Sereni», da un’intervista rilasciata a Pasquale Di Pelmo, nella rivista online Succede oggi, www.succedeoggi.it/2016/12/tenebra-come-dono/

[2] L’autrice ne parla in un’intervista: http//www.pangea.news/giovanna-rosadini-nonostante-la-poesia-vende-soprattutto-non-possiamo-farne-meno/

 

La grande gioia di Tagore

 

Il mondo è nato
dalla grande gioia,
il mondo è conservato
dalla grande gioia,
e nella grande gioia
entriamo dopo la morte.

*

Ogni mattina al benefico tocco della luce
Ricevo dell’esistenza il dono –
[…]

Come mani giunte imploranti
Si volgon gli occhi miei al cielo.
Questa luce di vita m’elargì il primo saluto
E l’ultimo dono della vita mia
Posto sarà sull’ara della luce,
Dietro le rive dell’occiduo mare.
Sento che tutto non è stato detto –
Però son le parole tutte vane!

Compiutamente non fu del mio cuore la melodia accordata
Con l’armonia del cielo –
E rinvenuto non ho la mia voce.

1 Dic. 1940: Mattino

*

Quando presi sonno non so –
Destandomi trovai ai miei piedi un cesto d’arance.
Spandendo l’ali della fantasia
Mi sovvenni di molti cari nomi.
Intorno ad un ignoto
Molti nomi si strinsero
Che d’ogni parte giungevano.
Un nome lievitò molti altri nomi,
Che in questo dono avevano l’unico loro senso.

21 Nov. 1940

TAGORE_Guanda_poesie

I versi posti in apertura sono non propriamente di Tagore (Calcutta 1861-1941, Nobel per la letteratura nel 1913), bensì degli antichi saggi indiani, i rishi, cui egli si ispirava. Si leggono sulla quarta di copertina di un volume della storica collana di poesia «Fenice» diretta da Attilio Bertolucci, da cui sono tratti anche gli altri due testi (Le ali della morte. Le ultime liriche di Rabindranath Tagore, a c. di Augusto Guidi, trad. dalla versione inglese di Aurobindo Bose, Guanda, Parma 1961).
Dopo la data molte tra le poesie di questa raccolta riportano l’indicazione «Mattino».
È stata invece composta di «Pomeriggio» la lirica «Di fronte si stende l’oceano di Pace» (p. 91), l’inno che per desiderio di Tagore stesso sarebbe stato cantato durante il servizio funebre in sua memoria.

17 aprile 2018

Pubblicato in La poesia e lo spirito

Questo versi, tratti da un vecchio libro di mia madre,
sono dedicati a MA, Mariantonietta Zingarelli,
che con la sua gioia e il suo “smarrito giardino”
me li ha tanto vivamente riportati alla memoria.

 

 

 

I matti della settimana

 

ok_SCIALOJA_topo topo


Questo è l’inizio di un nuovo archivio, da aggiornare
in alternanza e alternativa alle “Poesie della settimana”.
“I pazzi della settimana” è stata una rubrica curata da Roberto Alajmo sul
“Diario della Settimana”. Da essa sono nati vari
Repertori di pazzi o matti,
i più recenti pubblicati da Marcos y Marcos  a cura di Paolo Nori.
L’immagine è un’elaborazione grafica da un disegno di Toti Scialoja.
Buoni matti a tutti!


1.
   5-11 marzo 2018

Uno, chiamandosi Renna, stava in un partito che puntava al Grande Nord. Un Nord più a nord, più innevato e incontaminato del Nord di altri consimili partiti che col tempo avevano smarrito l’originaria purezza nordica.

*

Una che abitava al Nord, tutti i giorni trovava nella buca delle lettere i volantini elettorali dei partiti del Nord (gli altri partiti avevano smesso di stamparli, a quanto pareva, o forse di esistere). Foglietti che a ogni rigo ripetevano Mio e Nostro (la Mia terra, la Mia gente, il Nostro passato, il Nostro futuro, e via così). In uno c’erano anche le foto dei candidati con in mano le torce accese per il falò di Sant’Antonio. Lei però a colpo d’occhio non aveva capito che si trattava di quest’antica e cara tradizione: aveva pensato a un raduno del Klu Klux Klan.
Poco dopo entrando nel camerino di un negozio di abbigliamento aveva trovato una cosa mai vista prima: un cappuccio bianco. Un cartello chiedeva di metterselo in testa per non sporcare le maglie, provandole. Ma anche qui a lei, invece che venire il mente mascara e rossetto (che non usava), era venuto in mente il Klu Klux Klan.

 

2.   12-18 marzo 2018

Una lavorava allo sportello del centro medico e in un mattino di un inverno particolarmente rigido, con l’ambulatorio pieno, teneva la porta spalancata per purificare l’aria dai batteri. Ci aveva infilato sotto un fermo, in modo che chi entrava o usciva non potesse chiuderla. Fuori nevicava. Dentro, i pazienti in attesa tossivano violentemente. In quanto a lei, se ne stava dietro la parete in plexiglass della sua postazione, con la mascherina sul viso, e diceva che anche la gente sulle piste da sci sta al freddo.

*

Due erano talmente educati e sensibili che passavano il tempo a scusarsi a vicenda, ciascuno temendo di aver in qualche modo sbagliato o offeso l’altro.

A nessuno dei due era mai capitato un interlocutore tanto uguale a se stesso, cosa di cui si rallegravano molto ma tendeva a riempire le loro email di mea culpa. Che suscitavano in risposta accorate controscuse. E così via, in cerimoniosi e virtualmente interminabili, titubanti minuetti.

 

3.   16-22 aprile 2018

Uno a San Benedetto del Tronto negli anni Settanta, Ottanta, per qualche motivo non aveva la percezione del freddo. Estate e inverno lo si vedeva girare sul lungomare delle palme scalzo, con indosso solo un paio di calzoncini, un costume, che era rosso o arancione. Si chiamava Massimo, come tutti sapevano. Nella cittadina era famoso e circondato da una sorta di tacito rispetto, se non affetto, e si raccontavano diverse versioni della sua storia: del come fosse diventato immune alle temperature, e apparentemente a ogni altra necessità materiale.

Lui intanto continuava a scivolare sotto le palme con i suoi lunghi passi elastici e silenziosi, perfettamente silenzioso e assorto. Fisicamente somigliava a Borg: Borg come si vede nei filmati di quegli anni, con i capelli lunghi e la barba. Un Borg hippie, senza vestiti.

*

Uno, portava il cornetto acustico. Quando non aveva voglia di stare a sentire che cosa gli diceva la gente, non lo metteva, e andava a lavorare nell’orto tranquillo. Così se qualcuno passando gli rivolgeva la parola lui non si voltava nemmeno oppure gridava: “Non ti sento!”.

 

Massimo 5

(Avendo messo su Facebook il mio ricordo di Massimo, ho scoperto che a ricordarsi di lui sono migliaia di persone ed è anzi una leggenda, con il soprannome – che ugualmente ignoravo – di “uomo atermico”. Ma la cosa più bella per me è stata forse vedere, in questa foto, che anche il colore dei calzoncini era quello della mia memoria.)

La neve la notte

 
I.

Finché una musica non l’insinua
l’anima se stessa ignora, né esiste
forse – celata
in impalpabili membrane
e richiamata ora a un tratto a essere

 

II.

Vai a posarti nella notte
come una pietra bianca, un pane

– nel sonno il sogno il silenzio
a lievitare
III.

Al risveglio
la fessura, il taglio in te è alto,
lunghissimo

– arriva al cielo
IV.

A ogni curva della strada
l’enorme luna invernale,
ventre gravido,
sulla terra pesa, tra i neri boschi

A ogni notte perde un’unghia di luce
– ignorandosi, col cielo si sfalda

A ogni sguardo è ombra, assenza

 

V.

La luce della neve
vegliando la notte intera
dai riquadri
alle finestre

La notte è bianca
d’ossa uova e grasso,
pietre pelliccia e piume di cigno,
d’anitra,
i cari morti
e i vivi

Inquieta, infinita attesa d’alba, o sonno –
ma è alba, barlume,
l’intera notte:
pareti di roccia,
neve, luna
non dormono: emanano luce

Vegliando la notte intera

– cane accanto al fuoco,
fedele a fianco a un altare –

l’anima è cosa sottile
come i vetri
alle finestre

(fine 2017-inizio 2018)

Luna_Lorenzo_

(Immagine: Lorenzo Bianco)
Questo post è presente anche nel blog collettivo La poesia e lo spirito.

Le lampadine di Giancarlo Tramutoli

 

TRAMUTOLI_lampadina-nera_2004.jpg

Giancarlo Tramutoli, Lampadina nera, 2004

Giancarlo Tramutoli, potentino, classe 1956, si presenta come «produttore di lampadine», ovvero di «piccole illuminazioni, calembour, aforismi, epigrammi, poesie ludiche». Sebastiano Vassalli lo definì «uno dei rari poeti giocosi che ci siano oggi in Italia: paese, come tutti sanno, con la più alta concentrazione di poeti seri e seriosi del mondo e, forse, dell’universo».
Questo post per “La poesia e lo spirito” nasce proprio da un suo calembour – «Esistono i lettori astemi. / Non tollerano i libri spiritosi» – e dalla per me conseguente domanda: lo spirito è (anche) spiritoso? Domanda retorica, certo. Sì, lo spirito – nella più ampia accezione che si possa dare al termine, minuscolo o maiuscolo – è anche spiritoso. E tanto più ha bisogno di esserlo quanto più è circondato da quella seriosità coatta e stanca, istituzionale, che sempre gli è nemica e lo soffoca, ci soffoca. Tramutoli porta dunque avanti e vivifica in versi, prosa e colore-materia – è anche notevole pittore, fra Chagall e Basquiat diciamo – la salutare linea del “lasciatemi divertire” di Palazzeschi, della decostruzione verbale-semantica di Toti Scialoja, Gianni Rodari, Totò, e del paradosso comico, il sistematico capovolgimento delle strutture, linguistiche e gerarchiche, la maledizione («Maledico questa vita / avendo una pessima pronuncia / sono un afasico di provincia»), che in Italia risale almeno a Cecco Angiolieri… Per farlo, indossa i panni e la maschera del guastatore in servizio permanente, il bastian contrario, il misantropo (Confessioni di un misantropo è il titolo di una sua futura opera «in lavorazione, lentissima»), il malmostoso («Certi giorni / mi rivolgo a me stesso / chiamandomi / Sua Malmostosità»). Vicino alla posizione e al tono di Attilio Lolini – non a caso autore della prefazione a una sua raccolta (Versi pure, grazie, Manni, 2006) – afferma: «Trovo illeggibile gran parte della poesia contemporanea, noiosa e sussiegosa. Se la poesia è questa solita, prevedibile accademia, insomma, l’implacabile poesia dei professori, beh, posso tranquillamente dichiarare che io la poesia la odio. Che il genere è degenerato. Che per restituirle un po’ di vitalità, occorre sporcarla col linguaggio quotidiano, contaminarla con quello che ogni giorno vediamo, ascoltiamo, diciamo. Che serve sempre più invenzione, gioco, feroce autoironia». E se nei momenti di stanca di una produzione molto vasta ed estemporanea, affidata all’improvvisazione e alle occasioni più varie, il gioco tende a scadere in trivialità gratuita, freddura da cabaret o battuta da bar, l’autore non si preoccupa troppo: è il rischio che è ben disposto a pagare a una retorica bassa. Pare dirci: molto meglio scivolare così, gaglioffi e grevi, che scivolare a vuoto verso l’alto in finti voli pindarici e pretese nuvole di poetichese.

Lampadine è già il titolo di una sua raccolta del 1998, pubblicata dall’editore Ermes. Nel 2015 è uscito invece presso l’editore potentino Calebasse il corposo Oggi è una bellissima giornata: piove a dirotto. Poesie 1982-2015. Autore anche di tre romanzi, dal 2010 Tramutoli conduce un fluviale blog (giancarlotramutoli.blogspot.com/), in cui, per esempio, sotto la data 14 ottobre 2016 si può leggere la “lampadina” relativa a lettori astemi e libri spiritosi.
E al 9 ottobre dello stesso anno questa: «Empatie / Ai pittori, piacciono i miei libri. / Agli scrittori, i miei quadri».

Solo dopo aver deciso il titolo di questo post (Le lampadine…) e averlo in parte scritto, ho cercato fra le opere grafiche di Tramutoli un’immagine adatta ad accompagnare il testo. L’ho scelta senza minimamente pensare che il soggetto – il grande volto al centro di un campo di forze azzurro – potesse essere (anche) una lampadina, e senza conoscerne il titolo: Lampadina nera. Il caso mi pare non casuale: un felice segno di coerenza e necessità formale da parte dell’autore, che esprima il proprio mondo con le parole o con i colori.

20 dicembre 2017

Questo testo è presente anche nel blog collettivo La poesia e lo spirito.

Santa Lucia, Franco Fortini

 Santa Lucia_Del Cossa_Washington

Oggi è Santa Lucia.

Un dettaglio dalla Santa Lucia di Francesco del Cossa, conservata alla National Gallery of Art di Washington. Che è anche l’immagine di copertina di Una volta per sempre di Franco Fortini, di cui ricorre il centenario della nascita (Firenze 1917-Milano 1994).

Di seguito alcuni versi tratti dal libro (Einaudi 1978, Supercoralli), che comprende quattro raccolte: Foglio di via, Poesia e errore, Una volta per sempre, Questo muro.
Come si legge nel retro di copertina del volume il titolo Una volta per sempre è ispirato a queste parole di Alessandro Manzoni: «Un vero veduto dalla mente per sempre o, per parlare con più precisione, irrevocabilmente».

 13 dicembre 2017

*

E questo è il sonno, edera nera, nostra
Corona: presto saremo beati
In una madre inesistente, schiuse
Nel buio le labbra sfinite, sepolti.

E quel che odi poi, non sai se ascolti
Da vie di neve in fuga un canto o un vento,

O è in te e dilaga e parla la sorgente
Cupa tua, l’onda vaga tua del niente.

(da Foglio di via)

*

Quando

Quando dalla vergogna e dall’orgoglio
Avremo lavate queste nostre parole.

Quando ci fiorirà nella luce del sole
Quel passo che in sonno si sogna.

(da Foglio di via)

*

 Altra arte poetica

Esiste, nella poesia, una possibilità
che, se una volta ha ferito
chi la scrive o la legge, non darà
più requie, come un motivo
semi modulato semi tradito
può tormentare una memoria. E io che scrivo
so ch’è un senso diverso
che può darsi all’identico
so che qui ferma dentro il verso resta
la parola che senti o leggi
e insieme vola via
dove tu non sei più, dove neppure
pensi di poter giungere, e cominciano
altre montagne, invece, pianure ansiose, fiumi
come hai visti viaggiando dagli aerei tremanti.
Città impetuose qui, sotto le immobili
parole scritte tue.

(da Poesia e errore)

*

L’edera

Molti anni fa, quando non eravamo
ancora marito e moglie, in un pomeriggio
di marzo o aprile, lungo le rive di un lago,
un poco scherzando, un poco sul serio, colsi
al piede di un abete un breve ramo di edera,
simbolo di fedeltà dei sentimenti,
per ricordo di quella passeggiata tranquilla
ultima di un’età della nostra vita.

Senza turbamento non so guardarla.
La luce ha scolorito a poco a poco
le foglie che erano verdi e nere.
Mutamenti impercettibili, sintesi
molto lente, alterazioni invisibili.
Come se non vent’anni ma molti secoli
fossero passati. Ora quel ramo somiglia
tante cose che inutile è qui nominare.

Pure, solo così impallidendo, ha vissuto.
Se una volta era degno di sorriso
ora è più somigliante figura d’amore.

(da Una volta per sempre)

*

Cartolina di Natale

Buone sere di Natale,
così roche d’acqua e nevischio,
come questi giorni scendono,
miei amici inesistenti, in lacrime
cordiali, sfavillanti, o per pietà
di noi che tanto faticosamente
vedremo luce
anche più in là, nel nuovo
netto gennaio…

(da Una volta per sempre)

*

Da un verso di Corneille

Non volgere da me gli occhi. Guardami sempre.
Anche se non ti guardo, tu guarda a me che vivo.
Penetri per amore. Nel profondo
Tremi del mio tremore.

Non volgere da me gli occhi. Guardami sempre.
Anche se non ti guardo, guarda tu a me che vivo.
Penetri per amore, osi in profondo,
Tremi in te il mio tremore.

Tremi del mio tremore.
Per amore mi penetri.

(da Questo muro)

Vedi anche Per Natale. Sachs, Enzenberger, Fortini

 

FORTINI_Una volta per sempre

Di padre in padre. La voce ultima di Laura Maria Gabrielleschi

 DI PADRE IN PADRE_LM Gabrielleschi
Il perno doloroso e il vuoto attorno a cui ruotano le 57 poesie della raccolta Di padre in padre (La Vita Felice, 2016) è quello della figura maschile: la prima, per una donna, una figlia che dal padre è stata abbandonata bambina. Dopo trent’anni, o quaranta, o più, «il passato è inabitabile» – come ricorda una citazione da Lorca in esergo –, «la ferita aperta», e mentre «il dolore sorveglia la stanza» e «il tempo si astiene», il presente viene mancato e manca: quanto si cerca è ora appena «qualcosa che somigli alla vita».

In questi versi la desolazione esistenziale viene detta con accenti spogli ed efficaci («Fingendo i giorni le ore / mi addentro in foreste di frontiere / nulla s’attacca al cuore»; «la notte mi coglie alle spalle / ho freddo / tutto dura poco»). Con una coincidenza qui anche letterale con il Ritratto in piedi di Gianna Manzini. Le ultime righe di Ritratto in piedi, romanzo pubblicato nel 1971 e considerato il capolavoro della scrittrice pistoiese (anche la Gabrielleschi è toscana, lucchese vissuta a lungo a Grosseto), recitano infatti: «Ma, rimasta sola, senza la tua guida, io sbando, finisco col cercare altro, o cerco male. Sola: ho freddo, babbo». E non si può a questo punto non notare un’ulteriore minima coincidenza linguistica, al pari della precedente e di quella geografica magari del tutto casuale ed esterna. Comunque sia: «in piedi», che nel titolo del romanzo allude alla statura morale e umana di un padre anarchico tradito dalla figlia a causa della sua ardua scelta politica e morto poi in solitudine, nei versi appena citati (p. 26) torna attribuito a una figlia tradita dal padre (di cui dalla raccolta si colgono pochi tratti: il bere troppo, mangiare troppo, non sorridere mai…) come segno di una dimensione quotidiana di abbandono e precarietà («a mezzogiorno una pizza / in piedi»).

In versi o in prosa, un percorso e una ricostruzione difficili. L’autrice di Di padre in padre, che ho incontrato per pochi istanti, a proposito del proprio libro si è lasciata sfuggire qualcosa come un “mi è costato moltissimo”. Che è il corrispettivo del celebre incipit di Ritratto in piedi: il cavallo che a Firenze sempre si impunta rifiutandosi di attraversare il ponte Santa Trinita, bloccato di fronte a una a tutti incomprensibile «voragine di solitudine», perché «“Il tempo è un sogno”, specie per un cavallo» (nella sua recensione alla raccolta Angelo Andreotti parla di un «tempo che non passa, […] resta impigliato nel presente in forma di ricordo»).

Tuttavia leggendo queste brevi e talora aforistiche poesie d’amore e assenza e ossessione, il primo riferimento che mi è venuto alla mente non è stato Gianna Manzini, ma le Cento poesie d’amore a Ladyhawke di Michele Mari (Einaudi, 2007). Analoga mi è parsa la ricognizione di una fissazione amorosa, il solitario, insistito colloquio di un io poetico con i suoi fantasmi: l’ombra di un essere amato evocato e inseguito nel tempo e nello spazio attraverso le parole che a tratti lo costringono, lo inchiodano quasi a esistere («Ogni parola che scrivo / appartiene più a te che a me», Gabrielleschi; «Verrà la morte e avrà i miei occhi / ma dentro / ci troverà i tuoi», Mari). Nelle due raccolte anche la durata temporale necessaria perché un legame e un sentimento “normali” diventino mito e leggenda, destino e racconto di una vita (o non vita, vita “in cambio”) pare essere la stessa, quella dei trent’anni: «È l’idea di te che manca / trent’anni di silenzi sono tanti / i passi giovanili finiti / la paura, la delusione, / la ferita aperta / cambiare una vita con un’altra vita», Gabrielleschi; «Se fin dall’inizio mi avessero informato / che dopo più di trent’anni senza aver niente in cambio / ancora ti avrei amata / avrei risposto / “Logico e piano, sir” », Mari.

Nella sua bella prefazione Roberto Pazzi osserva che «lo sforzo più nobile di questa scrittura […] è quello di inseguire la vita che fugge nelle forme amate che si colgono eterne per un attimo soltanto, per subito avvertire che dovremo abbandonarle alla consumazione». Prima e più del tema dell’amore-assenza in senso lato, ciò che trovo notevole in Di padre in padre è la voce segreta che vi risuona, una voce e un grido che aprono a un oltre e a un altrove. «La voce lontana rimbalza vicina / ostinata» ed è alternativamente e insieme voce del padre e della figlia, ricordo, eco, ricerca, delirio, la voce di qualcosa che tenta di dirsi e trovare la propria misura e verità ultima.

Non viene solo da dentro
la voce che si alza
oltre il limite notturno
e abbraccia le ombre.
Per chi come me
non sa pregare
è il grido secolare
che agevola il viaggio
e porta veloce
verso l’ultima forma.

28 novembre 2017

Questo testo è presente anche nel blog collettivo La poesia e lo spirito e nel sito de La Vita Felice.