Dicono i lettori

Angelo ANDREOTTI, Pagine a maggese – Stefano BARTEZZAGHI, Lessico e nuvole, la Repubblica – Laura BOELLA – Francesco CHIAMULERA, Una montagna di libri, Cortina d’Ampezzo – Carlo Marcello CONTI, Campanotto Editore – Gabriella D’INA – Guido DUIELLA, Libreria Popolare di via Tadino, Milano – Antonio FIORI, La poesia e lo spirito – Ettore FOBO, Strani giorni – Beatrice MANETTI, Dipartimento di Studi Umanistici, Università di Torino – MASTERBook 2017, Salone del Libro di Torino – Antonio MOTTA, Centro Documentazione Leonardo Sciascia/Archivio del Novecento – Silvia PALATINI – Antonio PIBIRI – Elisabetta SANCINO – Silvia VENUTI – Mariantonietta ZINGARELLI
RECENSIONI IN RETE
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http://www.angeloandreotti.it/giovanna-menegus-quasi-estate-excogita-2017/
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I lettori delle mie poesie sono i parenti che non sapevo di avere
– non sapevo esistessero, al mondo –,
e a partire dai miei versi mi rivelano altre parentele e affinità che ignoravo.
Evocano chi poeti cinesi (parmensi, badioti…),
chi scrittori francesi, idee complesse,
usano a volte persino parole che non conosco:
e io mi stupisco di quanto sia grande la mia famiglia,
e di far parte del mondo più di quanto creda e sappia.


Un sito molto vitale e interessante per i continui rimandi tra parole ed immagini: un confrontarsi costante tra visioni ed emozioni.

Silvia VENUTI


Quella di Giovanna Menegus è una poesia che si segnala subito per il suo nitore, è una poesia tersa che racconta l’esperienza umana in ciò che essa ha di essenziale, la sua linfa, appunto come dice il nome stesso del sito.

Questa poesia è costellata di rimandi ad altri poeti, Dickinson, Rilke, Bonnefoy, Merini, Sexton, Eluard, Rosselli, fra gli altri, a definire così la poesia come colloquio fra i secoli e i mondi, dove un’intersoggettività segreta incontra l’alterità. La citazione di Marina Cvetaeva […] è perciò emblematica, «la lettura è prima di tutto con-creazione», dove si esprime una grande verità: il lettore crea insieme all’autore i versi che crede di leggere.

È una poesia realistica, scevra di onirismi, mi sembra, pittorica, con una sensibilità estrema verso il colore e la luce, che racconta la città come agente di alienazione e la natura come luogo di una riconciliazione con le forze primigenie.

Ettore FOBO – la recensione completa nel blog Strani giorni, 25.6.2016


Il poeta che restituisce emozioni o sensazioni, che prova a fissare un’ immagine, registrare un suono della natura. Un po’ l’idea (diffusa) che lo faccia per noi, documentarista del mondo su nostro tacito mandato. Il trasferimento al lettore avviene in genere col meccanismo del rispecchiamento, possibilmente congiunto con l’augurabile piccolo moto interiore che la poesia dovrebbe sempre provocare nel suo lettore.
Ecco, volendo partire da lontano, tutta la tua poesia (non solo questa) risponde a questa idea/intenzione.
E riesce ogni volta nell’intento perché ha dentro due qualità: l’autenticità e la cura per la parola.
Troppa poesia, magari più ambiziosa per visione e intenzione, non ha tali supporti ed allora, come suol dirsi, ‘non passa’, non lascia traccia nel lettore, non ‘chiede’ riletture.
[…] quanto dicevo vale anche, in gran parte, per la tua narrativa breve (che infatti convince perché ha l’afflato, la spinta propulsiva, della vita quotidiana, dell’esperienza diretta o indiretta delle cose che dice, e non ha pretese o disegni ‘ulteriori’).

Antonio FIORI, a proposito dei versi “In questi giorni d’inizio settembre”, 10.9.2017


Gentile Giovanna, ho molto, molto apprezzato i suoi versi [Ornithology], davvero sorprendenti, in cui la natura si rivela attraverso una lente a volte benevola, a volte ironica e beffarda, sempre con un occhio umanissimo e originale. Le confesso che non me lo aspettavo: la natura alpina, in questi anni, è spesso raccontata con grande banalità, in modo stucchevole e idilliaco, un po’ con il complesso di Rousseau – un luogo incontaminato, che l’uomo non merita. Invece, come ha scritto in modo urticante Houellebecq, quello animale è un regno di allegra violenza, che si può guardare o con disgusto e paura (certe pagine delle Particelle elementari, appunto) o con il raffinato disincanto e la curiosità che mi è sembrato di trovare nelle sue belle poesie. Mi ha inoltre introdotto a una varietà ornitologica che non conoscevo. E la citazione da Charlie Parker… Insomma, complimenti.

Francesco CHIAMULERAUna montagna di libri, Cortina d’Ampezzo


Per chi ama la poesia, Crudalinfa è un sito interessantissimo perché ci sono, oltre naturalmente alle poesie di Giovanna, accostamenti con la pittura, riferimenti ad autori per lei importanti, c’è “la poesia della settimana”… È un modo di comunicare interessante e anche nuovo, rispetto alla consuetudine di un piccolo editore dal quale far pubblicare i propri testi, un’avanguardia di questo tipo di comunicazione non cartacea.

Nell’autopresentazione che con le mie domande ho sollecitato mi ha colpito una sua risposta: «Considero la poesia il centro segreto e invisibile intorno a cui tutto ruota nella mia vita». Una frase importante e solenne, impegnativa, da cui possiamo partire.
Ci sono dunque nella sua poesia riferimenti a poetesse, alla Dickinson, la Cvetaeva – il discorso sul femminile in lei trova un riscontro –, e anche a poeti in forma di prosa come la Mansfield, Virginia Woolf e Lalla Romano.

Nella sua poesia è centrale il tema orfico – Orfeo come trascendenza, visione, che apre a una dimensione mistica – e c’è un rapporto con la luce e con la pittura. È una poesia per così dire non della concretezza ma più dell’astrazione.
Al tempo stesso, in altre poesie ci sono osservazioni che sono molto vicine alla realtà, quella della natura per esempio, e sono entusiasta di Ornithology: Ornithology mi ha colpito al cuore!

Gabriella D’INA – dall’incontro Poesia aperta, 11.6.2016


Quasi estate si articola in cinque sezioni, ognuna delle quali possiede una propria autonomia ma, al tempo stesso, intesse profondi legami di significato con l’insieme. Il focus/cuore del libro è la dimensione orfica dell’anima che, racchiusa nel profondo di se stessa, cerca un’apertura, uno slancio verso l’esterno, un ritorno alla luce e una fusione con il mondo della natura. È la natura, infatti, il punto di partenza del viaggio dell’anima e, con essa, del lettore.
La raccolta si apre e si chiude allacciando un legame forte con la letteratura, un legame che contribuisce a creare una sorta di architettura ad anello, riflesso della circolarità dello slancio orfico dell’anima e del viaggio del lettore.

MASTERBook 2017 (Federica Carbone) – dalla presentazione di Quasi estate al Salone del Libro di Torino, 18.5.2017


 

Il tuo libro è fatto d’acciaio.

Silvia PALATINI (questo giudizio fulminante coglie una verità essenziale, l’essenza che perlopiù sfugge, ovvero la forza della poesia. Se posso dirlo, lo considero un risarcimento per tutte le volte che come complimento mi viene detto che le mie poesie sono “piacevoli”, “delicate”, “eleganti”… “carine” addirittura!).


Un biglietto per la Menegus e la sua Quasi estate

Giovanna Menegus vive nei pressi della tollerante e multirazziale città di Milano (dove è nata nel 1969), ma i suoi versi selezionati al MasterBook 2017 e pubblicati dall’editore ExCogita non hanno nulla della metropoli, dello smog che l’avvolge, delle luci della Borsa, dei caffè, delle raffinate sfilate di moda, eppure nulla si capisce di questa poesia senza l’odore della Lombardia che la impregna. Una Milano lontana, vista dal finestrino di un treno che passa lento prima di allontanarsi e la rende umana, più umana della sua corsa: «Passare in treno i boschi spogli di robinie, / i campi irti d’erba e stoppie / dalla notte assiderate / è come attraversare un sogno / … prima che Milano si materializzi / e il giorno». La Menegus si lascia sopraffare dalle cose che fuggono, o si dileguano al suo sguardo incantato: «Il trepido saliscendi dei merli / tesse le ultime foglie gialle e brune / dei ciliegi – ma lontani / affondano i corvi nella nebbia / senza un suono / lividi cachi / pendono tra i rami». Ella non scende mai a terra, non si mescola ai suoi abitanti, sembra vivere reclusa e potrebbe da questo punto di vista essere un’alunna della Dickinson. L’ultimo poeta che si mescolò alla caoticità della città fu il Montale di Satura, e nei suoi ultimi anni la Merini dei Navigli. Può darsi che mi sbagli, ma se la Menegus, un giorno, scenderà a terra, e muoverà lo sguardo «oltre i cancelli», nella tortuosa melma del quotidiano, probabilmente ne coglierà l’incessante brulichio del vivere, perché ha il dono raro di cogliere il silenzio delle cose.

Antonio MOTTA – Centro Documentazione Leonardo Sciascia/Archivio del Novecento


Quasi estate

Libro di esordio per Giovanna Menegus, per quanto sia già in rete dal 2016 con il blog Crudalinfa, ed è un ottimo esordio visto che è stato selezionato e confezionato da MasterBook, il master di specializzazione dei mestieri dell’editoria dello IULM, con la collaborazione  editoriale di ExCogita.
La raccolta si suddivide in cinque sezioni che potrebbero, ciascuna di per sé, pretendere una propria autonomia e tuttavia quella centrale – dal titolo significativo di “Orfiche” – sembra con maggior forza imporsi sulle altre, indicando la traccia da seguire per inoltrarsi nel vasto mondo sensoriale di questa poetessa.
Va detto che l’eventuale orfismo di Giovanna nulla ha a che fare con l’antica religione greca o con alcune esperienze letterarie del primo Novecento. La radice è lei stessa a rivelarcela, mettendo in esergo a questa sezione la prima parte del primo verso del primo dei Sonetti a Orfeo di Rilke: Da stieg ein Baum, che Franco Rella traduce con Lì si levò un albero. È noto che in questo primo sonetto, pur utilizzando la vista come quel senso che consente l’approccio al mondo, Rilke indica l’udito (o l’ascolto) come il senso privilegiato per accedervi in profondità, e sarà il segno distintivo di tutti i Sonetti così come delle Elegie che completa nello stesso giro di tempo.
Proprio nell’alternanza tra ciò che viene dipinto dalle dettagliate descrizioni naturali di Giovanna, e ciò che si ascolta attraverso la voce (dunque il suono) che i suoi versi chiedono, si gioca una poetica che non teme di farsi accompagnare – senza nasconderlo – dai grandi poeti del passato (tra questi, oltre a Rilke, per esempio E. Dickinson, N. Sachs, G. Trakl, D. Thomas, oppure L. Erba, A. Merini…), ma lo fa quasi tenendoli in filigrana, o come un pittore utilizza il rosa Tiepolo, il blu Klein, il bruno Van Dyck

Angelo ANDREOTTI Pagine a maggese
La recensione è presente anche nel blog collettivo Farapoesia.


Gentile Giovanna, […] ieri, in un momento di quiete domenicale, ho riletto d’un fiato tutto il suo libro, confermando la mia prima impressione.
Non ho mai avuto la necessità di avere riferimenti fattuali o biografici che la riguardano, per poter avanzare nella lettura, perché i testi stanno lì, e parlano da soli, nella loro limpidezza, a tutti; ognuno può confrontarsi con la sua parola, in un corpo a corpo diretto con il testo (perché la lettura, anche quella di versi apparentemente più semplici e immediati, come possono apparire alcune sue composizioni, richiede sempre impegno, sforzo e anche perizia).
Lo stupore per ogni attimo di vita agito, per “questo punto del tempo” quotidianamente vissuto e la consapevolezza, a volte il timore, di non riuscire, ancora, a esprimerne la profondità e la verità (“Ho controllato la punta delle dita… Ancora niente. Eppure sento… una cruda linfa pulsante“); ecco, stupore e timore; però non si arrende di fronte al suo bisogno di tradurre in scritto la parola per fermare quell’attimo, per ricrearlo e tramandarlo poeticamente; alla domanda “Verificato d’essere in trappola/evitare dunque di fare poesia?” lei risponde no, nonostante tutte le incertezze e le difficoltà di cogliere ciò che cerca, magari di soppiatto con uno “sguardo laterale” per sorprendere ciò che, sentito e anelato, ancora sfugge: “lei (era lei?)/ già s’è dileguata“; nonostante il timore “che voce infine trovata/ sveli un vacuo guscio e la/ condanna senz’appello/ del nulla“. Procede per approssimazioni e ricerca un’investitura di voce:/ a questo da sempre anelo/ nella mia umiliata pietrificazione“, ma prevale “l’instance de la lettre“, e dunque scrive! e ora ancora di più, pubblica.
Questa ricerca di una “investitura” è ben espressa in tutta la prima parte, con la modestia di dichiarare i suoi riferimenti letterari più importanti, ma anche con la consapevolezza, in fondo, di avere ormai una voce sua, che può osare di confrontarsi con quelle di questi suoi parenti: storia di una genealogia poetica: “da dove è tornata ora questa luce… genera rigenera“.
Così questa voce risuona nel suo rapporto con la natura (“Ornithology”, ma non solo, anzi ancora di più in “Orfiche”, dove è liberato dalla necessità del riferimento naturalistico, che pure traspare nella luce – ad esempio là dove io ho avuto la visione terrena e spirituale al tempo stesso di una cattedrale romanica, ricca di mosaici solide colonne e cupole che aprono al cielo). Luce, soprattutto, e colori e suoni e rumori (campane, stormi di uccelli, folate di vento, il rombo del cuore, lo sfrecciare del treno…) che risvegliano e rivelano l’attimo, il mistero che “si offre e si rinega all’anima” attonita: “Nuda di voce, spogliata d’ogni suono/ tento il silenzio nel curvarsi altissimo dell’aria“.
Ma “la formula magica/… elude e tenta ancora/…Non so di più oggi che allora./Erba, erba verde lombarda fuori dai finestrini/ovunque intorno, quasi estate“.
E l’estate arriverà, la piena maturazione, il rigoglio della vita e della parola, perché lei è un poeta.
Queste righe non sono altro che un mio primo personale percorso tra i suoi versi: molti altri sentieri potranno essere ritrovati da ogni diverso lettore, e forse anche da me, in un altro momento della mia vita: la poesia non scade e non si esaurisce mai…

ps: il libro di poesie cinesi che mi è affiorato spontaneamente alla mente è Poesie del fiume Wang di Wang Wei e P’ei Ti, Einaudi. Ma anche Roberta Dapunt (montanara della Val Badia, che lei suppongo conosca) e Sergio Gallo Corvi con la museruola, LietoColle, per le affinità di riferimenti puntuali alla natura con la sezione “Ornithology”.
Mi fa ancora più piacere che lei abbia apprezzato le poesie di Leonardo Zanier, tanto da sceglierne una come poesia della settimana per il suo blog: di ciò le sono molto grato.

Guido DUIELLA, libraio e «“lettore semplice”, non un graduato della critica», come tiene a definirsi – Libreria Popolare di via Tadino, dopo la presentazione di Quasi estate del 20.6.2017


Quasi estate è la prima silloge edita di Giovanna Menegus, autrice di un esordio già felice  nel titolo e nella cura editoriale di ExCogita, piccola e orgogliosa casa editrice voluta e  diretta da Luciana Bianciardi, figlia del compianto Luciano, giornalista e scrittore  indimenticabile.
La scrittura poetica di Giovanna Menegus ha solide basi nella tradizione novecentesca, con la quale si è confrontata come lettrice e traduttrice, e nell’amorosa frequentazione, in Cadore, di quei regni naturali – animale, vegetale e minerale – che molti anni fa scoprivamo con emozione nella scuola elementare (per poi mitizzarli o dimenticarli, risucchiati come siamo, in tanti, da una distorsiva contemporaneità).
La silloge chiama a raccolta molti testi apparsi da tempo sul sito web curato dall’autrice (www.crudalinfa.org). Siamo al giusto esito di un lungo lavoro; si tratta di un esordio maturo, che avviene dopo aver meditato sulla propria scrittura, sulla struttura della silloge,  sull’editore più consono – operando, alla fine, sempre buone scelte.

La sezione più omogenea e che più resta impressa, è “Ornithology”. In particolare, spendo qui volentieri il nome di Pier Luigi Bacchini, nel cui solco, per molti aspetti, vedo la poesia di  Giovanna Menegus, anche lei in buon equilibrio tra descrizione scientifica ed empatia del  sentire. Ma c’è di più: c’è il coraggio dell’ironia, dell’inserimento improvviso del lessico  quotidiano: “presto gl’inseparabili ci paiono Stanlio e Ollio/ che si sculettano giù dal   trespolo/…/ ci paiono Sandra che s’arruffa con Raimondo,/ ci paiono uguali a tutte/ le vecchie coppie del mondo”; “Il gallo forcello, il gallo cedrone/ e la pernice bianca (ah, quanta neve!)/ sono impagliati,/ ai muri del soggiorno/…/ ma hanno occhio vivo – di vetro –, le loro vecchie/ storie di caccia/ e fanno sempre un figurone”; “io, miope tra l’altro, so per certo/ solo il nero lucido e netto/ del merlo salterino”; “Piero – il pappagallo uguale a Portobello/…/ Fu ucciso con errata anestesia/ da un veterinario offertosi di limare/
l’adunco becco/ in cattività diceva ormai troppo cresciuto”.

Il suo verso libero è invero ben controllato in tutta la raccolta, certamente frutto di riletture  e rifiniture. L’autrice sa restituirci la luce cangiante delle stagioni, il continuo trasformarsi  della natura. Nella prima sezione ritrae fiori dai comportamenti sorprendenti: “Sotto  pesanti gocce di rugiada/ e un cielo ancora incerto nel mattino/ le pratoline se ne stanno/ richiuse e contegnose”; “I grandi fiori bianchi di magnolia/ – uccelli ad ali spiegate…”; “i  piccoli fiori/ dei piccoli melograni/ / in sé guardando/ già concentrati al frutto.” C’è poi “Orfiche”, una sezione poematica che dà conto di intensi accadimenti interiori, simili a  certe esperienze mistiche ma concreti e tangibili, sempre dentro scenari naturalistici. Vorrei qui proporne almeno due testi, tra i più significativi per intensità ed efficacia evocativa:
La bruna incandescenza del crepuscolo […]
Ora il piede che percuote la terra […]

Nella penultima sezione, “A quest’ora del mattino d’un giorno feriale”, riemerge il parlato e  una quotidianità che ci accomuna: “A quest’ora del mattino d’un giorno feriale/ ci sono in giro solo signore dal sedere enorme/ che chiamano amore minuscoli cani”; “Ti sto così, gettata addosso, molle,/ rabbrividendo dopo l’acquazzone”. Ma ci sono anche sensazioni metafisiche “L’anima forse sta pinzata alle spalle/ come le famose ali degli angeli,/ tra le scapole// Se d’avvertirne la presenza t’accade,/ con un furtivo sguardo subito ti volti…”

La raccolta si chiude con una breve sezione ‘dedicata’, sia nel senso proprio, di testi dedicati ad altri poeti (Dylan Thomas, Alda Merini, Luciano Erba) – sia nel senso di poesia interamente dedicata alla poesia stessa. L’ultima s’apre con questo verso: “Trappole da evitare facendo poesia:…” e così chiude: “Verificato d’essere in trappola/ evitare dunque di fare poesia?”, laddove Giovanna Menegus si denuncia poeta proprio per questa nutriente incertezza, per l’impossibilità di una risposta. Azzardo però, in conclusione, un passo in più. Dico che l’autrice può trovare in altri suoi versi la spiegazione, se non di cosa sia la poesia, della spinta interiore alla scrittura, dell’urgenza, in lei, della poesia:

Eppure sento questo verde urgente,
sottopelle
una cruda linfa pulsante

Antonio FIORI – la recensione completa nel blog collettivo La poesia e lo spirito, 22.6. 2017 – vedi anche Quasi estate ad Alghero


La prima volta che ho letto il titolo Quasi estate ho pensato all’estate intesa come stagione, anche perché è accaduto che lo leggessi proprio in estate, il tempo in cui siamo ora. Poi ho però pensato all’estate come metafora di qualcos’altro.
È quasi estate allora forse vuol dire: o non lo è ancora, o non lo è più, o non lo sarà più.
Ho pensato all’estate come all’”oro dei giorni” di Trakl. E “l’oro dei giorni” – ovvero l’infanzia gloriosa, il momento dell’innocenza dell’uomo – è passato, non tornerà più.
Mi sono venuti alla memoria alcuni versi di Ingeborg Bachmann musicati da Henze, che non alludono all’estate nel senso stagionale, di immutabile ciclo delle stagioni, quanto a una stagione nostra, dell’umanità o individuale, un’estate dell’umanità destinata a non tornare più con lo splendore del passato:

Nulla verrà più.

Non vi sarà più primavera.

Almanacchi millenari lo predicono a tutti.

Ma nemmeno estate e altre cose
che recano il bell’attributo ‘estivo’.

Tuttavia la poesia della Bachmann continua con queste parole: “Non devi assolutamente piangere, / dice una musica”. E la musica di cui si parla è Mahler.

Antonio PIBIRI – dalla presentazione di Quasi estate alla Libreria Cyrano di Alghero, 7.7. 2017 (Vedi anche Quasi estate ad Alghero)

Antonio Pibiri – a parte pormi questioni complesse di poetica, rapporto con la tradizione e con “il mondo” – soprattutto viene a confermarmi una mia ideale appartenenza alla letteratura, all’orizzonte austriaco. Chiama infatti in causa due testi che non conoscevo: dapprima i (le) Blumen di Peter Waterhouse (classe 1956, nato a Berlino da madre austriaca e padre inglese; Fiori, ed. Donzelli). Poi – in relazione al titolo Quasi estate e a una sua possibile interpretazione – una poesia di Ingeborg Bachmann (classe 1926, morta tragicamente a Roma nel ’73), per spiegare la quale cita anche Trakl: anch’egli austriaco e da me amato fino all’immedesimazione di ricreare alcuni versi miei nel “suo” ineffabile tedesco.


Le poesie di Giovanna Menegus non sono soltanto quelle del bel libretto Quasi estate edito nei primi mesi del 2017 da ExCogita. Altre ne ha scritte prima e dopo la raccolta data alla stampa. Alcune si possono leggere nel blog personale Crudalinfa.

Mia impressione è che la scrittura di Giovanna (in versi e in prosa), se pur non sempre di approccio immediato, abbia delle connotazioni particolari che suscitano curiosità, stupore e, non di rado, una naturale capacità di vedere e sentire ciò che si legge. La sua poesia coinvolge non solo la vista e l’udito, ma anche il tatto… e pare, a momenti, di sentire sulla pelle o di toccare con le mani quanto viene descritto in versi o raccontato in prosa: insomma una scrittura “sinestetica” che riesce a far vedere in controluce ambienti, situazioni, personaggi come in un quadro cromatico a tinte forti o iridate. O in una sequenza di foto in bianco e nero. Non mancano le sfumature dei sentimenti: entusiasmi, timori, dubbi, speranze, inquietudini, amarezze si affiancano e/o si sovrappongono.

Non soltanto i contenuti sono di alto livello e toccano vette di lirismo, ma anche lo stile e la tecnica scrittoria sono svincolati da regole metriche e poco attenti alla quantità delle sillabe. I versi hanno una loro cadenza musicale, armonie e dissonanze si alternano in una sonorità che spesso invoglia a leggere a voce alta, quasi che nel silenzio l’effetto sonoro degli scrosci, dei fruscii, dei passi, delle voci si percepisse appena… come eco lontana. Altri aspetti caratterizzano la scrittura di Giovanna e sono le allitterazioni; provo a riportarne qualcuna: «lama di luce» oppure «il venturone sardo diffuso peraltro…» oppure «i verdi ossimori, i dolci sicomori / risciolgon voce…/ la poverissima, fuggevole materia/ di sillabe e suoni che sfidano/ a generare musica,/ suscitarla dal silenzio:/ schiudere luce/ dal cielo di febbraio» (l’ultima citazione da Orfiche, in Quasi estate, p. 50).

L’orizzonte culturale dell’autrice ha ampie estensioni: dalla poesia, dalla pittura, dalla musica, il suo canto si sposta agli animali e alle piante. Sa guardare con occhio attento e sapiente gli uccelli, i loro voli i richiami e i riti di accoppiamento. Sa raccontare in modo competente anche alberi, piante e fiori che spuntano di stagione in stagione in ambienti diversi, ma lo spazio da lei privilegiato è la montagna: questo è il luogo che più di altri la ispira e che riesce a rappresentare in modo reale e al tempo stesso magico… la montagna, anzi le sue montagne. Questa passione la avvicina molto a Lalla Romano, una scrittrice da lei ben conosciuta, ammirata e amata, sia per i suoi quadri che per i suoi romanzi, ma soprattutto per le sue poesie.

Mariantonietta ZINGARELLI – 15.10.2017


Jede Musik hat ihren Himmel: Ogni musica ha il suo cielo. (Giuseppe Verdi)

Ho letto le sue poesie con molto piacere e la sorpresa di incontrare una scrittura vicina ai miei gusti di lettrice di testi poetici. […] nei suoi testi ho trovato un respiro classico, latino oserei dire, quello che mi attrae tanto in Patrizia Cavalli. A volte una prosa poetica, a volte epigrammatica. Asciutta. Ed è così bello leggere le sue “letture” di altri poeti e poete. Ammiro il suo stile e il sottofondo di crudo disincanto.

Laura BOELLA


[I versi delle Orfiche sono] compatti, unitari nei generi, un po’ segreti ma sempre sorprendenti oltre il vuoto delle righe. Come se le parole continuassero ad ardere per rimanere accese anche dopo…  più lontano da ogni scatto procurato quando si apre o si richiude il corpo del libro.
Forse più originalmente sentita la silloge per il padre [Ornithology].

Carlo Marcello CONTI – Campanotto Editore


cara Giovanna Menegus,

ho visto le sue composizioni, che sono certo molto belle. Per anagramma si intende solo l’equivalenza di tutte le lettere, e quindi i suoi sono perlopiù anagrammi parziali ma non mi formalizzerei sugli aspetti regolamentari.

Piuttosto, il fatto che il nome-e-cognome venga taciuto toglie un po’ il gusto al lettore: ma sono scelte sue.

Grazie e complimenti, con un caro saluto

s.b.

Stefano BARTEZZAGHI – Lessico e nuvole, la Repubblica


Ho letto con grande piacere la sua segnalazione. È accurata, intelligente, sensibile, qualità che non si trovano proprio dietro l’angolo (spesso neanche sui grandi giornali).

Beatrice MANETTI – Dipartimento di Studi Umanistici, Università di Torino


Cara Giovanna,
sono capitata sul tuo sito per caso, non ricordo cosa avessi digitato su Google (sicuramente il nome di qualche poeta, dato che la poesia è parte essenziale della mia vita, come della tua) e lì ti ho trovata. Il nome che ti sei scelta mi ha colpito subito, ha evocato la purezza, la vita che scorre ma quando è ancora grezza, scevra da ogni manipolazione e conserva un retrogusto di radici e terra. Nome meraviglioso, musicale, dolcissimo. I tuoi versi hanno un nitore, una luce, talvolta essenzialità che senz’altro riconducono a Emily ma senza mai copiarla, piuttosto reinventandola e dandone una chiave di lettura nuova e sorprendente. Continuerò a godere delle tue poesie e di quelle che traduci da altri autori. In rete si trova qualunque cosa. Si leggono anche poesie di autori che hanno molta risonanza in questi anni ma che non sempre sento affini. Poi ci sei tu, Crudalinfa. Continua ad essere così, cruda ma mai brutale o aspra, cruda perché autentica.

La maggior parte delle tue poesie sono zen.

Il tuo mondo è sospeso tra terra e cielo, le tue atmosfere sognanti, malinconiche, a volte indefinite e indefinibili sono ipnotiche, hanno il potere di trasportarmi altrove, di farmi sentire più leggera, inconsistente, trasparente, silenziosa. Sono un po’ come una lezione di yoga!

Elisabetta SANCINO


La prima parte di Senso dell’estate, con Fiori, l’ho trovata, fin dalla prima lettura, di una inconsueta freschezza attraversata, a tratti, da quell’impetuosa vitalità che poi ho scoperto essere un tratto distintivo di Giovanna. Agli acquerelli: mi ha fatto pensare alla difficilissima e dolcissima arte dell’acquerello.
Fiori è una gran bella apertura, uno sguardo tutto femminile alla natura, cercando la visione della poesia della Dickinson e di Rilke, e della fotografia (stupenda) di Mapplethorpe. Un inizio che indica punti di riferimento, coordinate per una lettura pur sempre personalissima del mondo.

Nel seguito ho apprezzato questa discreta prospettiva sugli eventi, come di chi ama appassionatamente la realtà, pur restandone in disparte, che non significa esserne solo spettatori. Perché stare in disparte non è banale passività nei confronti di quella realtà che si racconta, non è uno “stare alla finestra”, ma prenderne parte attraverso la forma conoscitiva della “lontananza” (belle parole ha usato Antonio Prete su questo). E anche della “invisibilità”, che è invece una forma dell’Essere ben poco praticata nella nostra epoca, e che invece ci permetterebbe di vivere nel rispetto e nella cura, nell’attenta e partecipata condivisione.

Leggendo questa poesia ad alta voce (la poesia andrebbe sempre letta così), il suono che sento (che è il vero corpo della poesia) è quello dell’incanto, solitario, intimo di quella intimità di cui parla François Jullien: non uno stare di fronte, ma un essere a fianco.

Se di acquerelli potevo parlare per Senso dell’estate, per Anime, insetti forse sarebbe il caso di scegliere un’altra tecnica, che ne so?, forse acquaforte (con qua e là interventi di ceramolle, ma anche di puntasecca).
Qui il mio accesso al testo è stato un po’ più faticoso, ma il limite è prevalentemente dovuto alle mie personali scelte poetiche. Comunque ho dovuto rileggere più volte tutto, perché sentivo che ero io a essere sintonizzato malamente su questa poesia.
È evidente che qui si entra ancora più dentro alla realtà, fino a un quotidiano raggiunto pure da una versificazione più prosastica. Ma questo è più vero per le prime poesie, da Iconografie, Milano la cosa cambia.
Per quelle prime poesie non trovo la voce giusta, ci sono asperità che mi fanno incespicare che a mio avviso andrebbero controllate, mediate, o semplicemente rese diversamente.
Ma a partire da Iconografie, Milano mi sembra che il ritmo, la cadenza del respiro sia più efficace, come avessi trovato la dimensione giusta per dire le cose. Crocifisso vuol dire, ha un ritmo travolgente, e chiede alla voce un tono inciso, ma soprattutto forma e contenuto si rafforzano quasi gestalticamente: il risultato finale è più della somma delle singole parti – e ciò fa poesia.
E allora in quelle a seguire ecco che ne esce una voce forte, meno incantata, ma decisa, e l’invisibilità (c’è anche qui) diventa ribelle e addirittura acquista presenza.
Ciò che nelle primissime poesie di Anime, insetti mi sentirei di definire “poesia civile”, da Iconografie in poi si limita (e che bel limite!) a essere poesia e basta.

Ho apprezzato l’autenticità, ma soprattutto l’equilibrio tra l’urgenza, la necessità e la sapienza (il saper fare insomma). E questo sentire è ben raccolto in una versificazione che sa parlare al lettore, scuoterlo, spingerlo ma anche accarezzarlo, dirgli le cose sottovoce, indicargli ciò che non ha guardato o assaggiato o annusato o toccato, e dargli da pensare su quanto c’è anche nella più “insignificante” quotidianità.

Angelo ANDREOTTI

 


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