Santa Lucia, Franco Fortini

 Santa Lucia_Del Cossa_Washington

Oggi è Santa Lucia.

Un dettaglio dalla Santa Lucia di Francesco del Cossa, conservata alla National Gallery of Art di Washington. Che è anche l’immagine di copertina di Una volta per sempre di Franco Fortini, di cui ricorre il centenario della nascita (Firenze 1917-Milano 1994).

Di seguito alcuni versi tratti dal libro (Einaudi 1978, Supercoralli), che comprende quattro raccolte: Foglio di via, Poesia e errore, Una volta per sempre, Questo muro.
Come si legge nel retro di copertina del volume il titolo Una volta per sempre è ispirato a queste parole di Alessandro Manzoni: «Un vero veduto dalla mente per sempre o, per parlare con più precisione, irrevocabilmente».

 13 dicembre 2017

*

E questo è il sonno, edera nera, nostra
Corona: presto saremo beati
In una madre inesistente, schiuse
Nel buio le labbra sfinite, sepolti.

E quel che odi poi, non sai se ascolti
Da vie di neve in fuga un canto o un vento,

O è in te e dilaga e parla la sorgente
Cupa tua, l’onda vaga tua del niente.

(da Foglio di via)

*

Quando

Quando dalla vergogna e dall’orgoglio
Avremo lavate queste nostre parole.

Quando ci fiorirà nella luce del sole
Quel passo che in sonno si sogna.

(da Foglio di via)

*

 Altra arte poetica

Esiste, nella poesia, una possibilità
che, se una volta ha ferito
chi la scrive o la legge, non darà
più requie, come un motivo
semi modulato semi tradito
può tormentare una memoria. E io che scrivo
so ch’è un senso diverso
che può darsi all’identico
so che qui ferma dentro il verso resta
la parola che senti o leggi
e insieme vola via
dove tu non sei più, dove neppure
pensi di poter giungere, e cominciano
altre montagne, invece, pianure ansiose, fiumi
come hai visti viaggiando dagli aerei tremanti.
Città impetuose qui, sotto le immobili
parole scritte tue.

(da Poesia e errore)

*

L’edera

Molti anni fa, quando non eravamo
ancora marito e moglie, in un pomeriggio
di marzo o aprile, lungo le rive di un lago,
un poco scherzando, un poco sul serio, colsi
al piede di un abete un breve ramo di edera,
simbolo di fedeltà dei sentimenti,
per ricordo di quella passeggiata tranquilla
ultima di un’età della nostra vita.

Senza turbamento non so guardarla.
La luce ha scolorito a poco a poco
le foglie che erano verdi e nere.
Mutamenti impercettibili, sintesi
molto lente, alterazioni invisibili.
Come se non vent’anni ma molti secoli
fossero passati. Ora quel ramo somiglia
tante cose che inutile è qui nominare.

Pure, solo così impallidendo, ha vissuto.
Se una volta era degno di sorriso
ora è più somigliante figura d’amore.

(da Una volta per sempre)

*

Cartolina di Natale

Buone sere di Natale,
così roche d’acqua e nevischio,
come questi giorni scendono,
miei amici inesistenti, in lacrime
cordiali, sfavillanti, o per pietà
di noi che tanto faticosamente
vedremo luce
anche più in là, nel nuovo
netto gennaio…

(da Una volta per sempre)

*

Da un verso di Corneille

Non volgere da me gli occhi. Guardami sempre.
Anche se non ti guardo, tu guarda a me che vivo.
Penetri per amore. Nel profondo
Tremi del mio tremore.

Non volgere da me gli occhi. Guardami sempre.
Anche se non ti guardo, guarda tu a me che vivo.
Penetri per amore, osi in profondo,
Tremi in te il mio tremore.

Tremi del mio tremore.
Per amore mi penetri.

(da Questo muro)

Vedi anche Per Natale. Sachs, Enzenberger, Fortini

 

FORTINI_Una volta per sempre

Di padre in padre. La voce ultima di Laura Maria Gabrielleschi

 DI PADRE IN PADRE_LM Gabrielleschi
Il perno doloroso e il vuoto attorno a cui ruotano le 57 poesie della raccolta Di padre in padre (La Vita Felice, 2016) è quello della figura maschile: la prima, per una donna, una figlia che dal padre è stata abbandonata bambina. Dopo trent’anni, o quaranta, o più, «il passato è inabitabile» – come ricorda una citazione da Lorca in esergo –, «la ferita aperta», e mentre «il dolore sorveglia la stanza» e «il tempo si astiene», il presente viene mancato e manca: quanto si cerca è ora appena «qualcosa che somigli alla vita».

In questi versi la desolazione esistenziale viene detta con accenti spogli ed efficaci («Fingendo i giorni le ore / mi addentro in foreste di frontiere / nulla s’attacca al cuore»; «la notte mi coglie alle spalle / ho freddo / tutto dura poco»). Con una coincidenza qui anche letterale con il Ritratto in piedi di Gianna Manzini. Le ultime righe di Ritratto in piedi, romanzo pubblicato nel 1971 e considerato il capolavoro della scrittrice pistoiese (anche la Gabrielleschi è toscana, lucchese vissuta a lungo a Grosseto), recitano infatti: «Ma, rimasta sola, senza la tua guida, io sbando, finisco col cercare altro, o cerco male. Sola: ho freddo, babbo». E non si può a questo punto non notare un’ulteriore minima coincidenza linguistica, al pari della precedente e di quella geografica magari del tutto casuale ed esterna. Comunque sia: «in piedi», che nel titolo del romanzo allude alla statura morale e umana di un padre anarchico tradito dalla figlia a causa della sua ardua scelta politica e morto poi in solitudine, nei versi appena citati (p. 26) torna attribuito a una figlia tradita dal padre (di cui dalla raccolta si colgono pochi tratti: il bere troppo, mangiare troppo, non sorridere mai…) come segno di una dimensione quotidiana di abbandono e precarietà («a mezzogiorno una pizza / in piedi»).

In versi o in prosa, un percorso e una ricostruzione difficili. L’autrice di Di padre in padre, che ho incontrato per pochi istanti, a proposito del proprio libro si è lasciata sfuggire qualcosa come un “mi è costato moltissimo”. Che è il corrispettivo del celebre incipit di Ritratto in piedi: il cavallo che a Firenze sempre si impunta rifiutandosi di attraversare il ponte Santa Trinita, bloccato di fronte a una a tutti incomprensibile «voragine di solitudine», perché «“Il tempo è un sogno”, specie per un cavallo» (nella sua recensione alla raccolta Angelo Andreotti parla di un «tempo che non passa, […] resta impigliato nel presente in forma di ricordo»).

Tuttavia leggendo queste brevi e talora aforistiche poesie d’amore e assenza e ossessione, il primo riferimento che mi è venuto alla mente non è stato Gianna Manzini, ma le Cento poesie d’amore a Ladyhawke di Michele Mari (Einaudi, 2007). Analoga mi è parsa la ricognizione di una fissazione amorosa, il solitario, insistito colloquio di un io poetico con i suoi fantasmi: l’ombra di un essere amato evocato e inseguito nel tempo e nello spazio attraverso le parole che a tratti lo costringono, lo inchiodano quasi a esistere («Ogni parola che scrivo / appartiene più a te che a me», Gabrielleschi; «Verrà la morte e avrà i miei occhi / ma dentro / ci troverà i tuoi», Mari). Nelle due raccolte anche la durata temporale necessaria perché un legame e un sentimento “normali” diventino mito e leggenda, destino e racconto di una vita (o non vita, vita “in cambio”) pare essere la stessa, quella dei trent’anni: «È l’idea di te che manca / trent’anni di silenzi sono tanti / i passi giovanili finiti / la paura, la delusione, / la ferita aperta / cambiare una vita con un’altra vita», Gabrielleschi; «Se fin dall’inizio mi avessero informato / che dopo più di trent’anni senza aver niente in cambio / ancora ti avrei amata / avrei risposto / “Logico e piano, sir” », Mari.

Nella sua bella prefazione Roberto Pazzi osserva che «lo sforzo più nobile di questa scrittura […] è quello di inseguire la vita che fugge nelle forme amate che si colgono eterne per un attimo soltanto, per subito avvertire che dovremo abbandonarle alla consumazione». Prima e più del tema dell’amore-assenza in senso lato, ciò che trovo notevole in Di padre in padre è la voce segreta che vi risuona, una voce e un grido che aprono a un oltre e a un altrove. «La voce lontana rimbalza vicina / ostinata» ed è alternativamente e insieme voce del padre e della figlia, ricordo, eco, ricerca, delirio, la voce di qualcosa che tenta di dirsi e trovare la propria misura e verità ultima.

Non viene solo da dentro
la voce che si alza
oltre il limite notturno
e abbraccia le ombre.
Per chi come me
non sa pregare
è il grido secolare
che agevola il viaggio
e porta veloce
verso l’ultima forma.

28 novembre 2017

Questo testo è presente anche nel blog collettivo La poesia e lo spirito e nel sito de La Vita Felice.

Alcuni versi di Antonio Fiori e Attilio Lolini

 

LOLINI_Notizie-dalla-necropoliFIORI_In merceria

Gli autori di riferimento che vengono citati dalla critica per la poesia di Antonio Fiori sono, a quanto ne so, Caproni soprattutto e Gozzano. Leggendo certi versi di In merceria a me – che su un classico del Novecento come Caproni devo ahimè confessare ignoranza – è capitato invece di ricordare certe intonazioni, modi, arie e umori di Attilio Lolini, mancato pochi mesi fa. Ad accomunare i due – insieme alla predilezione per la misura breve e al ricorso al “versicolo”, quasi sistematico in Lolini, frequente in Fiori – stanno le ironiche ricognizioni e constatazioni di perdite, disincanti, delusioni e disillusioni e riduzioni di spazio esistenziale («Sempre più angusti i nuovi spazi / non possono ospitarci // Qualcuno vorrebbe andarci lo stesso / da solo, per ritrovarsi // Sono spazi sfuggenti e improvvisi / a cui bisogna adattarsi», In merceria, Carlo Delfino editore, 2012, p. 33; dalla stessa raccolta accanto a questi Nuovi spazi cito almeno altri due testi: Il perché della corsa e Riaversi, pp. 42 e 43).
I soggetti e la lingua di Lolini, classe 1939, sono come è noto spesso aspri ed estremi o esasperati (secondo una maniera che la critica ha da tempo codificato come “maledettismo frivolo”); Fiori, classe 1955, si mantiene sempre più misurato e garbato, affabile – tratti che corrispondono anche alla persona, in coerenza di stile fra vita e opera.
I versi dei due che qui propongo in parallelo si avvicinano anche per i titoli sotto cui sono stati raccolti dai rispettivi autori. Nuove poesie, sezione centrale di In merceria, e Vesto giovane, raccolta di Lolini che comprende versi scritti fra il 1981 e il 1990 ed è stata inclusa nell’ampio volume Notizie dalla necropoli. 1974-2004 (Einaudi, 2005, con una straordinaria postfazione di Sebastiano Vassalli). Nei due titoli ciò che conta è l’aggettivo: nuove e giovane, appartenenti alla stessa area semantica, sono usati in senso ironico e autoironico, con possibili declinazioni satiriche o moraleggianti, come è evidente dal seguente testo di Fiori, intitolato Nuovi peccati (p. 27):

Non ci crederete, ma sono nati peccati nuovi

Alcuni, nella speranza d’essere commessi
si sono nascosti in quelli vecchi
(ai quali tutti, si sa, siamo affezionati)

Altri, più furbi
si sono mascherati da passatempi
ed hanno fortuna presso ignari praticanti

Altri, infine, più coraggiosi
hanno rinnegato la loro origine
– cambiato identità
e deciso virtuosamente di vivere

E in parallelo, dal primo testo di Vesto giovane (p. 53):

Se la stolta saggezza
i ridicoli pudori
avessero fatto
– come me –
naufragio

ti saresti già annoiato
dei vecchi peccati

e nuovi e leggeri
ne avresti inventati.

Ora un secondo parallelo, più intimo e vibrante. Il Dentro di Fiori, a p. 18 della sezione eponima di In merceria:

che cosa è rimasto
di quello che fu luce
che mi scaldava sempre
che non avrò più

Ferita infetta, arto mozzato

… ed era leccio, vetta
giovane roccia

fiato.

Versi che inconsapevolmente richiamano Lolini, p. 58 di Vesto giovane:

come passa lontano
si direbbe proiettato

la felicità
una stanca invenzione

va spiandosi negli specchi
s’azzurra i capelli
guarda le foto
fruga nei cassetti

e ciò che rimane
è ancora amore e desiderio

Per concludere questa breve ipotesi di lettura sinottica, tra le Nuove poesie di Fiori quella che trovo più loliniana – ma bellissima soprattutto – è Nuove amicizie (p. 30):

Le migliori sono fatte in ospizio
tra vecchi nostalgici e stanchi

In questi incontri c’è il vizio di cercarsi
sorridere di nuovo, sedersi accanto

Anche l’amore affiora ogni tanto
fulgidamente, prima d’ammalarsi

Nel mondo di Lolini infatti la vecchiaia è una grande protagonista e creatrice di cortocircuiti e minime e illuminanti deflagrazioni tra senso e nonsenso, con un’energia residua dissacrante e corporale, apparentemente terminale o compressa eppure sempre risorgente come sberleffo, minimo guizzo, ghigno, sfida. Mi capita di ripetere fra me i due preziosi versicoli, quasi un proverbio, posti in esergo a Carte da sandwich (Einaudi, 2013): «vecchi attivi: / l’odio ci fa vivi».
Nei versi, nel mondo di Fiori un termine come “odio” forse non ricorre, d’altro canto è anche lui capace di parole nette e memorabili, in proprio o in citazione (per esempio, da Michele Ranchetti: «La morte non fa paura, / la morte non è niente / fa paura il morente»). La fede di Fiori nelle parole è immensa, del resto altrimenti non sarebbe un poeta, e come non essergliene grati se infine, per tutti:

basterà che il tempo riconcili
lo spazio che divide le persone
che rallenti il passo e che ci affidi
con limpidezza solo alle parole

23 ottobre 2017

Questo testo è presente anche nel blog collettivo La poesia e lo spirito.


Per un ragazzo di 15 anni

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(Immagine: Robert Doisneau)

 

Oggi è il 15 settembre
e tu avevi 15 anni e domenica sera, il 9, te ne sei andato

non ti ricordo dal vero, solo ho visto per un istante sullo schermo d’un telefonino
la tua fotografia con sotto la scritta ERA LUI:
non chiederò di rivederla ma non la dimentico,
potrei riconoscerla ovunque anche fra cent’anni

e solo abbiamo sentito passare le ambulanze,
mai sentite sirene tanto vicine e urgenti
hanno trapassato i muri fatto tremare l’aria:
una sirena per te
una per il macchinista
una per chi ti voleva bene
– così è stato detto, dopo

e io vorrei dire, scrivere il tuo nome
ma in nessun luogo il tuo nome è stato scritto
o pronunciato
e tu lo hai cancellato dai tuoi social
prima di lasciare – al suo posto, al tuo posto –
la parola SUICIDE,
in bianco su uno schermo nero

in inglese, perché in inglese, anche i tuoi compagni
sui loro telefonini hanno scritto in inglese
PRAY FOR XXX
e REMEMBER YOUR LIFE IS IMPORTANT

e io vorrei pregare per te, sapessi pregare,
e in quale lingua non so
e non mi do pace
di non averti trovato conosciuto visto fermato
e non so se sto tentando di consolare te, per sempre inconsolato, o me stessa, o quelli come te,
se quelli come te mai possono essere raggiunti da parole come queste nostre di ora
chi toccano le mie lacrime
questo strazio e solitudine che si spalanca

e guardo i luoghi, interrogo i viali dei tigli, le finestre i muri della scuola, i binari del treno,
ti cerco dove sei stato e ora manchi, o sei ancora,
ti sento ovunque nell’aria ferma e vuota nel cielo bianco, grigio
che non dice parola
ma ti custodisce in sé
con tutte le foglie immobili e il sangue e il tuo sguardo
il tuo sguardo mite e ritratto che guarda da quella foto, guarda dal dove in cui sei, sei stato,
mentre già si allontana guarda e chiede e chiama, e per sempre esiste

e siccome tutto ciò che so e che conta lo so con le poesie
a un certo punto mi ricordo anche di Ungaretti, del suo amico nato come lui in Egitto,
e questa poesia – le date, i numeri, le coincidenze…! – oggi compie cent’anni,
quasi esattamente cent’anni oggi – ma il suo amico Ungaretti l’ha accompagnato, l’ha accompagnato
al camposanto d’Ivry (IN MEMORIA. Si chiamava / Moammed Sceab  // Discendente / di emiri di nomadi / suicida / perché non aveva più / Patria // Amò la Francia / e mutò nome // Fu Marcel / ma non era Francese / … // E non sapeva / sciogliere / il canto / del suo abbandono // L’ho accompagnato / insieme alla padrona dell’albergo / dove abitavamo a Parigi / dal numero 5 della rue des Carmes / appassito vicolo in discesa // Riposa / nel camposanto d’Ivry / … // E forse io solo / so ancora / che visse. // Locvizza il 30 settembre 1916)

e io non so scrivere il tuo nome ragazzo che potevi essere mio figlio, mio fratello, il tuo nome che somiglia a Marcel, IN MEMORIA

15 settembre 2017, in Lombardia
Questo racconto-preghiera-lamento funebre chiede di essere recitato a voce alta, con voce potente e insieme sommessa e straziata.
È presente anche nel blog collettivo Farapoesia.

Il Lagunario di Isabella Panfido

 

 Lagunario-Isabella-Panfido

 

«Tutto era finalmente inghiottito, geografia e memoria scomparivano dagli occhi e dalla mente e la lasciavano vuota a respirare quella mistura d’acqua di cielo e di mare, micronizzata in sospensione.
Quel fiato lento e salato che stagnava sul Canale di Santo Spirito le arrivava come una […] inalazione di nebbia medicamentosa.»

Tale è l’esito, solo uno tra i numerosi finali, del bellissimo e multiforme Lagunario di Isabella Panfido, “cittadina originaria” di una Venezia di cui come pochi conosce vita, storie e miracoli, e di cui da poeta teme l’usurata “poeticità”, da letterata le «troppe pagine, parole, immagini riversate sull’Innominata meraviglia per osare aggiungerne altre». Il lettore è tuttavia ben felice che l’autrice non si sia astenuta dall’aggiungere al tema queste sue 180 pagine di fine meraviglia. Pagine che si possono attraversare come si solcasse fisicamente la Laguna accompagnati da una guida affabile e onnisciente, che nel suo svagato procedere offre i nomi e le vicende di ogni campo d’acqua, bianca pietra d’Istria e tronco di larice cadorino, portego e sottoportego, pianta, frutto, popolo migrante o invasore, doge o papa, abate e badessa e santo predicatore, pittore e mastro vetraio, pescatore e malato di mente… Il viaggiatore che – come è il mio caso – abbia scarsa attitudine al discorso storico e ancor meno memoria, si lascerà perlopiù cullare dall’onda del racconto, che è sempre godibilissimo, irrorato di ironia e intelligenza in ogni parola, mantenendosi in attesa dei personaggi più vividi, che sono quelli d’invenzione. Alla fine non saprà dunque ricostruire le rotte e orientarsi nella labirintica mappa: ma perdersi nello sciame d’isole lagunari e nei meandri della Storia è uno dei grandi piaceri di questo libro. Che è idealmente scritto di notte o nel caligo, la nebbia fitta di novembre – quando «il business locale più greve e stolido» si nasconde alla vista e affiorano «i trasudanti, trascoloranti intonaci, unici veri eredi della gloriosa stagione del Colorismo veneto» –, senza per questo minimamente perdere di lucidità e presa sul reale (frequenti sono gli accenni al Mose e ad altre «disgustose malefatte» degli uomini).

Per lunga e amorosa frequentazione dei luoghi (microluoghi) e capacità di intrecciare il dato storico a quello poetico e le citazioni da cronache e documenti a leggende e battute popolari, per felicità d’ispirazione e per la struttura fatta di capitoli-luoghi, quest’opera non può non ricordare i Microcosmi di Claudio Magris (pubblicati giusto vent’anni fa, nel 1997;  Lagunario è uscito nel 2016, con una seconda edizione nel 2017, presso l’editore trevisano Santi Quaranta). Così, se Magris per esempio scriveva: «La laguna, come tutti i mari, è un grande lavacro d’acqua e d’aria che cancella le distinzioni fra il pulito e lo sporco. Più in là un soffio di vento e alcune correnti la rendono trasparente come un’acquamarina, quel verde acqua che è il colore della vita, ma il piede affonda volentieri nella palude melmosa. Il colore torbido che appanna l’oro della sabbia con un bruno fradicio è caldo e buono, un limo primordiale; il limo della vita, che non è né sporco né pulito, col quale sono fatti gli uomini e i volti che essi amano e desiderano e col quale gli uomini si fanno i castelli di sabbia e le immagini dei loro dèi», Isabella Panfido gli fa eco con la mestizza, «quell’acqua che non è mare e non è fiume, né salata né dolce, acqua meticcia, frutto della congiunzione costante dei flussi marino e fluviale, acqua figlia del padre Oceano e della madre Gea…».

Ma l’alter ego dell’autrice e nume ispiratore del Lagunario non è Magris, bensì il letterato sette-ottocentesco Jacomo Filiasi, «che molto sapeva e quel che non sapeva immaginava» (di sfuggita noto che le sue Memorie storiche de’ veneti primi e secondi furono date alle stampe esattamente 200 anni prima dei Microcosmi: nel 1796-98). E se il tema dichiarato del libro è l’inviolabilità delle acque fondative della Venetorum urbs, con la necessaria condanna e punizione di chiunque vi arrechi danno, fino alla fine dei tempi, quello segreto sembra trovare perfetta sintesi in un verso di Rilke citato nelle ultime pagine: «potremmo mai essere, noi, senza i morti?». Difatti, l’ampio e sinuoso movimento musicale dei capitoli si apre e si conclude nell’isola di San Michele, «i campi Elisi dei veneziani», il cimitero della Città. E un altro capitolo è dedicato all’isola di Sant’Arian: Sant’Ariano, «in tutto e per tutto il modello» del famoso quadro di Böcklin L’isola dei morti.

Tuttavia la morte a Venezia non ha qui nulla del mito decadente, nessuna estenuazione estetico-aristocratica fra Thomas Mann e Luchino Visconti. La morte mestizza è viva parte della vita, nutre la vita, e l’isola di San Michele risulta infatti «il migliore dei luoghi dove riconciliarsi con la vita». In questo senso la storia più bella del libro è per me quella del pescatore di granchi Mazaneta (mazanete o masenete sono denominazioni locali dei pregiati crostacei). Ciano Mazaneta vive solitario nella sua barca, avendo abbandonato la casa avita, popolata un tempo da «donne che […] lavoravano la terra, facevano dozzine di figli, uomini che pescavano, lavoravano la terra e si stordivano bevendo, bambini che morivano sotto i tre anni; famiglie felici, insomma». Questo personaggio di vecchio selvatico e autarchico, tratteggiato con discreta, vibrante empatia, sarebbe notevolissimo già di per sé, anche senza il miracolo e la metamorfosi-rinascita che lo attendono nel finale. Il miracolo – ovvero la rivelazione che “senza i morti non possiamo essere” – è preparato da un inconsueto passaggio di stato dell’acqua. La Laguna a un tratto ghiaccia. I granchi custoditi a riva in ceste brulicanti rimangono tutti istantaneamente uccisi, e Ciano, attonito, non sa darsi pace di fronte a quella «fine triste, inutile»: per la prima volta nella sua esistenza si sente tradito dal luogo che da sempre maternamente lo accoglie e lo nutre. Mosso da un istintivo senso rituale lui, che mai ha seguito gli usi della comunità e mai ha voluto lavorare la terra di famiglia, vi scava ora una grande fossa e quindi uno a uno vi seppellisce i suoi minuscoli morti: «come semi di una specie nuova, animale e minerale insieme».
Da quegli innumerevoli defunti, da quei semi marini trarranno inatteso vigore i celebri carciofi dell’isola di Sant’Erasmo, e trarrà pace l’esistenza di Ciano, nel ricomporsi della «misteriosa lingua di sale e bellezza» che di volta in volta sa trovare le sue vie.

Analogamente, nel racconto che fa da prologo al libro è un eccezionale passaggio di stato della Laguna a favorire la comunione tra vivi e morti. Una fata morgana, raro fenomeno di illusione ottica già testimoniato da Jacomo Filiasi «tra i lidi suddetti […] e l’isoletta di San Michele e San Cristoforo poste tra Murano e Venezia […] ne’ giorni più caldi dell’estate e più placidi, tre ore circa prima che il sole tramonti», viene memorabilmente narrato – forse – all’autrice bambina, da un capitano che nell’inspiegabile gonfiarsi delle acque e nell’apparizione d’una meravigliosa isola sospesa in una luce diamantina avverte un messaggio del proprio figlio, morto alla nascita insieme alla madre e con lei sepolto proprio a San Michele.

In conclusione, solo ancora un rapido accenno a cose notevoli che si possono trovare in queste pagine, ovvero nella memoria o caligo delle microisole lagunari. Storie di anarchia e d’astuzia, d’incendi e di peste, amor sacro e amor profano, passione («che amore non è»), tradimento e punizione. Cataloghi di giardini edenici. Visioni di luoghi che sono «come un verso ben riuscito: poche cose irrinunciabili allineate secondo una geometria apparentemente elementare, ordine sonoro prima ancora che semantico». L’invenzione d’una toccante leggenda intorno al Crocifisso ligneo di Poveglia, come il suo artefice giunto dal mare, la cui antica, unica legge prescrive di offrire accoglienza e ospitalità a chiunque sia «sopravvissuto alla morte per acqua». Il caso del Corano stampato sul Canal Grande nel 1538 per il vasto mercato arabo-turco, con tanti e tali errori, però, da venir condannato alla totale distruzione e costare l’amputazione della mano destra a un «incauto mercante serenissimo», a Costantinopoli…
Non si finirebbe più.
Come dire che Lagunario è un libro necessario per chi va a Venezia; per chi non ci va e vorrebbe farlo; certo anche per i pochi, sempre più rari superstiti che insieme agli invece numerosi topi la abitano – e soprattutto forse per chi a Venezia non va né progetta di andare, ma ama la magia della letteratura, l’incanto inesauribile della sua voce.

28-29 agosto 2017

Questa recensione è pubblicata anche nel blog collettivo La poesia e lo spirito.

La lingua madre di Elisabetta Sancino

copertina_FRAMMENTI VIOLA_Sancino

La poesia di Elisabetta Sancino si propone al lettore in progress – in promettente, energica crescita – come «frasario scomposto della lingua madre», ricerca volta alle «parole interdette» di «cifrati poemi che non ho mai tradotto / nella lingua adamantina del giorno». Lingua madre si intitola una tra le liriche più significative dell’autrice, e potrebbe essere anche il titolo della sua prossima raccolta, destinata a presentare una selezione dei numerosi versi scritti di recente, in una fase che come accennavo pare particolarmente creativa e aperta a ulteriori sviluppi.
Lombarda, classe 1968, Elisabetta Sancino ha finora pubblicato una quarantina di poesie nella raccolta Frammenti viola (96, rue de-La-Fontaine, Torino 2016), e altre in antologie e riviste, cartacee e online. L’ambito semantico della sua lingua madre è ampio, e vi si possono individuare almeno tre filoni: la ricostruzione interiore di un codice femminile-esistenziale inquieto e sempre vicino alle voci della natura e della terra; la frequentazione quotidiana, per lavoro e passione, delle lingue straniere: quella inglese soprattutto, con la ricorrente presenza di paesaggi, atmosfere e miti letterari anglosassoni (l’autrice parla in proposito di English mood); la lingua della poesia, con la sua «fame / di verbi all’infinito» e l’impossibile desiderio di «vivere senza coniugazioni / […] / la testa davvero libera / e potente / come Orfeo che canta sulle acque» – così recitano i versi inediti di In libreria (Orfeo).
La dimensione su cui la poesia – e la natura, talora vissuta con atteggiamento zen – aprono spiragli è un altrove sempre necessario quantomeno come intuizione e prospettiva, come sfondamento dell’orizzonte della cosiddetta realtà («Oggi mi alleno ad andare altrove», Stilla, p. 38). Così l’incanto della primavera viene vividamente evocato, senza tuttavia esaurirsi naturalisticamente in se stesso: ciò che più conta è il suo offrire «indizi di un percorso ulteriore» (Indizi, p. 44).  E «indizi di un percorso ulteriore» è una pregnante parafrasi del titolo Frammenti viola – dove il viola è inteso dall’autrice come sintesi di rosso e blu, ovvero «colore della metamorfosi, del mistero e della spiritualità».
Una dichiarazione di poetica e un appello al lettore sono affidati invece ai versi di Adrienne Rich posti come esergo-dedica del volume e tratti da Un atlante del mondo difficile, del 1991: «So che stai leggendo questa poesia […] / riscaldando il latte, con un bambino che ti piange sulla spalla e un libro in mano, / perché la vita è breve e anche tu hai sete. / […] / per poi tornare ancora una volta al compito che non puoi rifiutare / […] perché non è rimasto nient’altro da leggere, / lì dove sei atterrato, nudo come sei».
Contesto sociopolitico a parte, il riferimento all’autrice statunitense può valere sia per le situazioni individuali di conflitto affrontate in presa diretta, con piglio impavido e ricorso alla Fenomenologia della rabbia (titolo della Rich, declinato dalla Sancino per esempio in Congiuntivo trapassato, p. 15), sia, a livello formale, per il susseguirsi libero e rapido di immagini e metafore, che a volte trarrebbero vantaggio da una potatura: questi versi spesso esuberanti e sovrabbondanti trovano forse la loro dimensione migliore nel reading, laddove a una lettura individuale, sulla pagina stampata, possono rivelare momenti di enfasi o “facilità”.
Un altro modello dichiarato è Wisława Szymborska, e numerosi sono i testi in cui l’autrice si rappresenta in prima persona, come protagonista di efficaci quadri tra il narrativo e il recitativo: l’ironico Grillo parlante, p. 21, colloquio immaginario e indiretto autoritratto; Visita guidata, p. 25, quasi una dichiarazione d’amore per la non nominata Milano, colta tra i suoi marmi e «perduti toponimi» e «dove finiscono le ringhiere / e il grano in silenzio sale»: una città in cui ogni volta ritrovarsi fugacemente attraverso il proprio «riflesso sghembo sulle vetrine / quel mio pudore da figlia straniera»; Rubo libri, p. 30, che al pari di In libreria (Orfeo) ruota intorno alla passione per la poesia e la lettura. In Anatre in volo, p. 23, ritorna una Lombardia anfibia, a metà fra città e campi, terra e acqua («la natura non conosce limiti / sa sempre come sorprenderci / anche in questa campagna sfigurata / da superstrade e dormitori»), e attraverso il racconto di un anomalo primo giorno di scuola l’autrice ci viene incontro questa volta in veste di insegnante tentata di portare la propria classe sul Naviglio: «qui al fiume / dove nessuno si sentirà mai stupido o solo / qualunque sia l’altezza e la durata del volo».
Altri testi meriterebbero di essere presi in considerazione. In questa sede posso solo aggiungere che tra le pagine di Frammenti viola si trovano anche alcune poesie più brevi e concentrate: per esempio L’eterna quiete, che per forza di immagini notturne e allusive mi ricorda Alda Merini («ci congiungiamo come ombre fameliche / e generiamo gigli scarlatti / più beffardi dell’eterna quiete», p. 39). Mentre tra gli inediti spicca l’angelica vitalità di un Fanciullo alato, di cui cito qui i versi conclusivi:

Nel moto ascensionale del tuo corpo
ancora verde e scorzoso
nel porto insicuro del tuo abbraccio
turbini di uccelli si generano
s’ingrossa quel barlume di seme
da tempo sepolto nell’acidità della torbiera
in attesa della pioggia nuova.

11-12 settembre 2017

Presentazione e reading da Frammenti viola di Elisabetta Sancino
e Orfiche (Quasi estate) di Giovanna Menegus
Venerdì 15 settembre, ore 18
Libreria Odradek – via Principe Eugenio 28, Milano
Ingresso libero
Interviene Luciana Bianciardi

Lingua madre

Ci sono momenti in cui la torsione imprevista
del mio corpo in bilico sulla sedia
e quelle fitte brucianti ai nervi
che nessun medico è riuscito a spiegarmi
sono speculari all’inquietudine che da bambina
mi faceva rigirare nel letto la sera
serrando forte gli occhi, perché volevo dormire
il sonno dei giusti, il sonno degli altri
che si distendono e sprofondano subito
nel liquido splendore di se stessi.
Ma io braccavo il rintocco del campanile
l’orlo sfrangiato delle stelle
quando si adagiavano sulla chioma del ciliegio
aprivo in silenzio la finestra verso il giardino
e allora mi venivano incontro le parole interdette
cifrati poemi che non ho mai tradotto
nella lingua adamantina del giorno
Oggi, come allora, fatico a seguire un percorso
che coincida col naturale scorrere del tempo
tendo a deviare sul binario morto
dove scovo violaciocche e altri tesori senza nome
– lì balzano fuori quelle parole interdette
frasario scomposto della lingua madre.

Questa recensione è pubblicata anche nel blog collettivo Farapoesia.

Quasi estate ad Alghero

 

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Il minimo comun denominatore delle persone che si interessano di poesia è che sono interessanti. In modi che non ti aspetteresti magari, che ti stupiscono. Per esempio alla presentazione di Quasi estate ad Alghero, tra il pubblico c’era un fotografo naturalista. Un omone che basterebbe il nome (mai sentito prima fuori dal Nome della rosa) a rendere notevole: Venanzio. Venanzio Cadoni fotografa, tra l’altro, gli uccelli del vicino Parco Naturale di Porto Conte: fenicotteri, aquile, falchi… E siccome una sezione di Quasi estate si intitola Ornithology e per di più si apre con un (immaginario, cioè solo immaginato) venturone sardo, siamo del tutto in tema.
A presentare il libro sono stati però, più canonicamente, due poeti, originari della provincia di Sassari, e io avevo paura di confondermi perché si chiamano tutt’e due Antonio (come lo zio acquisito, originario della stessa provincia, grazie al quale mi trovavo in Sardegna).

I due Antoni sono in realtà molto diversi.
Ma questo sarebbe troppo lungo da raccontare.
Introducendo l’incontro, Antonio (Tonino) Fiori definisce la mia prima raccolta edita il contrario di un esordio. Perché l’opera d’esordio, spiega, comunemente si presenta ancora in parte immatura e poco meditata, non di rado connotata da squilibri interni o tratti di ingenuità. Inoltre è perlopiù affidata a un editore poco professionale, e ha una veste grafica non particolarmente curata. Quasi estate, pubblicato da ExCogita / MasterBook in maggio, sarebbe invece tutto il contrario (Fiori lo ha argomentato anche in una specifica recensione, uscita su La poesia e lo spirito).
Antonio (Nello) Pibiri – a parte pormi questioni complesse di poetica, rapporto con la tradizione e con “il mondo” – soprattutto viene a confermarmi una mia ideale appartenenza alla letteratura, all’orizzonte austriaco. Chiama infatti in causa due testi che non conoscevo: dapprima i (le) Blumen di Peter Waterhouse (classe 1956, nato a Berlino da madre austriaca e padre inglese; Fiori, ed. Donzelli). Poi – in relazione al titolo Quasi estate e a una sua possibile interpretazione – una poesia di Ingeborg Bachmann (classe 1926, morta tragicamente a Roma nel ’73), per spiegare la quale cita anche Trakl: anch’egli austriaco e da me amato fino all’immedesimazione di ricreare alcuni versi miei nel suo ineffabile tedesco.

“La prima volta che ho letto il titolo Quasi estate” dice Pibiri “ho pensato all’estate intesa come stagione, anche perché è accaduto che lo leggessi proprio in estate, il tempo in cui siamo ora. Poi ho però pensato all’estate come metafora di qualcos’altro.
È quasi estate allora forse vuol dire: o non lo è ancora, o non lo è più, o non lo sarà più.
Ho pensato all’estate come all’‘oro dei giorni’ di Trakl. E ‘l’oro dei giorni’ – ovvero l’infanzia gloriosa, il momento dell’innocenza dell’uomo – è passato, non tornerà più.
Mi sono venuti alla memoria alcuni versi di Ingeborg Bachmann musicati da Henze, che non alludono all’estate nel senso stagionale, di immutabile ciclo delle stagioni, quanto a una stagione nostra, dell’umanità o individuale, un’estate dell’umanità destinata a non tornare più con lo splendore del passato:

Nulla verrà più.

Non vi sarà più primavera.

Almanacchi millenari lo predicono a tutti.

Ma nemmeno estate e altre cose
che recano il bell’attributo ‘estivo’.

(“Tuttavia” prosegue Pibiri “la poesia della Bachmann continua con queste parole: ‘Non devi assolutamente piangere, / dice una musica’. E la musica di cui si parla è Mahler.”)

Tutti e tre concordiamo infine, probabilmente da punti di vista e con intonazioni diverse, sull’insopprimibile, risorgente dimensione religiosa e spirituale della poesia.
Fiori osserva che la mia poesia Ad Alda Merini, togliendone il titolo-dedica, diventa una preghiera. È vero, e non me n’ero mai accorta. “Questa è una poesia che avrei voluto scrivere io. Quando dopo aver letto qualcosa pensi così, vuol dire che è una cosa perfetta” aggiunge prima di leggerla con intensità condivisa dal pubblico.
E, come è ben noto, la radice esistenziale e antropologica non consumabile, non commerciabile della poesia significa anche, oggi più di ieri, estrema difficoltà a trovare spazi editoriali e di ascolto, con la crescente estromissione dei versi dagli scaffali stessi delle librerie. Per questo siamo tutti, poeti e pubblico, ancor più grati a Elia e Gianmario della Libreria Cyrano, che ci hanno ospitati con grande simpatia e attenzione discreta e partecipe. Spiace non aver pensato di scattare una foto anche insieme a loro, con le loro belle facce sarde (stando qualche giorno in Sardegna, sembra di imparare a riconoscerle, le facce indigene da quelle del Continente, e ci si vorrebbe fermare ancora, riuscire a cogliere qualcosa di più… E, oltre a quella dei due anzi tre Antoni, un’altra coincidenza per me un po’ magica e che non posso tacere, è quella dei Fiori: cognome del primo Antonio, titolo della prima sezione del mio libro e titolo – Blumen – del libro di Waterhouse…).

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Da sinistra: Antonio Pibiri, Giovanna Menegus, Antonio Fiori.
Libreria Cyrano, Alghero, 7 luglio 2017.
Le fotografie sono di Cinzia Paolucci, che ringrazio.

Ad Alda Merini

Un’investitura di voce:
a questo da sempre anelo
nella mia umiliata pietrificazione.
Rivestire di colma voce
questa dolente nudità dell’essere,
tacitando l’indicibile terrore
che voce infine trovata
sveli un vacuo guscio e la
condanna senz’appello
del nulla.
Ma abbeverarsi alla tua voce, attingere allo scrosciare
delle tue acque
vivifica più d’ogni fiammeggiante luce

11 luglio 2017

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Al Salone del Libro da anarchica in pectore

Libri_Mani_Salone Torino_18.5.2017

Giovedì 18, nel giorno della sua inaugurazione, sono stata al Salone del Libro di Torino. Non lo avevo mai visitato prima, e in generale non frequento fiere o grandi eventi. Ero lì in veste di autore, nientemeno. Di conseguenza, allo stato confusionale in cui sempre mi gettano le folle e i luoghi nuovi, si è aggiunta la trepidazione dell’occasione pubblica, con la presentazione del mio primo libro.
Subito dunque come sapevo che sarebbe accaduto mi sono persa.
Devo andare a un totem blu.
Siccome però nella struttura ne esistono due, uguali e simmetrici, mi fermo a quello sbagliato. Più tardi, dopo aver infine trovato il totem giusto, vagando dentro il Salone non sono in grado di vedere le tante cose nuove che certo vi si trovano: per non essere sopraffatta dall’esperienza posso soltanto – devo – riconoscere cose che mi siano in qualche modo già note e care. Così per esempio mi colpisce uno stand interamente dedicato a Primo Levi, allestito dalla Fondazione che porta il suo nome. E uno che espone librini elegantissimi e preziosi con copertine dai colori tenui, stampati da una piccola casa editrice di Milano intitolata a Stendhal: le edizioni Henry Beyle. Proseguendo ancora sorrido deliziata alla vista degli audiolibri di Paolo Poli: Paoli Poli legge I Promessi SposiPaolo Poli legge il Kamasutra (in copertina c’è una sinuosa silhouette di PP: Paolo Poli-Peter Pan senza veli, che occhieggia malizioso). Poi, chissà come, mi fermo davanti a uno stand che propone dei libri su Sacco e Vanzetti. L’espositore, un uomo piuttosto giovane, mi rivolge lo sguardo – nel caos generale non sono molte le persone che ti rivolgano lo sguardo –, così gli dico che ci vorrebbe la voce di Joan Baez (intendo la ballata per you, Nicola and Bart). Mi chiede se gradisco un caffè. No grazie, rispondo. Perché so che non comprerò niente e non voglio approfittare, e perché sono già fin troppo agitata, la caffeina è meglio evitarla. Dopo però mi spiace aver rifiutato l’inattesa gentilezza. E ancor più non aver fatto caso al nome della casa editrice che aveva come fiori all’occhiello dei libri (o era uno stesso libro in più copie?) sugli anarchici storici, e accanto altri su qualche cristiano radicale: il filone era quello.

Ma intanto mi dico che prima della presentazione del mio primo libro sarebbe il caso di passare un momento dal bagno. Le toilette blu allineate all’esterno dall’edificio hanno tutte la porta chiusa a chiave, non sono state aperte al pubblico; una donna col grembiule nero che lavora agli stand gastronomici adiacenti prova come me inutilmente le maniglie. Rientro nell’edificio, e dopo un po’ accanto a un’altra uscita riesco a trovare dei servizi igienici. Ma come mai dentro ci sono donne e uomini insieme…? Le due signore presenti mi spiegano che, siccome nei bagni femminili c’è una coda infinita, loro hanno deciso di utilizzare quelli maschili. Io mi sposto nella parte riservata alle donne. Dove ci sono due gabinetti: uno fuori servizio, sprangato; quello accessibile ha la maniglia difettosa. Di modo che dopo aver atteso impazientemente il mio turno rischio di rimanere intrappolata nel loculo, tardando magari alla presentazione… E il mio impulso e la mia rabbia anarchica a questo punto sarebbero: andare a fare pipì tra gli stand del Salone, come gesto dimostrativo e d’autore! E nell’intervento che farò tra qualche minuto, invece che di Rilke parlare del diritto ad assolvere i bisogni fisiologici! Perché il biglietto d’ingresso al Lingotto costa 10 euro, 11 con la prevendita, e nell’organizzazione di un Grande Evento mediatico i servizi igienici – e un’aria condizionata decente, e qualche panchina tra gli stand – non sono un optional, devono venire al primo posto.

Una certa aria di anarchia continuo a sentirla spirare in questa giornata certo anche perché il mio editore – che è una signora ironica e composta, oggi in un’elegante mise blu che ammiro molto – si chiama Luciana Bianciardi ed è proprio la figlia di Luciano Bianciardi. E perché uno dei libri che vengono presentati insieme al mio è opera di un agguerrito ferroviere sindacalista che ha raccolto storie vere e dimenticate di macchinisti spesso in odore di anarchia. E perché anche la poesia – che inseguo e sta ora forse nel mio libro – qualcosa a che fare con l’anarchia lo ha, credo.

Così, mentre partecipo alla presentazione – mentre vedo le persone davanti a me, tra cui vi sono familiari e amici venuti per l’occasione, e ascolto i ragazzi di MasterBook raccontare i libri da loro stessi scelti e portati alla pubblicazione, e l’editore e gli altri due autori che parlano sereni, con la voce ferma e sicura che è giusto offrire a un pubblico – da parte mia continuo ad avere paura e ad abbassare gli occhi, a nascondermi, lì sopra il palco, perché l’anarchia della poesia, un’anarchia a suo modo disciplinatissima peraltro, da troppo tempo forse la coltivo in solitudine. Nel mio percorso ho ricevuto così tanti rifiuti, tante volte le porte sono rimaste e ancora rimangono chiuse che c’è in me una profonda ferita. E se durante la presentazione mi rendo conto che sta ora succedendo invece qualcosa di nuovo, di diverso e importante e buono, pure non so come essere io diversa, cambiarmi, mentre il tempo a disposizione è talmente breve…

A pacificarmi sarà poi solo la vista delle risaie del Vercellese, durante il viaggio di ritorno a casa.
Verde e acqua, acqua e verde. E aironi.
Anche l’amico che alzando gli occhi vedevo davanti a me fra il pubblico è di Vercelli.
In auto, tra i miei familiari, lasciando riposare lo sguardo sul liscio lucente delle risaie ripenso a lui, e alla giornata al Salone ancora tutta da decifrare.

21-22 maggio 2017

Autori_Luciana_18.5.2017
Gli autori Federico Collesei (A Bucarest non c’è niente da vedere), io (Quasi estate), Alessandro Pellegatta (I dannati della ferrovia) sotto le ali protettive di Luciana Bianciardi di ExCogita. Nell’immagine in basso, il gruppo di MasterBook 2017 al completo, con gli autori e la coordinatrice Luciana Bianciardi. Tra gli allievi: Giulia Laino, terza da destra in ultima fila, ha realizzato l’acquerello per la copertina (bellissima!) di Quasi estate; Elena Salata, quarta da sinistra in seconda fila, col braccio alzato, ha letto i testi scelti per la presentazione del libro, che è stata affidata a Federica Carbone e si è tenuta allo Spazio Autori del Salone (ultima immagine).
Le fotografie, che meglio di qualsiasi parola raccontano la carica positiva ed energetica dell’impresa, sono tratte dalla pagina Facebook di MasterBook.
Un grazie ancora stupito a tutti – anche a Gabriella D’Ina e Samuele Fioravanti – per il grande lavoro che ha portato a questa giornata insieme!

Gruppo Masterbook_18.5.2017

presentazione_Quasi estate_18.5.2017

Lontananze. I poeti e gli scrittori di Antonio Motta

copertina_Lontananze

Con la «lentezza aristocratica che è il privilegio dei filologi, dei grandi lettori, che ritornano sulla cosa vista, sulle immagini per meglio possederle, per porle al riparo dalla fretta moderna» Antonio Motta ci conduce verso le sue Lontananze: gli incontri (e il lavoro) di una vita tutta intessuta di rapporti letterari e umani, dalla giovinezza all’insegna della poesia, all’incontro con la figura decisiva di Leonardo Sciascia, che porta all’impegno civile e a un più profondo radicamento nella realtà del Sud, fino all’avventura editoriale della maturità: la realizzazione dei numeri monografici del «Giannone» dedicati ad autori centrali del secondo Novecento, con i contributi di tanti critici, carteggi inediti, pezzi rari e omaggi amicali.
Si tratta di un libro da leggere come “storia” delineata attraverso le sue tre parti, oppure da spigolare scorrendo magari il ricco indice dei nomi. Si incontrano così l’irascibile Vasco Pratolini in un’intervista anche politica, il poeta lucano Albino Pierro con il «suo dialetto che Contini chiamava “protostorico”, di chi ha nostalgia di qualcosa che non c’è più, ma che […] nel timbro della sua voce […] si materializzava», il medico-scrittore Giuseppe Bonaviri, che «aveva elaborato una speciale teoria delle memorie sensoriali: quella del suono del vento, degli odori delle erbe, del colore degli alberi, dei cieli stellati, che immagazziniamo da bambini nel nostro immaginario e che il poeta, di volta in volta, libera dalla memoria generale», e molti altri.
In cinquantadue cammei – brevi ricordi-ritratti che spaziano da nomi molto noti come Rigoni Stern, Marías, Ceronetti, Ortese, Bufalino, Magris, Citati, a quelli di maestri dimenticati, poeti operai, stampatori certosini e studiosi colti nel cuore delle loro borgesiane biblioteche – l’erudizione, virtù eroica e «troppo spesso vilipesa», si unisce al «passo babelico e malioso» del racconto, offrendo al lettore un percorso intellettuale e storico inatteso, che dall’antico, appartato Gargano non ha esitato a spingere lo sguardo verso i più lontani orizzonti.
Le citazioni sono tratte dalle pagine dedicate a Lucia Tancredi, «scrittrice pugliese nella marca maceratese», in cui l’autore deve essersi ritrovato finendo per tracciare un inconsapevole e ideale autoritratto.

Antonio Motta, Lontananze. I poeti e gli scrittori che ho conosciuto, Centro Documentazione Leonardo Sciascia/Archivio del Novecento, San Marco in Lamis, 2017, 172 pp., 20 euro.

3 maggio 2017

 

 

Palazzo Fulcis, porta d’arte


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L’unico modo, forse, per superare l’inconfessabile senso di noia che possono indurre le mete culturali obbligate come le collezioni d’arte esposte nei musei, è accostarvisi in modo molto libero e personale: con quello che per i libri Pennac chiama “il diritto di saltare le pagine”, o “il diritto di spizzicare”. Così ho fatto per esempio, anche per motivi di tempo, visitando Palazzo Fulcis: la nuova, sontuosa sede del Museo civico di Belluno, aperta al pubblico lo scorso gennaio dopo un lungo e impegnativo restauro finanziato da Cariverona. E questo è ciò che ho visto, fra le tante notevoli cose che a Palazzo Fulcis si possono vedere e notare.

Per primi, i leoni alati di San Marco nel lapidario al piano interrato. La luce è bella, nonostante non vi siano finestre, e i leoni sono bianchi: ci si può soffermare a decifrare le iscrizioni latine e la storia che raccontano, oppure semplicemente sostare qualche istante di fronte alle criniere, le zampe, i musi che nel silenzio si protendono dalla pietra porosa e consumata dal tempo.
Subito dopo, salendo le scale che portano ai piani superiori del palazzo settecentesco, la Porta dei Battuti: due grandi battenti rettangolari in legno scuro, quasi nero, affissi a una parete come fossero un dipinto, o piuttosto un bassorilievo: un’opera a sé sottratta all’uso corrente e alla collocazione originaria (un convento della città). Così, sebbene non sia più “viva” della vita per cui venne realizzata nel primo Quattrocento, la porta – costituita da formelle quadrate (rettangolari nell’ultima serie in alto), intagliate ciascuna con un motivo diverso – risulta straordinariamente valorizzata nella sua rigorosa bellezza, nel ritmo che la composizione geometrica crea attraverso lievi ed eleganti modulazioni, giochi di linee e ombre, alternanze tra pieni e vuoti. E scoprire nella didascalia accanto il nome di Pisanello (i motivi delle formelle risalgono a disegni del grande maestro del gotico internazionale, e porte di impianto analogo sono presenti a Venezia) più che stupire conferma, di fronte all’opera che nella sua astrazione formale e concretezza materica, e insieme per il suo valore simbolico di soglia, si può considerare l’emblema del Fulcis.

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Bartolomeo Montagna, Madonna col Bambino, 1490-95

Oltrepassata la soglia dei Battuti, al primo piano si è accolti dalle due Madonne col Bambino di Bartolomeo Montagna. Eccezionale soprattutto la tavola più tarda (1490-95), con il Bambino in piedi e le ciliegie, segno del sangue della Passione, nella mano protesa della madre: una figura femminile che per luminosa e ferma presenza, consapevolezza dello sguardo, modellato del volto e delle bellissime mani, insieme a Giovanni Bellini evoca Antonello da Messina. La stessa intimità e poesia, intensità e purezza si ritrovano nel Cristo in pietà di Giovanni da Mel, un ex voto datato 1518 ma più antico e raccolto, quasi fuori del tempo, per il sentimento che ne spira e l’essenzialità formale. Il tono emotivo singolarmente toccante del piccolo dipinto sta nella resa del volto appena reclinato e nella mitezza dello sguardo, nella postura abbandonata del corpo all’interno di una sorta di nicchia architettonica, suddivisa dai bracci scuri della croce in campi azzurri (il cielo forse) e rosa. Nero, azzurro e rosa pallidi sono privi di ombre, compatti come lastre di pietra, a rendere composto lo strazio e assoluta la sofferta solitudine, l’umanità casta e dolente del Cristo.

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Giovanni da Mel, Cristo in pietà, 1518

In pieno Cinquecento, la Donna che si pettina di Bernardino Licinio è invece una figura biondissima e ironica che guarda l’osservatore di sottecchi. Erede delle tante Belle discinte e formose (e prevalentemente bionde) di Palma il Vecchio, anticipa di quattro secoli le ancor più numerose figure femminili di Botero, che con la loro densa presenza fisica occupano ogni volta l’intero spazio della stanza in cui sono ritratte e della tela in cui vivono come se al di fuori di essa non esistesse altra dimensione, altro mondo. La Donna che si pettina (1535-40) spicca sia rispetto ai modelli simili di Palma il Vecchio sia nell’ambito della produzione di Licinio stesso per l’opulenza monumentale e sottilmente ironica, la felice nettezza, la levigata definizione delle forme: che improntano il corpo, le braccia tornite come colonne e la veste, fino al pettine squadrato che la Bella tiene in mano e al massiccio mobile su cui poggia il gomito. Cromaticamente, il contrasto fra il bianco luminoso della veste e lo sfondo scuro modulano in continue, sapienti vibrazioni gli elementi di seduzione al centro del dipinto: il biondo dei lunghi capelli e i toni chiari dell’incarnato, appena accesi alle labbra e alle guance, e ripresi nel pettine e nel mobile. In tutto ciò, lo sguardo dell’indolente e sconosciuta creatura, lievemente arretrato verso il fondo, cattura l’osservatore senza lasciarsene catturare: conservando, nello spazio chiuso di una tela tanto “muliebre”, la propria elusiva e allusiva libertà.

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Bernardino Licinio, Donna che si pettina, 1535-40

Al primo piano del Fulcis si trovano anche – emblemi di bellezza e femminilità adatti anche alla Donna che si pettina – i “tremoli”: lunghi spilloni di filigrana perlopiù d’argento che venivano inseriti nelle acconciature femminili. Tradizionalmente usati come dono di nozze, recavano alla sommità un elemento ornamentale fissato a una molla in modo da “tremare” a ogni movimento del capo.  Le filigrane ampezzane, di particolare finezza, rappresentavano spesso i fiori della ricca flora locale.
Come di fronte alla Porta dei Battuti, si possono immaginare qui con un’ombra di tristezza persone vive che non sono più, le nostre nonne o bisnonne in questo caso: eppure è vero che le teche museali, nel loro isolamento all’apparenza asettico, esaltano e perpetuano in modo commovente la bellezza di questi squisiti fiori e steli e globi realizzati in argento e altri materiali preziosi.

Al secondo piano sono esposte la pittura (e la scultura) d’età barocca, settecentesca e ottocentesca, risorgimentale, fino ai primi del Novecento. Devo purtroppo dichiarare, salvo eccezioni, un pregiudizio e una generale incomprensione per questi periodi artistici. Per il mio gusto personale, in questi secoli quasi tutti i dipinti diventano troppo affollati e scenografici, troppo esteriori e illustrativi e pedagogici: senz’anima, dico fra me. E troppo a caccia d’anime: anime da convertire e riconvertire, mortificare (attraverso la carne), intimorire… Sebastiano Ricci, il maggior pittore bellunese, quando raffigura martiri eviscerati, santi e moribondi, mi risulta insopportabile: a Palazzo Fulcis come alla Pinacoteca di Brera. È bella, qui esposta, una sua Testa di Samaritana, un olio su marmorino (1716-18) che è molto semplicemente la fugace visione di una giovane donna immersa nel verde: più dolce giardino veneto che deserto della Terra Santa. Ma salendo al terzo piano, nell’ex granaio del sottotetto molto degnamente recuperato a spazio espositivo, si ammirano – e qui nemmeno io mi sottraggo all’ammirazione – tre grandi opere di Ricci: il capolavoro intitolato La caduta di Fetonte e due tele dedicate a Ercole, giovane e imberbe (Ercole al bivio, dove nel modello del protagonista pare di riconoscere lo stesso del Fetonte) e più maturo e barbuto, soggiogato da Onfale e da altre figure femminili (Ercole e Onfale). L’insieme decorava, con altri dipinti perduti, un Camerino d’Ercole o Camerino Fulcis situato in un’area attigua del Palazzo che dovrebbe essere anch’essa acquisita per ricollocarvi le tre tele. La caduta di Fetonte (1703-04) è dunque un magnifico, strepitoso barocco, che può far pensare a Rubens per la vitalità, luminosità e morbidezza del nudo maschile, la resa dinamica dei cavalli, e soprattutto il piglio, la sicura arditezza nel dominare una scena tanto complessa: per l’assoluta naturalezza nell’innaturale, si potrebbe dire. Se il soggetto dichiarato e apparente dell’opera è difatti la “superbia punita”, ciò che si offre allo sguardo è spudorata e selvaggia, trionfante forza vitale. Ironicamente, i genitali di Fetonte sono celati alla vista dal panno rosso che si increspa al centro del dipinto, tuttavia accanto risultano evidenti quelli del cavallo bianco, pezzato, la cui figura è studiatamente speculare a quella del protagonista umano: al movimento di caduta e torsione del giovane uomo corrisponde il disperato balzo verso l’alto dell’animale, all’avvitarsi delle braccia rispondono gli zoccoli levati al cielo, e se Fetonte ha lo sguardo rivolto verso Giove, che dall’Olimpo lo folgora, guarda anche all’occhio sbarrato del cavallo, con cui la sua figura si intreccia e diverge nel turbinoso e ormai irreparabile precipitare. Perché Fetonte certo cadrà a terra incenerito, e con lui il pittore che gli ha dato vita: nessuno sarà indotto all’umiltà da questo grandioso castigo sfolgorante luce dorata.

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Sebastiano Ricci, La caduta di Fetonte, 1703-04

Non lontano dall’ideale Camerino d’Ercole, in un altro spazio d’onore ricavato all’ultimo piano, sono visibili fino al primo maggio i tre Tiziano voluti per celebrare l’inaugurazione di Palazzo Fulcis. Tre Madonne col Bambino e un santo, tre variazioni su uno stesso soggetto: la più importante in prestito dall’Ermitage, le due disposte ai lati provenienti l’una da Budapest, l’altra dagli Uffizi (quest’ultima opera della bottega del pittore). Nonostante i colori superbi – tra i quali spicca il favoloso manto “blu oltremare” della Madonna Barbarigo dell’Ermitage – devo confessare anche qui di non essere riuscita a provare coinvolgimento o vero interesse. Come di fronte a un esercizio di retorica o virtuosismo, impeccabile ma in qualche modo fine a se stesso.
Tornando al secondo piano, una sala è dedicata allo scultore Valentino Panciera Besarel (1829-1902), nativo di un villaggio zoldano dal nome antico e misterioso, Astragal, e virtuoso nell’intaglio del legno come l’assai più celebre Andrea Brustolon (1662-1732), che è anch’esso presente al Fulcis con varie opere. Qui, di nuovo, non posso che dichiarare una mia idiosincrasia: la difficoltà che ho in generale con la scultura – e che è quella del peso e l’ingombro opaco della materia, il disagio per la copia del vero, il feticcio stolido e immobile: come molti, ho paura delle bambole e dei manichini. Spesso anche delle statue. L’opera di Besarel che non dimenticherò è significativa proprio in questo senso. Si tratta di una bambina molto piccola nuda, ritratta a grandezza naturale seduta su di un cuscino e posta di fronte all’osservatore. Il volto e l’espressione, gli occhi, sono estremamente verosimili, e così le ciocche di capelli ravviati, le piccole, delicate pieghe di grasso infantile nel corpo e ogni altro dettaglio. Con la mano destra offre quello che pare un frutto rotondo spaccato da una lunga fessura: come un melograno per esempio, o una grossa castagna tagliata (o è un gioco, un sonaglio?). La fessura del sesso tra le corte gambe dischiuse è identica. Agli angoli del cuscino quadrato pendono quattro sfere (pompon) che per la forma richiamano il frutto offerto. Il materiale con cui la scultura è realizzata ne accentua il realismo vagamente inquietante eppure affettuoso, fermo: si tratta di terracruda grassa, grigiastra e lievemente lucida all’aspetto. Un’opera che di primo acchito può ricordare certe bambole che mimano i neonati, e forse invece si colloca ancora nel filone delle Madonne col Bambino: per come il piccolo corpo nudo è modellato, per l’intensità assorta e grave dell’espressione, del volto, e non da ultimo per l’offerta simbolica del frutto (che sarà un sonaglio, ma si ripensa alle ciliegie nella mano della Vergine di Bartolomeo Montagna).

Ritratto-della-piccola-De-Col-Tana_Panciera_Besarel

Valentino Panciera Besarel, Ritratto di Tana De Col, 1857

Nella sezione ottocentesca del secondo piano sono esposti anche numerosi dipinti di Ippolito Caffi, Alessandro Seffer e altri, per il mio gusto tutti privi di interesse. Ho sentito però altri visitatori lodarne e goderne la verisimiglianza e la cura dei dettagli. Di Seffer mi ha affascinato, anche per motivi di legame con il territorio, un’amplissima veduta del Piave: una tela larga un paio di metri che con effetto grandangolare evoca il paesaggio e il luogo forse più suggestivo e aperto del bellunese (Caccia sul greto del Piave, 1900). L’artista ne ha la felice intuizione, e padroneggia certo la tecnica necessaria a “impaginare” con sicurezza il soggetto. Sembra forse mancargli la poesia per infondere vita al grande cielo chiaro sopra l’acqua, e per non disperdersi nelle figurine aneddotiche dei cacciatori, i cani, il lampo rossastro della fucilata …
Rimangono, a chi ami la pittura e insieme questi luoghi, un desiderio, una nostalgia del fiume e del suo ampio greto bianco, o di un dipinto che ne renda il respiro. E rimane il desiderio di visitare ancora Palazzo Fulcis.

19 aprile 2017