Chandra. 13 parole (in un video)

 

 

Le straordinarie parole e la voce – lenta, infantile – di Chandra Livia Candiani sono capaci di raggiungere tutti, senza barriere culturali, linguistiche, di età o provenienza.  In questo cortometraggio realizzato da Katiuscia Da Corte fra San Vito di Cadore e, in seguito, Londra, si possono ascoltare – e riascoltare, perché certo si sentirà il desiderio di farlo.

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Genova è vicina

Genova è vicina, sull’altra riva del cuore.
Li vedo da qui i vostri movimenti quotidiani
i volti seri, i sorrisi saltuari.

Ci sono sere in cui mi sembra di vedere
le anime affacciarsi, provare a dire
la verità impossibile.

Rimane l’agrodolce per voi della mia terra
ma tutto accade
per una ragione imperscrutabile
e ritornare può essere
rinascere.

Antonio FIORI, Ci sono sere
da Nel verso ancora da scrivere, Manni, 2018

 

In questi giorni ferragostani tragici e tristissimi, di rabbia civile condivisa in tutta Italia, non solo a Genova, mi  è tornato in mente il verso iniziale – così dolce e  bello e affettuoso – di questa poesia di Antonio Fiori. Scritta dall’altra riva del mare, dalla Sardegna che guarda a Genova. Tutti la guardiamo in questi giorni.
Pubblicato in La poesia e lo spirito

 

 

L’alba e il fico di Giuliano Rinaldini

COGNIZIONE DI UN_ALBA

 

come un parto,
il cielo possiede nel suo silenzio
qualcosa di doloroso, nudamente
necessario.

l’asfalto si consuma.

presentazione del vuoto

in una città verde, feriale:

non c’è nessuna erba di campo.
nessuno lavora il suolo.

non c’è nemmeno un’aria per ascoltare?

nell’aria calva, frattura dell’udibile (del credibile),

forse un ronzio,

sibilo, come di brace capovolta.

(tutto) ritorna al fango
illeggibile.

[…]

parola raccolta nel fiato.
semina aspra, sparuta.

escono genti spente.

(un chiarore unge le cose)

o pietra, buttata per la fiducia della mente.

i labbri del vento percorrono i tetti.

è cosa buona,
è cosa buona.

da Cognizione di un’alba

 

«Cognizione di un’alba […] è un poemetto che nasce da frammenti, che ho appuntato in vari mattini nel corso di una ventina di mesi (2004-2005), e successivamente elaborato in un testo unitario. Il tentativo è quello di inserire questa frammentarietà in un unico flusso poematico: da qui nasce l’uso molto abbondante delle spaziature, di varia lunghezza, per rispettare una sorta di tempo interiore di “caduta” della parola, oppure di “emersione” dal silenzio della stessa. È anche un fatto dovuto alla cura della risultanza visiva del testo. Queste considerazioni sono valide anche dal punto di vista della metrica dei versi, nel tentativo di produrre una varietà di andamenti, in linea coi “movimenti” interiori ed esteriori che vengono descritti. L’opera è, come il titolo dice, la testimonianza di un confronto cognitivo, direi esistenziale, con l’alba, intesa in vari sensi: periodo della giornata, spazio urbano o suburbano, o addirittura metafisico. Durante la fase di organizzazione del materiale frammentario ho sovrapposto la riflessione legata a una lettura della Torah, che ha lasciato un’impronta strutturale. La prima sezione, più impersonale, descrive una lenta emersione dall’indistinto, come di fatto si trova anche nei primi capitoli della Genesi, e pure sono rintracciabili, nelle fasi di maggiore soggettività, tratti di Abramo, Isacco, Giacobbe. […] Ma tutto questo conta relativamente […]. Il tema di queste liriche rimane il ritratto di me stesso di fronte all’alba.»

 

*

 

c’è un fico             e la crepa
in cui vive,
la magrezza di terra.

sotto le foglie,       i frutti messi, appesi.

(nel finire delle estati, ho timore del tempo)

benedico.

[…]

tra i cortili e gli incendi fermi

essere una nudità sulla pianura.

udire un vento
(un rombante
mutuare)

un posto senza quota e danzante,
un umiliamento.

la fila di vecchie case.

e il prato che si allunga,
privo di punte, oscuro.

vedo le assemblee.

molti alberi lontani, grandi come edifici.

campi sfocati.
pollai.

l’umile risiedere di tutto.

da Sequenza del fico

 

Sia i versi sia il testo virgolettato di Giuliano Rinaldini – contenuto in una lunga lettera del novembre 2007 – sono tratti da: Giancarlo PONTIGGIA (a cura di), Il miele del silenzio. Antologia della giovane poesia italiana, Interlinea edizioni, 2009, pp. 179-188.

Pubblicato in La poesia e lo spirito

Miele del silenzio_Pontiggia

 

Giuliano RINALDINI

Cognizione di un’alba
Premessa di Flavio Ermini e Riflessione critica di Iain Chambers
“Opera Prima”, Cierre Grafica, 2007

Sequenza del fico
“I lapislazzuli”, Joker, 2008

 

 

 

Amore e risata cosmica in Annamaria Ferramosca

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dorme la mia bambina delle meraviglie
ancora irrubata dal mondo
intatta nel suo pianeta

Siccome su Andare per salti è stato già scritto moltissimo, con questa mia lettura anziché dar conto del libro nella sua interezza e nei suoi temi dichiarati mi prenderò la libertà di segnalare alcuni motivi al suo interno, alcuni testi specifici che hanno attratto la mia attenzione. Continua a leggere

Antonio Fiori, Nel verso ancora da scrivere

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La poesia di Antonio Fiori, così apparentemente lieve, misurata e sorridente, nasce e si alimenta tutta dalla dichiarazione e consapevolezza della propria insufficienza: «patisce / perché non può sciogliere / i nodi alla gola, per quanto tenti / da sola». O più esplicitamente: «Per dirla tutta la poesia non basta». L’accettazione del proprio limite – di una sorta di dolente, vigile impotenza – la anima sottilmente, in una tensione che è tanto morale (e religiosa), quanto sensibile e sensuale, amorosa, e detta misure perlopiù brevi e composte sempre increspate dall’inquietudine, dai trasalimenti e le interrogazioni dell’umano vissuto. Così questo suo nuovo libro – nato come un’autoantologia in qualche modo conclusiva di un percorso: la raccolta dei versi di una vita, coprendo l’arco temporale 1999-2017 e considerando che Fiori, nato nel 1955, è arrivato a pubblicare in età matura – risulta invece di fatto aperto e rivolto al futuro, rilanciando idealmente il discorso in direzione del «verso ancora da scrivere». Gli inediti recenti qui presentati (anni 2016-17) lasciano intuire che di versi «ancora da scrivere» l’autore possa averne parecchi, cosa che si augura tanto al poeta quanto ai suoi lettori presenti e a venire.
E se di fronte alla vita e al suo dolore la poesia non basta, tanto più è un indispensabile farmaco, lenitivo, balsamo e conforto e sostegno: «la quotidiana dose» (titolo di un altro libro di Fiori) che il poeta – l’essere umano – senza vergogna e «in silenzio» si inietta. Perché «Amo senza farlo o lo faccio senza amore»: formula in cui Fiori racchiude una condizione esistenziale doppiamente negativa e contraddittoria.
Due volte l’amore, due volte l’azione, due volte il senza.
Ma se nelle operazioni algebriche il rapporto di forza tra segni più e segni meno segue regole precise, nel nostro caso le soluzioni dell’equazione, o dannazione, sono probabilmente più d’una, e i passaggi che portano al risultato presentano sfumature psicologiche ed emotive molto varie, in cui ciascun più acuisce o rovescia il rispettivo meno, mentre l’azione si rispecchia nel sentimento negato eppure presente, perdurante nella sua negazione, e viceversa: in un equilibrio dinamico e insieme bloccato che certo può riproporsi per mille diverse o uguali vite, mille diversi giorni…
Il tema che nei versi di Fiori più si intreccia a quello dell’amore è un pervasivo senso della fine, avvertita ora come progressivo dissolvimento, diminutio e spegnersi interiore del soggetto («Neanche il millisecondo attraversi indenne» recita l’incipit della raccolta), ora come vecchiaia e morte – l’ultima sezione del libro si intitola Fini, fughe, città. A questo proposito spicca la lirica In memoria di Giovanni Raboni, dove la figura del poeta evocato consente di esprimere al meglio, per interposta persona, la forza di un eros che fra scoperta e timore, «ostinata fatica» e gratitudine muove l’intera esistenza umana dall’«otre misterioso dell’infanzia» fin «dentro l’ombra che anticipa la fine».
Tuttavia qui la fine così spesso presentita non è forse o non pare mai del tutto tale, perché, come si diceva, in Fiori sullo sfondo è sempre presente un orizzonte ulteriore e di fede, connotato da improvvise visioni apocalittiche o escatologiche («Quando s’adempirà la profezia / e scopriremo l’alba ultima del mondo…»; «Il tempo scomparirà restando fermo / tutto sarà presente e sarà inteso…»), esami di coscienza in attesa del giorno del giudizio (in vista del quale, come si legge in alcuni versi autoironici qui non inclusi, viene conservato un vecchio diario), e l’auspicio, l’anelito a un «oriente spirituale»: ma più ancora a un «soccorritore» che «possa ritrovare / i nostri corpi esausti», crollati nel tentativo di avvicinarvisi almeno di qualche passo.
La dimensione teologica o ateologica e “antimetafisicante” è uno dei tratti più significativi che legano Antonio Fiori a Giorgio Caproni, suo dichiarato nume tutelare. Una “parentela” che registra anche casuali e suggestivi paralleli biografico-geografici: Fiori – dalla Sardegna in cui è nato e vive ma che pochissimo emerge nei suoi versi – ha intensamente frequentato la «Genova verticale» di caproniana memoria, negli anni dedicandole vari componimenti (cito qui solo il cantabile, trascinante incipit «Genova è vicina, sull’altra riva del cuore»). Fra i Leitmotiv caproniani che più di frequente si sentono risuonare nella poesia e nel mondo interiore di Fiori, voglio segnalare il tema-metafora del congedo, spesso associato a quello anch’esso ricorrente del viaggio: partenza-dipartita, addio e fuga e disperdersi, a volte con incertezze, ripensamenti e giochi di parole e scambi di ruoli nel momento del distacco (che è verbale e mentale, teatralizzato). Così, per esempio, scrive Caproni in due poesie de Il franco cacciatore datate 1975 e 1979:

Biglietto lasciato prima di non andar via

Se non dovessi tornare,
sappiate che non sono mai
partito.

Il mio viaggiare
è stato tutto un restare
qua, dove non fui mai.

*

Errata

Non sai mai dove sei.

Corrige

Non sei mai dove sai.

E così scrive Fiori in una poesia di In merceria (2012), e di seguito in un inedito del 2017:

Saluto

Speravo di vedervi prima d’andarmene
lasciarvi una valigia di carte
spiegarvi perché parto
abbracciarvi.
Invece scrivo
forse per dirvi altro
circuirvi meglio, con arte
indurvi a seguirmi, ad andarvene.

*

Fuggire

Fuggire domande e manoscritto
– nascondersi un tempo indefinito.
Non avvertire, andarsene soltanto.
Non salutare il figlio piccolino
– ti fermerebbe e salirebbe il rantolo.
Disperdersi – credimi – è destino

Ci sarebbe certo altro da dire su questo libro. Sul senso del tempo («temo la polvere che posa sui vestiti»), le poesie sulla poesia (Metapoesie) e quelle dedicate ad amici e maestri (Angelo Mundula in primis), gli incontri, alcuni Impropri haiku… Mi limito qui a richiamare l’attenzione su La stanza del dialogo, la lirica che intitola la sezione In questa stanza ed evoca molte cose insieme: uno spazio interiore e di coscienza (di reclusione, tortura e auto-tortura), il lettino dell’analista, il giudizio finale… La porta della stanza resta socchiusa, ma la sua finestra sul mondo è finta, e le pareti che separano dall’esterno sono sottili, illusorie forse, mentre ciò che risulta subito tremendamente reale, lancinante prima ancora di arrivare a trafiggerle, è «il dolore dei chiodi / per quadri infantili». Dove si apprezzano particolarmente la sobrietà di mezzi, l’onestà con cui Fiori raggiunge abitualmente il proprio risultato espressivo, perseguendo una poetica e un’etica che, di sfuggita, ha formulato così:

Per questo mi piaci, perché
anche se aggiungi, di falso
qualcosa, resti fedele ai fatti.

***

Antonio Fiori, Nel verso ancora da scrivere. 1999-2017
Manni, 2018
Collana “Pretesti”, 96 pp.

*

Una chiamata da fare

qualcuno che attende
un nome da ricordare
qualcosa da rendere
quello che non puoi dire
una porta da aprire
l’urgenza che avevi di vivere
nel verso ancora da scrivere.

*

Città per me (Quasi canzone)

I

Genova premurosa e straripante
– mia prima amica.
Insopportabile nostalgia dei tuoi bei giorni
quando i capelli fulvi riassettavi,
l’abito e il trucco
prima di aprirmi il mondo
e offrirmi il succo.

II

Cagliari irripetibile ed uguale
dovrei temerti già prima del viaggio,
così arrendevole in quest’isola severa,
Cagliari senza mattino e senza sera.

III

Di Roma il mio più bel ricordo
è via Merulana nel maggio dell’ottanta
ed il più triste Trevi nel novantatré.
Altro di mio non posso dirvi
della città peccaminosa e santa.

IV

Mi sentenziò Milano un’altra vita,
quella che poi è mai stata
(se non nella licenza di sognarla
tra via Manzoni, la Galleria e San Babila).

V

Addio Padova cara, alla deriva dal ’76
ora saprei dialogar col Santo
e addurre alto movente al suo cospetto,
ora che anche i miei parenti partono
tu t’allontani nella pianura, al largo…
finché balena non t’inghiottirà.

*

Per dirla tutta la poesia non basta

…………… hai voltato le spalle piene d’occhi
…………… – ancora vaghi nel sogno incancellabile

Per dirla tutta la poesia non basta
nemmeno fosse intero canzoniere
perché se pure m’aggiudicassi all’asta
parole d’oro, le migliori e vere
se scomparissi per lasciarti spazio
dentro i suoi versi, dentro le assonanze
seppure avessi la maestria di farlo
se fossi in grado di compiere il miracolo…
non ti riavrei. E ne sarei straziato.

Per questo non ti nomino,
per questo non ti canto.

*

Il compito

Capace di nasconderti
sotto una foglia gialla
portarci via in autunno
all’improvviso
o visitarci nel silenzio muto
all’aperto o al chiuso

Puntuale ma inattesa
in fondo sei costretta a farlo.
Chissà cosa daresti
per liberarti di noi,
della promessa visita
– magari un po’ di vita
ma non puoi

Potresti dare il manto nero forse
o gettare la falce cupa al fuoco
ma non lo fai

Come tutti anche tu
sei condannata al compito
– e lo sai

*

È silenzio dirompente sulle grida
è voce che scardina il silenzio.
Portamento regale nell’assedio
luce notturna, buio che c’illumina.
Come aquila incombe
invece è agnello
vita inerme che dura.

***

Pubblicato in La poesia e lo spirito

Una lettura di Ruderi del Tauro

PICASSO_Testa di toro_1942_Brera.jpg

La poesia di Enrico De Lea – e forse in particolare quella di questo libro, pubblicato nel 2009 da L’arcolaio – non è facile né immediata. Personalmente sono riuscita a (parzialmente) penetrare la sbrecciata, petrosa fortezza dei suoi Ruderi solo dopo alcuni tentativi di avvicinamento respinti dalla loro superficie “ostica” e “basaltica”. Finché a un certo punto è scattata in me un’emozione-riconoscimento: Emanuele Trevi, Qualcosa di scritto. Per un istante ho rivissuto la stessa forte emozione provata leggendo le ultime pagine, misteriche ed eleusine, del romanzo-saggio di Trevi su Pasolini; un’emozione accompagnata dalla sensazione di aver raggiunto zone analoghe (i misteri, le visioni e i riti mediterranei antichissimi), e quanto mai remote dall’esperienza umana e antropologica contemporanea.
L’altro riferimento attorno al quale mi è stato possibile comporre la materia e il senso di Ruderi del Tauro è pittorico-scultoreo, e anch’esso rimanda all’ambito antropologico oltre che artistico: i bucrani. Teste o teschi di bue e di toro. Tauro (il monte da cui prende nome Taormina) del resto significa toro. I ruderi del Tauro sono un cranio taurino: testa o scheletro di un possente animale primordiale scarnificato. Che la sovrapposizione di immagini sia anche letteralmente, etimologicamente vera non sarà un caso.
E l’immagine specifica che mi si è imposta è la grande Testa di toro di Picasso esposta alla Pinacoteca di Brera, davanti alla quale ho sostato molte volte. Insieme al soggetto, i Ruderi condividono con questo dipinto alcuni tratti formali. Ovvero la valenza violentemente espressionistica o cubista, nel senso di scomposizione e deformazione degli elementi strutturali e semantici. L’immagine (dipinta o verbale) si impone dunque con grande forza ed elementare asprezza: permane nel campo visivo (sensoriale) come presenza perentoria e difficilmente eludibile, di non semplice lettura, e che pure sfida, sollecita all’interpretazione. Un’interpretazione che per la stessa natura frammentaria e residuale della materia non potrà essere completa, né limpida, cosa che è evidente fin dal testo iniziale del libro:

(presto accade)

Poiché non sanno
l’enigma del puro proferire,
del suo freddo sentire
di quell’anno, presto accade
che l’arma del suo amare
s’arrenda, covi
ben due serpi di stile, in processione
luci dell’oscurato, da torrette.

In seguito all’incomprensione della comunità (gli altri che «non sanno»), a un enigma «puro» vengono a sostituirsi «ben due serpi di stile» e «luci dell’oscurato». Il passaggio è rapido e ineluttabile («presto accade»), e doloroso, trattandosi di una resa: l’arrendersi di un amore freddo e non pacifico («l’arma del suo amare»).
Da questo proemio sappiamo dunque che i versi che ci apprestiamo a leggere sono l’esito e il seguito di una battaglia sconfitta e di un amare respinto[1], costretto d’ora in poi a covare sotto le ceneri mutandosi, da lingua pura e univoca, in biforcuta lingua di serpente; mentre la luce che esso continua a emanare è una luce di «oscurato», un bagliore ossimorico e contrastato, rituale e intermittente («in processione… da torrette»).

Nel libro sono numerose le espressioni che richiamano a questa iniziale esperienza traumatica e di perdita, spossessamento e spaesamento, «narrativa del verbo senza carne» (p. 23) – e insieme a una sorta di espressionismo-cubismo: così per esempio nella lirica nuovamente intitolata (resa) si susseguono i termini «scompone», «informe», «assente», «sconsacrazione» (p. 55). Ma la parola-chiave dei Ruderi è, a mio avviso, «espianto», che riassume in immagine plastica l’idea enunciata di continuo anche in forme drammaticamente imperative («Sia scure! Sia partenza!», p. 31) e attraverso alcuni titoli: (il vino del distacco), (esiliati), (migrazione).
Dopo l’espianto si può solo essere dubbiosamente «aggrappati ad una forza irrisoria / del rito e delle sue esequie» (p. 28).

Secondo Giacomo Cerrai – gli interventi critici su Ruderi del Tauro sono numerosi e significativi, a partire dalla postfazione di Sebastiano Aglieco – «il principale protagonista di questo libro, al di là delle sue articolazioni e dei suoi riferimenti oggettivi, è il linguaggio»[2]. È vero che soprattutto Boschivo per le furie, la sezione centrale e più corposa del libro, presenta numerose conferme in questa direzione («Redime, / la carità del verbo, il torso ostico…», p. 33; «l’evoluzione dell’adorno / pasce il verbo», p. 35; «scorteccia / l’argine del verbo», p. 37; «l’oro / della serpe temporale», p. 38, con un richiamo alle «due serpi di stile» del proemio; «mozzate verba», p. 50). Attenuerei tuttavia l’affermazione, nel senso che da un lato si può dire che la centralità del linguaggio, ovvero della forma, valga per ogni autentica poesia e ogni risultato d’arte; dall’altro qui il linguaggio – il verbo, la poesia – è sempre anche visione e veggenza («Arte della visione include l’artificio / acceso del volto noto nell’osceno sguardo», p. 57; «Il folle zio Domenico è veggente, / urla gli incendi le miserie il secco», p. 15), e alla figura del folle veggente si affiancano e si confondono quelle dell’anacoreta (pp. 25-26) e del salvaticus, il «santo selvaggio» («vige luminescente il santo selvaggio», p. 52), povero e «piagato», «lazzariato»: (l’indigenza del santo), p. 54. Inoltre il linguaggio potente e stratificato, sintatticamente franto e oscuro dei Ruderi continua a evocare gli oggetti proprio nel negarli e proclamarli assenti, compiangerli, congetturarli, deformarli visionariamente.

E tornando al piano figurativo, noto che a rappresentare bucrani in Italia è stato soprattutto un siciliano al pari di De Lea trapiantato o espiantato fuori dall’Isola: Renato Guttuso. Ne ha dipinti molti, a partire dagli stessi anni della Testa di toro di Picasso, il 1942, fino al termine della sua vita, alla metà degli anni Ottanta. Sempre accompagnandoli ad altri oggetti-emblemi di una mediterraneità eterna, protostorica: giare per l’olio, sedie impagliate, foglie di cavolo e limoni, teschi umani («il risolino / eterno del teschio», p. 21) o mandibole di pescecane (nei Ruderi abbiamo la pesca al pescespada, p. 12), drappi rossi o neri…

GUTTUSO_Bucranio mandibola di pescecane e drappo nero contro il cielo_1984.jpg

Fra tutte, anche la poesia che mi si è offerta come più “classica” e “classicamente” interpretabile ha al centro, o meglio in apertura, l’immagine del bucranio, ed è posta quasi esattamente al centro del libro (p. 39).

(un’ora algida)

Un’ora algida, di pieve, spacca
la fresca testa del vitello.
Avvalla nelle gole
il fuoco dei verbaschi
la dismisura dei morti,
l’infanzia presso
una conca superstite di braci,
norma di casta lingua
nel corpo dell’olivo.
Sorge, arroventa, l’ansimo
al roveto.

Le cose che si potrebbero dire partendo da questi pochi versi sono persino troppe. Provo ad appuntarne brevemente almeno qualcuna.
Il sacrificio che «spacca / la fresca testa del vitello»: sacrificio biblico e cristiano e insieme prebiblico e mediterraneo, come tutta la simbologia che innerva non solo questa specifica lirica ma tutti i Ruderi
La compresenza o circolarità gelo-ardore (ora algida-arroventa): l’«ora algida» e la «fresca testa» iniziali, passando per «il fuoco dei verbaschi» e «una conca superstite di braci», si rovesciano in chiusura in un “roveto ardente”. Un’analoga polarità[3] è presente anche in (acque reali), testo eponimo della prima sezione che viene evocato anche nella copertina del libro sotto forma di fotografia, con un’immagine della Fontana dell’Acqua Reale di Casalvecchio Siculo, nel Messinese.
La trama sonora (un altro libro di De Lea si intitola Dall’intramata tessitura) che lega e mette in rilievo le parole-chiave del testo: pieve vitello avvalla verbaschi olivo arroventa roveto.
Pieve è il luogo della comunità, in senso insieme laico e religioso (plebs, pievano).
Vitello l’animale sacrificale, la creatura.
Avvalla il moto volto verso l’interno e il basso che prepara l’ardente moto ascensionale conclusivo, l’anelito a un Dio non nominato bensì evocato attraverso la sua manifestazione biblica a Mosè: «Sorge, arroventa, l’ansimo / al roveto».
verbaschi, come spiega l’autore in una nota a fine testo, sono «arbusti resinosi messi a bagno nell’olio, accesi a mo’ di torce […] portati in processione un tempo la sera del 24 marzo, vigilia della Festa dell’Annunziata, a Casalvecchio Siculo».
L’olivo e l’olio («l’olio per la carità dei morti», p. 23; «giara del tempo oleario», p. 55) hanno anch’essi un valore e un simbolismo sacrij. L’olivo qui pare anzi fisicamente incarnare la possibilità e la regola di un linguaggio lontano tanto dalle durezze dell’enigma quanto dall’artificio e gli inganni delle «due serpi di stile»: una «norma di casta lingua / nel corpo dell’olivo».

Al centro del testo – avvallata, inghiottita – sta «la dismisura dei morti».
In un mondo come quello attuale che sempre più cancella e nega l’invisibile e lo spirituale, la poesia è fra le poche esperienze dove continuino ad avere spazio ed esistere i morti. Il «morto luminoso» (p. 23), «le anime dei morti / che s’addensavano, uccelli che non svernano…» (p. 25), «Nell’assoluta libertà dei morti, / inquieto stormo nella cava / regione dei gelsi» (p. 52), «Ascesi pure i morti / in una sconsacrazione di ogni alba» (p. 55), «il vizio vernacolo dei morti» (p. 58).
Già solo per questo motivo – ritrovare, avvertire il mistero e l’immensa «dismisura dei morti» – vale la pena di provare a leggere questo libro difficile. (I libri facili, alla fine, spesso non vale la pena di leggerli.)

30 maggio 2018
Pubblicato in La poesia e lo spirito

IMMAGINI
Pablo Picasso, Testa di toro, 1942, Milano, Pinacoteca di Brera.
Renato Guttuso, Bucranio, mandibola di pescecane e drappo nero contro il cielo, 1984, Roma, Archivi Guttuso.
Pittore di Verghina, Ratto di Persefone (o Proserpina), 350 a.C. circa, Verghina, Macedonia (l’immagine è riprodotta in Emanuele Trevi, Qualcosa di scritto, Ponte alle Grazie, 2012).

NOTE
[1] Un amare che si trasforma in odio, nell’ottavo testo di Sequela del padre, a p. 22:

Il corpo della voce trema
alla vista del mare dei padri,
cala l’oblio sull’odio necessario
ed a voi, utenti dell’illuso teatro,
par finalmente sceneggiata pace.

E più avanti nel libro troviamo un «Esercito del disamare» (p. 56).

[2] http://ellisse.altervista.org/index.php?/archives/480-Su-Ruderi-del-Tauro-di-Enrico-De-Lea.html

[3] Buio-sole, luce-ombra: «I lavoranti oscurano il pensiero / al sole, tengono l’ombra in tasca / coi fazzoletti marci di sudore», p. 15. È la polarità mediterranea sintetizzata da Gesualdo Bufalino nella memorabile formula La luce e il lutto, titolo di una raccolta di prose brevi dedicate a luoghi, fatti e identità della Sicilia.

Ruderi del Tauro_De Lea
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Attendendo le fioriture di Giovanna Rosadini

 

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Da sistema a unità a numero completo, i titoli dei libri di poesia finora pubblicati da Giovanna Rosadini alludono sempre a un tutto, un insieme coeso (Il sistema limbico, Atelier 2008; Unità di risveglio, Einaudi 2010; Il numero completo dei giorni, Aragno 2014). La forza dell’asserzione, dell’affermazione positiva e ordinatrice è tanto maggiore quanto più risulta minacciata da un polo negativo e indistinto cui si oppone. E se è lecito formulare ipotesi dall’osservazione di un titolo in sé, prima di aver letto anche un solo verso, Fioriture capovolte – la nuova raccolta di imminente uscita nella collana bianca Einaudi – sembra proporsi dunque con maggiore libertà e felicità rispetto al precedente lavoro dell’autrice: una naturalezza e confidenza raggiunte infine nell’età matura, per cui il sistema e l’unità, l’enumerata completezza, sono forse ormai un dato acquisito e implicito, in sottotraccia: non è più necessario strapparli al caos dell’indistinzione, individuarli con tenacia e porli in evidenza.

Lasciando fuori dal discorso Il numero completo dei giorni, prenderò qui in esame le prime due raccolte dell’autrice, due libri che fin da subito mi sono apparsi un unico libro, connotato da fortissimi e continui effetti di ripresa: echi tematici, musicali, lessicali, metaforici, e una coerenza complessiva, una trama a maglie strette e avvolgenti, implacabili, «una garza / fitta di ottundimento» (Il sistema limbico, p. 31), «il viluppo / in cui giaccio annodata, la fune che blocca / l’estensione, la ragnatela bianca intorno / ai gomiti, alle mani, alle ginocchia piegate» (Unità di risveglio, p. 7).
Ora, già nella struttura le due raccolte (61 testi per Il sistema limbico, 93 per Unità di risveglio) si presentano simili: entrambe sono costituite da tre sezioni – contrassegnate nel primo caso solo dal numero romano, nel secondo anche da un titolo –, tra le quali la più corposa è quella centrale, mentre l’ultima è la più breve.
La prima sezione di Unità di risveglio si intitola Sintomi (Una premonizione). In 26 testi ciascuno di quattro versi – la regolarità metrica e il ricorso alla forma breve propri di quest’unica sezione le danno un particolare rilievo – vengono scanditi i segnali che preludono all’evento traumatico al centro del libro, l’incidente che porta alla Terra di nessuno di un lungo coma, con il successivo lento e graduale risveglio, l’Itaca del ritorno alla vita, e a una faticosa, precaria nuova dimensione in cui «ogni cosa costa molto più di prima» (p. 106).

Ciò che mi interessa qui evidenziare è come il carattere di “sintomo” e “premonizione”, anticipazione e presagio, si applichi non soltanto alla prima sezione di Unità di risveglio rispetto alle due sezioni successive della stessa raccolta, ma anche all’intero primo libro, Il sistema limbico, rispetto a quello successivo.
Un primo dato macroscopico in questo senso: nella sezione centrale di Unità di risveglio tre poesie consecutive (pp. 42, 43, 44) vengono riprese, virgolettate, dalla sezione centrale del Sistema limbico (pp. 38, 39, 42).
Anche il testo conclusivo del secondo libro, su cui torneremo più avanti, viene ripreso dal primo: non virgolettato, in quanto risulta in parte riscritto.
Ma soprattutto: nel Sistema limbico i presagi di un evento “che non ha nome” – e che a posteriori è impossibile non leggere come quello al centro di Unità di risveglio – sono fittissimi, continui e pervasivi. Ne tento qui una campionatura incompleta e solo esemplificativa, eppure impressionante nella sua progressione-ossessione: nel rendere tangibile un senso vischioso e insinuante di resa del corpo e della mente, di ogni forza vitale: circolano nel libro un senso fatalistico e irresistibile di imminenza e ineluttabile cedimento, un’attesa febbrile e sensitiva, un’oscura, mortale attrazione verso «ciò che arriva», risale dall’interno, risucchia e soffoca.
«Dal ventre dell’impotenza / che mi sta digerendo» (p. 21); «pezzi di corpo scomposto, arreso / alla necessità» (p. 23); «Così sanguina la carne / della mente, e non solo» (p. 24); «Un’ansia vischiosa strappa / il cuore verso il basso / tronca la sinusoide dei pensieri / attenta al respiro» (p. 25); «senza coscienza / e morente – emorragia cerebrale», «Un rosso allagamento di pensieri… / … promette lutti» (p. 30); «Il silenzio pullula di voci / premono sulle membrane / scoppieranno come piccole bolle / disegneranno di ischemie / la polpa del cervello» (p. 38); «Ciò che arriva non ha nome / è un ronzio di confusione / disabitata, un presagio opaco» (p. 39); «(carne disarmata e immobile) // dal corpo ancora tiepido e vivo ma / slargato, già confuso alla terra» (p. 40); «depositarsi al fondo della vita» (p. 41); «Sprofondata in un torpore preletargico» (p. 42); «verso agguati più lontani, presagi / strani» (p. 47); «Uno stallo prelude al precipizio», «nell’istante che precede la caduta» (p. 61).

Eppure già nella prima sezione del Sistema limbico (nei testi compresi fra le pp. 30 e 34, due dei quali sono forniti di titolo: A rush of blood to the head e Agnizione) si avverte come il male che avanza, l’evento centrale rappresentato con tratti corporei, di malattia, sia anche e insieme, o soprattutto, il rapporto con l’altro: un tu maschile, che nella prefigurazione di un sogno appare «senza coscienza e morente» e che l’io lirico femminile giunge a definire «metastasi illividita nascosta / nei recessi del corpo», invano cercando rispetto a esso «un gesto definitivo, il coraggio / della cesura, del rifiuto». Procedendo nella lettura si coglie la sostanza di una relazione in cui «Parliamo una lingua morta / un inerte paradiso d’intenti / soffice e voluttuoso come un’infezione / annidata in fondo alla trachea» (p. 46) e il cui senso sta «nel non sapersi vivi al di fuori di questo patire» (p. 67).
Il coraggio «mai trovato» di rescindere questo rapporto malato agisce nel tempo forse sotto altre forme, finché – nel penultimo, durissimo e catartico testo della raccolta, Burning is learning (p. 73) – la relazione vissuta si è trasformata in un «cadavere che brucia in riva al fiume», «E se son io quella che impara tra le fiamme, / ricorda: questo cadavere / sei tu».
La poesia è dunque un modo per essere e rimanere presenti a se stessi in condizioni di particolare difficoltà e sofferenza, e un continuo inabissamento dell’io in se stesso: il punto di vista è tutto interno, interiore, con complessa vastità: «Within me latitude widens, longitude lengthens» (SL, p. 11). Un polo positivo, vitale, in questa fase è intravisto più che altro come ipotesi e flebile domanda: «Vive sbiadita… / … / amministra il suo tempo adulto / cucendone i lembi / chiedendosi se ancora si leverà / un vento capace di farne vela» (SL, p. 43).

In altri termini, il male fa parte dell’esistenza già ben prima dell’incidente e del coma che sopraggiungeranno, e non è tanto o soltanto un male fisico: è lo strisciante “male di vivere” che tutti ci accomuna. Benché l’autrice fornisca dati precisi – il diario e la testimonianza di una malattia: tracheotomia, tubi, cannule… strumenti e pratiche mediche vengono tutti all’occorrenza nominati – pure, a chi legga i suoi due libri nel loro insieme e vi riconosca un sistema di forme e costanti espressive, il terribile evento fisico che la colpisce risulta compiere un destino necessario: insieme esistenziale biografico espressivo.
Tutti siamo più o meno affetti da malattie, tutti siamo di continuo esposti al racconto e al riverbero delle malattie altrui, e il peso e la pena, la noia e l’informe opacità dell’argomento ci opprimono ogni volta allo stesso modo. Qui invece – nonostante le apparenze e il vissuto stesso dell’autrice, e nonostante la lettura di Unità di risveglio possa essere senza dubbio consigliata a chi attraversi o abbia attraversato un vissuto analogo – il punto non è la malattia in sé, e tanto meno una specifica malattia. Come sempre, ciò che convince e avvince nella (grande, autentica) poesia è la capacità di creare un sistema, di stabilire, all’interno del più vasto e variegato mondo, un altro mondo del tutto coerente e necessario. Sono la legge e la misura interne, la determinazione realizzata di calare l’inafferrabile ispirazione in certe precise forme, forme che prima della poesia in questione non esistevano. Non il soggetto, l’argomento: che è paradossalmente indifferente, o meglio libero e autodeterminato – stabilito ab origine come un DNA, una costante di sviluppo e progressione, espansione propria.

Unità di risveglio è un libro che richiede, come del resto sempre la poesia, pazienza, il tempo per entrarci: va letto tutto da dentro, facendo l’esperienza che esso è. Altrimenti certi passaggi possono risultare prosastici e certe dichiarazioni (per esempio Manifesto e Noialtri, pp. 76-77) eccessivamente volontaristiche e retoriche, e allo stesso modo, da un punto di vista ritmico, il frequente ricorso alla rima baciata può in prima battuta suonare stonato e fastidioso, troppo facile (si veda per esempio l’effetto martellante del primo testo di Itaca, «Questo treno viaggia al ritmo del mio cuore», p. 89). Man mano però che si procede nella lettura e si accorda l’orecchio, la dizione narrativa e oggettiva si stacca dal dato reale che pure saldamente enuncia, lo trascende diventando altro, una voce forte, impersonale e disincarnata nel proprio fare costante riferimento al vissuto del corpo: un corpo dolente e in mille modi minorato.
“Unità di risveglio” è un’espressione ospedaliera (indica i reparti riservati ai pazienti in coma in attesa di “risveglio”), e il titolo e insieme l’argomento del libro non possono non evocare lo straordinario Risvegli (Awakenings) di Oliver Sacks, racconto del drammatico nonché precario ritorno alla consapevolezza, dopo quasi mezzo secolo di encefalite letargica, di un gruppo di pazienti seguiti dal neurologo e scrittore Sacks.
Sacks, ebreo nato a Londra, dopo la laurea lavorò e visse perlopiù a New York, e anche Giovanna Rosadini è ebrea (Il numero completo dei giorni segue la falsariga di una lettura moderna ed “esperienziale” della Torah durata un anno), la lingua inglese entra con naturalezza nei titoli e negli esergo dei suoi versi, e tra i luoghi tipici della sua poesia vi è New York.
Insieme a New York, in una triangolazione biografica e urbana ben delineata, stanno Genova, che rappresenta l’infanzia e le origini («percorro questa città che mi riverbera / fra le mani e restituisce figure / di un passato mai finito», SL, p. 33), e Milano, luogo del presente e di una difficile appartenenza («Riusciremo ad amare questa periferia / … / … Potremo / sentirci parte di ciò che non riconosciamo», SL, p. 64). A unire i diversi punti della mappa sono voli aerei, treni, autostrade: il tema del viaggio è presente in varie liriche e si lega a quello fondamentale del ritorno, su cui torneremo.

Propongo a questo punto un testo rappresentativo dei temi e dello stile dell’autrice, e particolarmente convincente nella musicalità ossessiva e allarmata, aperta sul mondo e i suoi molteplici segnali con la sottile ansia di cui si è detto.

Una ressa di falene intasa l’esofago
mentre arrivo all’appuntamento
impigliate in un buio remoto
cercano un varco per la luce

fronde già estive scoscendono il marciapiede
Central Park West
nel raro dei passanti chiusi nei loro profili
assorti sull’eco del traffico incrociato

da un punto interno all’ombelico
ramifica una mappa elettrica di vibrazioni
salda potenza che flette il selciato
e fende un tepore olfattivo presago.

Tratta dalla prima sezione del Sistema limbico (p. 16), la lirica presenta, in sequenza: l’oscura sensazione di soffocamento e sintomi corporei, che si manifesta nell’imminenza di un incontro amoroso («mentre arrivo all’appuntamento»); quindi lo scenario della grande città, New York, percepita come unione di elementi naturali («fronde già estive»), artificiali (marciapiedi, traffico, selciato) e umani (il «raro dei passanti chiusi nei loro profili / assorti»); infine l’energia vitale-sessuale, che appare qui come la pulsione positiva, di contro alla forza negativa incarnata dalla «ressa di falene» – eppure le falene non sono un elemento esterno ed estraneo, ma una parte sofferente del soggetto stesso, e «impigliate in un buio remoto / cercano un varco per la luce».
Nella complessità sensoriale di una poesia come questa l’olfatto – che ha sede nelle aree cerebrali denominate sistema limbico – assume particolare rilievo (cfr. «mentre l’olfatto solidifica ricordi», SL, p. 18, e i gerani invernali e notturni che rimangono «presenti al mondo» attraverso una «labile traccia olfattiva», SL, p. 35).
La rima tra primo e ultimo verso collega ed evidenzia le due parole chiave del testo: esofago e presago, con la loro sonorità ostica e allarmante. Esofago: la puntualità di una sintomatologia, l’onomatopea, il punto esatto del corpo in cui il male si insinua ed è più minaccioso. Presago: la parte mentale e interiore del medesimo processo.
La sonorità onomatopeica e sottile di f e s presente nell’iniziale esofago riecheggia nei versi successivi, sottolineandone gli snodi: falene esofago fronde profili traffico ramifica flette fende olfattivo; ressa intasa esofago estive scoscendono West passanti chiusi assorti sull’eco salda selciato presago.
La lirica trova, per esempio, significativi richiami lessicali nella lunga sequenza onirica di Natura morta (UdR, pp. 40-41), dove «intasano il torace» e «… Col peso / che mi preme addosso / da ogni lato cerco una via» corrispondono a «intasa l’esofago» e «impigliate in un buio remoto / cercano un varco per la luce». Si noti qui che l’espressione pittorica “natura morta” viene usata in modo straniante: nell’inabissamento «nel liquido rovescio del giorno», tra «luci sottomarine», morta prevale su natura, che si può intendere anche – parte per il tutto, principio generativo e unificante – come il sesso. A suggerirlo è la prima lirica del medesimo libro (p. 5):

Il mio sesso è una pietra scura
affondata nella terra del corpo

pesa negli occhi come un magnete –
le orecchie ne misurano il silenzio.

I versi di Natura morta – che nel sottotitolo recita Sogno, sasso, abisso e in incipit «Affondo insieme al sasso» – alludono certo all’equivalenza e quasi omofonia sesso-sasso (sesso/pietra/peso/silenzio), stabilita in apertura di volume con la perentoria sinteticità di una legge e oniricamente ampliata dunque così: sesso-sasso-abisso.

A margine, o forse non così a margine, segnalo inoltre due echi che si possono cogliere sempre in Unità di risveglio, attraverso spie linguistiche minime ma per il lettore di poesia italiana del Novecento piuttosto evidenti e irresistibili: anche perché i due autori rintracciati in filigrana sono tra quelli esplicitamente dichiarati dall’autrice come fondamentali per il proprio canone[1].
Il Montale della Bufera, «La bufera che sgronda sulle foglie», il celebre incipit del testo iniziale ed eponimo della raccolta montaliana degli anni della guerra, viene richiamato nell’incipit di una breve lirica intitolata al capodanno ebraico, Rosh Ha-Shanà, che riporto per intero: «Lo sgrondo del temporale segna i vetri / infrange il buio rimescolato dal vento – / improvviso quanto la fine che segna / l’irrompere di questo nuovo inizio» (UdR, p. 90).
E il Sereni di un incipit altrettanto famoso e anch’esso bellico, di poco posteriore alla Bufera: «Non sa più nulla, è alto sulle ali / il primo caduto bocconi sulla spiaggia normanna». Un incipit che sembra sovrapporsi al titolo Passa la morte. Vola alta (UdR, p. 39), considerando anche il simbolico e salvifico scambio d’identità e di ruoli, di morte e vita presente in entrambe le poesie. In Diario d’Algeria fra il poeta, l’ufficiale Sereni che si dichiara morto e il caduto alleato cui viene chiesto di pregare al posto del vivo; in Unità di risveglio fra la poetessa – non morta e però caduta «per terra», «essere ormai quasi decerebrato /… sul pavimento» – e l’amato fratello che provvidenzialmente presta «occhi» e «cuore per farmi rimanere».

Quella di Giovanna Rosadini è dunque una poesia matura, colta e si vorrebbe dire internazionale, poco italiana forse. La sua prima raccolta, Il sistema limbico, è uscita nel 2008, quando l’autrice – nata nel 1963 – aveva 45 anni ed era stata editor per la poesia da Einaudi lavorando con Raboni, Alda Merini, Gabriele Frasca e molti altri. In altri termini, leggendo i suoi versi si scampa il rischio dilagante dell’ingenuità e dello spontaneismo, dell’effusione scomposta e generica, e la cosiddetta vitalità selvaggia e l’eccesso possono essere espressi non in prima persona: vengono se mai filtrati e riconosciuti nell’altro, specificamente nella figlia bambina: «la sorpresa nello specchio», «Piccolo coccodrillo famelico / riassumi la crudeltà che mi nego» (SL, p. 50).

Bianca

I never thought
I would become the mother, the other

Mi sei cresciuta dentro
come un ritorno, la sorpresa
nello specchio, una fame di secoli
che spalanca la gola. Nel rovescio
di ciò che sono stata misuro i tuoi sorrisi,
intreccio il biondo dei capelli, lucido
le pupille. Piccolo coccodrillo famelico
riassumi la crudeltà che mi nego,
esilio dal sentire e dai modi,
ho bandito dal catalogo interiore.
Puro istinto nel profondo degli occhi
dilaghi l’azzurro come un imperativo
dovuto, il campo magnetico
cui non ci si può sottrarre.
Ammutolita nel riconoscimento,
riemergo nel tuo sguardo
a un altro sguardo, all’occulto
sottinteso che ti ha generata.

Bianca è forse la più luminosa e toccante fra le liriche che compongono le due raccolte di cui ci stiamo occupando: per la ricchezza con cui tesse le immagini speculari che dalla figlia rimandano alla madre e viceversa (lo specchio è anche fonico: mother-other recita l’esergo iniziale che sembrerebbe, ma non è, tratto da The Double Image di Anne Sexton, componimento tragico che in chiusura recita «I made you to find me»: «Ti ho fatta per trovarmi»); per la dinamica di sguardi da cui emerge un’identità condivisa, sovrapersonale; e per come quest’ultima rimanda infine «a un altro sguardo, all’occulto / sottinteso che ti ha generata».
L’Occulto Sottinteso mi pare uno dei più convincenti e potenti nomi di Dio che si possano incontrare, e l’identità si pone dunque sempre come una conquista: una riappropriazione, un riconoscimento e autoriconoscimento che per darsi ha bisogno dell’altro. La figlia in questo caso. Ma l’altro può essere presente anche solo come ricordo: è il caso della nonna che dopo il coma viene rivista nella propria immagine allo specchio (UdR, p. 37). E a volte come specchio può bastare il retrovisore, lungo l’autostrada, per momenti di risveglio, rinascita, certe minime e vitali epifanie interiori che ciascuno sperimenta: «ancora una volta / riaffioro a me stessa, nello stupore / rinnovato a ogni conferma. Sul calco / delle labbra si schiude il sorriso, pupille / si girano a osservarmi – ed è il tuo profilo, figlio / quello che in un guizzo d’occhi si separa» (SL, p. 49).

«Mi sei cresciuta dentro / come un ritorno». Nell’incipit di Bianca il tema del ritorno-ritrovamento è declinato nella sua forma più limpida e si direbbe definitiva. Più in generale, il viaggio di ritorno muove sempre da una realtà/esistenza presente precaria e incompleta, minacciata da distruzione, perdita o non consapevolezza, da falsità, rimozioni e divieti («riassumi la crudeltà che mi nego» e i versi seguenti). Anche la scrittura stessa, la poesia sono un ritorno e la riappropriazione di un rimosso: la dedica finale del Sistema limbico recita «A chi mi ha permesso / di ritrovare / ogni sepolto furore» (il riferimento è all’analisi junghiana che ha portato alla stesura del libro[2]). Il tema del ritorno salda e riconferma l’unità e circolarità dei primi due libri di Giovanna Rosadini: apre Il sistema limbico, con un esergo tratto da Cummings – «your homecoming will be my homecoming» – e vi ricorre per esempio, dichiaratamente, con In viaggio: home again (p. 55); conclude Unità di risveglio, con la sezione intitolata Itaca, a sua volta conclusa da una riscrittura della lirica appena menzionata, che nella nuova versione si intitola semplicemente Home again (p. 108).
Non si ritorna mai da soli, il viaggio deve essere condiviso, e anche la meta, la casa, l’isola natia deve essere ancora e sempre e di nuovo abitata da quelli che sono parte di noi.
Uno dei pochissimi ebrei che abbia mai avuto l’occasione di conoscere, un uomo giunto a farsi una famiglia solo in età piuttosto avanzata, anni fa mi disse: a lungo ho cercato le mie radici nella frequentazione della sinagoga, nella religione. Oggi so che le mie radici sono i miei figli.
Queste parole – che concludevano il racconto della sua vita, di cui ho poi dimenticato tutto o quasi – mi colpirono molto e mi si ripresentano qui: la stessa scoperta e la stessa verità, lo stesso “ritorno” della poesia di Giovanna Rosadini.
E dalle radici vengono infine le fioriture: le Fioriture capovolte che attendiamo ora di leggere.

fine aprile-2 maggio 2018
Pubblicato in La poesia e lo spirito

Carissima Giovanna,
sono commossa dalla sua lettura e analisi, così approfondita, pertinente e lusinghiera. Mi sono ritrovata in tutto quello che ha scritto, e mi ha dato degli spunti di riflessione sulla mia stessa poesia: se, da un lato, sono sentimentalmente legata al Sistema limbico, che è stato il libro con cui mi sono finalmente, e tardivamente, legittimata la scrittura, dall’altro me ne sono poi vergognata un po’, trovandolo troppo scoperto ed effusivo… questa sua lettura me lo riabilita ai miei stessi occhi, come un elemento coerente (quale in effetti è) della mia poetica. Sia Il sistema limbico che Unità di risveglio sono due libri sulla rinascita (emotivo-sensoriale il primo; una rinascita tout-court il secondo) e sul ritorno alla propria verità interiore. Poi, così giusti i richiami ai miei autori di riferimento! Anne Sexton compresa (e con lei le poetesse americane contemporanee che amo moltissimo, come Sharon Olds e Adrienne Rich).
Insomma, grazie di cuore per avermi letta così bene, trovare un lettore vero e appassionato (e, nel suo caso, competente) è sempre, per me, un grandissimo regalo e una vera gioia.

Con riconoscenza e stima
Giovanna Rosadini

[1] «Montale […] è il poeta del secolo passato con cui trovo più corrispondenza, pur avendo amato l’asciutta sobrietà di Sereni», da un’intervista rilasciata a Pasquale Di Pelmo, nella rivista online Succede oggi, www.succedeoggi.it/2016/12/tenebra-come-dono/

[2] L’autrice ne parla in un’intervista: http//www.pangea.news/giovanna-rosadini-nonostante-la-poesia-vende-soprattutto-non-possiamo-farne-meno/

 

La grande gioia di Tagore

 

Il mondo è nato
dalla grande gioia,
il mondo è conservato
dalla grande gioia,
e nella grande gioia
entriamo dopo la morte.

*

Ogni mattina al benefico tocco della luce
Ricevo dell’esistenza il dono –
[…]

Come mani giunte imploranti
Si volgon gli occhi miei al cielo.
Questa luce di vita m’elargì il primo saluto
E l’ultimo dono della vita mia
Posto sarà sull’ara della luce,
Dietro le rive dell’occiduo mare.
Sento che tutto non è stato detto –
Però son le parole tutte vane!

Compiutamente non fu del mio cuore la melodia accordata
Con l’armonia del cielo –
E rinvenuto non ho la mia voce.

1 Dic. 1940: Mattino

*

Quando presi sonno non so –
Destandomi trovai ai miei piedi un cesto d’arance.
Spandendo l’ali della fantasia
Mi sovvenni di molti cari nomi.
Intorno ad un ignoto
Molti nomi si strinsero
Che d’ogni parte giungevano.
Un nome lievitò molti altri nomi,
Che in questo dono avevano l’unico loro senso.

21 Nov. 1940

TAGORE_Guanda_poesie

I versi posti in apertura sono non propriamente di Tagore (Calcutta 1861-1941, Nobel per la letteratura nel 1913), bensì degli antichi saggi indiani, i rishi, cui egli si ispirava. Si leggono sulla quarta di copertina di un volume della storica collana di poesia «Fenice» diretta da Attilio Bertolucci, da cui sono tratti anche gli altri due testi (Le ali della morte. Le ultime liriche di Rabindranath Tagore, a c. di Augusto Guidi, trad. dalla versione inglese di Aurobindo Bose, Guanda, Parma 1961).
Dopo la data molte tra le poesie di questa raccolta riportano l’indicazione «Mattino».
È stata invece composta di «Pomeriggio» la lirica «Di fronte si stende l’oceano di Pace» (p. 91), l’inno che per desiderio di Tagore stesso sarebbe stato cantato durante il servizio funebre in sua memoria.

17 aprile 2018

Pubblicato in La poesia e lo spirito

Questo versi, tratti da un vecchio libro di mia madre,
sono dedicati a MA, Mariantonietta Zingarelli,
che con la sua gioia e il suo “smarrito giardino”
me li ha tanto vivamente riportati alla memoria.