Questionario per Poesia aperta

 

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(Immagine: Silvia Venuti, Spazi, 2003)

 

Quale funzione e valore attribuisce alla poesia nella sua vita e in rapporto agli altri?

Considero la poesia il centro segreto e invisibile attorno a cui tutto, nella mia vita, ruota e a cui tutto, o forse piuttosto tutto ciò che conta, in modi e tempi diversi converge.
Nei rapporti con gli altri la poesia risulta invece un po’ un tormento, negli ultimi tempi anzi un tormentone: Wisława Szymborska con autoironia tesse le lodi della propria sorella, una persona che, a differenza di lei, quando invita qualcuno a pranzo non ha in mente di leggergli i suoi nuovi versi… Be’, ho la sensazione che amici e conoscenti stiano smettendo di accettare i miei inviti a pranzo. Ho però da poco pubblicato le mie poesie in un sito, Crudalinfa, e spero ora molto negli “altri” sconosciuti: i virtualmente infiniti possibili altri che le leggeranno senza conoscermi.

Ha contato e quanto la conoscenza della letteratura femminile nella sua formazione poetica?

Molti degli autori che per me più hanno contato sono donne. Prima e più di tutte, e ancora oggi, Emily Dickinson. Poi Marina Cvetaeva. Gli altri autori di sesso femminile che ho più frequentato sono di fatto poeti in prosa (Katherine Mansfield, Virginia Woolf, Lalla Romano…) o anime di grande luce come Etty Hillesum. Tra i venti e i venticinque anni circa ho letto anche un certo numero di testi teorici su femminismo e questioni di genere, e ho frequentato un corso dell’Università delle Donne, a Milano, sulla “letteratura femminile”. Sono cresciuta in un ambiente antico e molto tradizionale, dove la differenza fra essere maschi ed essere femmine – o essere omosessuali ­– era (è ancora) enorme e per nulla pacifica. Ma in quegli stessi anni leggevo Pessoa, anche lui poeta in prosa, Borges, Rilke, i Salmi…

Quali sono gli aspetti per così dire specifici che sottolineerebbe nella sua poesia? La metrica, i temi, la struttura?

È molto difficile definire la poesia e stabilire dove si trovi, e ancor più farsi critici di se stessi. Per il mio lavoro vorrei forse segnalare il tema orfico, nella raccolta che lo porta nel titolo (Orfiche). Ma è una tautologia, uno specchio, perché Orfeo non vuol dire nient’altro che poesia. Quindi tutto e niente. Provo a indicare almeno qualche parola chiave per la mia declinazione di Orfeo: luce, nascita e generazione, fuoco, visione (vision and prayer: la formula e la vetta mistica di Dylan Thomas).
Per la metrica invece segnalerei l’uso della misura breve, la minuscola gabbia della quartina, che ho praticato moltissimo (tra l’altro per una serie di ninnenanne intitolata Ninnenevi). Gabbie più grandi e articolate non ne so maneggiare consapevolmente: non mi sono mai proposta di scrivere un sonetto o una sestina, per esempio. Pure gli endecasillabi o altri versi vengono poi da soli: sono le parole stesse a disporsi nella sequenza ritmica e musicale loro necessaria. Questo non sempre avviene subito, può richiedere molte correzioni e prove e tentativi, ma in qualche suo modo deve avvenire.

Quali modelli poetici le sono stati di riferimento, tra autori italiani e stranieri, contemporanei e classici?

Credo che i miei modelli siano stati in primo luogo quelli classici, latini soprattutto: Virgilio, Orazio, Catullo… Il latino come giacimento della lingua e dei significati, come forma e ordo verborum: un ordine delle parole non casuale e non “naturale”, tutto tramato di rapporti interni, rispondente a una sua legge tanto ferrea quanto sensibile. E una sostanza non consumabile, non usurabile: perché alla poesia bisogna poter tornare mille volte, e bisogna volerla imparare a memoria, farla propria e portarla con sé.
Negli ultimi anni ho in un certo senso ritrovato la legge della forma latina, il suo sistema, nella grandissima poesia in lingua tedesca: Rilke, Trakl, Nelly Sachs… Altri poeti in cui riconosco questa sostanza incorruttibile sono Petrarca, Giovanni Giudici, e potrei citarne molti di più. Sul versante di realtà, storia e umanità tutte intere sento la straordinaria forza del Belli, nel suo romanesco (la poesia è sempre la lingua, sono le parole). Da giovane ho letto molto Dante e Montale, ma oggi mi pare di non averne memoria. Anche il greco, che pure ho amato moltissimo, mi pare di averlo perso. Ho ascoltato molto i cantautori come fossero poeti: De André, Guccini, Fossati… Tra gli stranieri Leonard Cohen, e negli ultimi anni il Vysotskij di Finardi, che trovo sublime (sempre in attesa di imparare il russo e conoscerlo in originale, insieme alla Cvetaeva).

Di questi autori, magari anche solo di uno di questi autori che appartengono alla sua costellazione letteraria, può dire che cosa la affascina o l’ha affascinata?

Tra gli autori per me decisivi voglio indicare qui Lalla Romano. Mi viene naturale farlo anche perché questo incontro si tiene proprio “a casa sua”, e in vari modi grazie a lei. Il suo stile e i suoi libri mi hanno toccata fin da subito personalmente, come qualcosa che mi riguardava e in cui ritrovavo fino a una sorta di identificazione pensieri, intuizioni, esperienze, paesaggi miei (l’«antico paese di brine» dove il campo gelato è «duro come la strada» e «lo stelo / brucia la mano che lo tocca»). La consonanza ideale che avverto con lei è prima di tutto di temperamento: “selvatico” e “un po’ segreto”. Nella sua opera questo si traduce in una grande libertà e rapidità, un’immediatezza intuitiva governata però sempre dall’intelletto, da una misura più ampia, e solenne persino, da una certezza, sperimentale e mortale però, di assoluto.

* Testo di autopresentazione in forma di questionario scritto per Poesia aperta, ciclo di incontri con poeti ideato e curato da Gabriella D’Ina e Antonio Ria presso la Sala Lalla Romano (Biblioteca Nazionale Braidense, Milano).
Una parte del questionario, insieme alle 5 poesie che seguono, è stata letta durante il primo incontro del ciclo, l’11 giugno 2016. Gli altri poeti che vi hanno partecipato portando i loro testi, la loro esperienza e la loro voce sono Ann Bises, Silvia Venuti e Mariantonietta Zingarelli.
* link e tag: Borges; Cvetaeva; Dickinson; Dylan Thomas; in prosa; Lalla Romano; Libera Università delle Donne di Milano; Nelly Sachs; Poesia aperta; Rilke; Vision and Prayer

 

5 poesie per Poesia aperta

 

Ho controllato la punta delle dita
in cerca di gemma o corolla fiorita.
Ancora niente.
Eppure sento questo verde urgente:
sottopelle, una cruda linfa pulsante

 

*

 

La felicità sta tutta nei piedi,
che camminano la terra, danzano,
sta nella bianca nuvola del fiato
– ché è mattino
freddo terso assolato

 

*

 

Lo stormo d’uccelli intrappolato
nel pozzo dell’anima, fra i mattoni,
d’un tratto alto si leva:
disprigionato erompe in luce e vortica
– ma i tonfi, i fruscii alle pareti:
urti di penne e becchi,
soffici petti
piumati,
strie
di sangue

 

*

 

E non ho ancora capito
se questa che m’ostino a sentire
ben più delle parole di chi mi sta vivo accanto
sia la voce del mare in una conchiglia
– e io il guscio vuoto in cui risuona,
nulla senza un orecchio che per gioco
a sé l’accosti –
o la musichetta metallica e inceppata
della ballerina nel carillon,
che gira inchiodata sulle punte
e tra il raso rosso e polveroso
solo sé riflette nel minuscolo specchio
su cui fra poco
il coperchio
di scatto si richiude
(sempre detestato i carillon)

 

*

 

Qualcosa è passato
un culmine s’è compiuto
ed è spento ora il cielo,
vuoto e assente dal proprio volto

è rifluito in sé il tempo
ma ancora matura,
più segreto

– si staccano come petali, foglie,
le voci dei bambini,
cadono lente nell’aria

basso il ronzio
di officine e compressori

qualcuno ha acceso
un fuoco di stoppie

(da Hortus, Orfiche, Questa voce, Senso dell’estate)

 

 

 

 

Omaggi (in forma di traduzione)

Cimitero Monumentale 3.jpg

(Immagine: Ylenia Arcelli, Cimitero Monumentale, n. 3, 2014)

n. 1. Rilke: Blumenmùskel, Anemòne

Muscolo-di-fiore, che all’anemone
il mattino dei prati pian piano dischiudi,
finché nel suo grembo la polifonia
di luce
degli alti cieli si riversi,

nelle quiete corolle teso
muscolo dell’infinito accogliere,
talora da pienezza tanto sopraffatto
che il cenno di riposo del tramonto

non può renderti indietro
i lembi dei petali intorno riversi,
tu, decisione e forza di quanti mondi!

Noi, i violenti, noi duriamo più a lungo.
Ma quando, in quale fra tutte le vite,
siamo infine aperti – ad accogliere?

(14 aprile 2016)

Blumenmuskel, der der Anemone
Wiesenmorgen nach und nach erschließt,
bis in ihren Schoß das polyphone
Licht der lauten Himmel sich ergießt,
in den stillen Blütenstern gespannter
Muskel des unendlichen Empfangs,
manchmal so von Fülle übermannter,
daß das Ruhewink des Untergangs
kaum vermag die weiterzurückgeschnellten
Blätterränder dir zurückzugeben:
du, Entschluß und Kraft von wieviel Welten!
Wir, Gewaltsamen, wir währen länger.
Aber wann, in welchem aller Leben,
sind wir endlich offen und Empfänger?
RILKE, Die Sonette an Orpheus, II.5, 1922

***

n. 2. Borges: Mis libros

I miei libri (che non sanno che io esisto)
sono tanta parte di me come questo volto
di tempie grigie e di grigi occhi
(di fronte dura e di bocca morbida)
che invano cerco nei cristalli
e che percorro con la mano incavata.
Non senza alcuna logica amarezza
penso che le parole essenziali
che mi esprimono stanno in quei fogli
che non sanno che esisto, non in quelli che ho scritto.
Meglio così. Le voci dei morti
mi diranno per sempre.

(14 aprile 2016)

Mis libros
Mis libros (que no saben que yo existo)
Son tan parte de mí como este rostro
De sienes grises y de grises ojos
Que vanamente busco en los cristales
Y que recorro con la mano cóncava.
No sin alguna lógica amargura
Pienso que las palabras esenciales
Que me expresan están en esas hojas
Que no saben quién soy, no en las que he escrito.
Mejor así. Las voces de los muertos
Me dirán para siempre.
BORGES, La rosa profunda, 1975

***

n. 3. Rilke: Soglia

Chiunque tu sia: la sera esci
dalla stanza in cui tutto ti è noto;
ultima di fronte alla lontananza sta la tua casa:
chiunque tu sia.
Con i tuoi occhi stanchi, che dalla soglia usata
a stento si staccano,
sollevi con lentezza un albero nero
e lo poni di fronte al cielo: snello, solitario.
E hai fatto il mondo. E il mondo è grande,
e come una parola che ancora matura nel silenzio.
E come la tua volontà ne coglie il senso,
i tuoi occhi lo lasciano, con dolcezza…

(15 agosto 2016)

Eingang

Wer du auch seist: am Abend tritt hinaus
aus deiner Stube, drin du alles weißt;
als letztes vor der Ferne liegt dein Haus:
wer du auch seist.
Mit deinen Augen, welche müde kaum
von der verbrauchten Schwelle sich befrein,
hebst du ganz langsam einen schwarzen Baum
und stellst ihn vor den Himmel: schlank, allein.
Und hast die Welt gemacht. Und sie ist groß
und wie ein Wort das noch im Schweigen reift.
Und wie dein Wille ihren Sinn begreift,
lassen sie deine Augen zärtlich los…
RILKE, Das Buch der Bilder, 1902
L’intraducibile di questa grande poesia, posta da Rilke all’ingresso (Eingang) del Libro delle immagini, sta nell’equazione Wer-Welt-Wort.
Wer (chi, chiunque), il soggetto ripetuto dei versi iniziali, crea il mondo (Welt), e il mondo è una parola (Wort): è come «una parola che ancora matura nel silenzio».
E se, giustamente, la realtà del mondo (Welt) è posta al centro del testo, soggetto e parola (wer e Wort) ne sono come calamitati e stanno entrambi rivolti verso di essa. «Und hast die Welt gemacht» (E hai fatto il mondo) è il baricentro del componimento, il suo nucleo di forza e azione.
Il suono -wel- di Welt, oltre che in welche (che), si espande nella parola chiave “soglia” (Schwelle) – ripresa poi da “silenzio” (Schweigen) –, e in “volontà” (Wille, al penultimo verso). Il weißt (sai, conosci) in rima al secondo verso ribadisce invece l’identità indeterminata e universale del soggetto wer. Il wie ripetuto negli ultimi versi (anafora: Und… Und… / und wie… / Und wie) incornicia e rafforza la cruciale equivalenza-similitudine Welt-Wort, insieme agli elementi collaterali Schweigen e Wille. In un testo che fa appello all’azione degli occhi (mit deinen Augen; deine Augen), i termini Welt, Wort e Wille risultano visivamente incolonnati, negli ultimi versi. Una formidabile colonna di senso (Sinn) che tuttavia la volontà del soggetto non trattiene nella sua evidente compattezza più di un istante e più del necessario: dopo essere stata creata (gemacht) e colta (begreift) nel suo significato, subito essa viene lasciata andare molto dolcemente (zärtlich los).
Questo per quanto riguarda i suoni e le parole, e la dinamica che li lega, ma bisogna anche aggiungere che l’immagine posta da Rilke all’inizio del Libro delle immagini è – come poi nei Sonetti a Orfeo – un albero. Un solitario, slanciato albero di colore nero campito contro il cielo della sera. Sulla «soglia usata» della casa di chiunque, che è insieme la soglia di questa raccolta di versi, «einen schwarzen Baum»: nero come il silenzio (Schwelle-schwarzen-Schweigen). E attraverso il suono -war- l’equazione Wer-Welt-Wort riecheggia anche al centro di schwarzen: nel cuore dell’immagine stessa.
Il gesto creatore e simbolico di sollevare, levare, sarà lo stesso, con lo stesso verbo (heben), nei Sonetti a Orfeo, dove a essere levata è la lira, di cui l’albero si pone come una sorta di prefigurazione. «Solo chi levò la lira / anche tra le ombre…» (Nur wer die Leier schon hob / auch unter Schatten…). Nel sonetto (I, IX) il richiamo alla soglia del Libro delle immagini è rimarcato dal doppio wer dei primi versi (Nur wer… / Nur wer…) e suggellato quindi dall’imperativo evidenziato dal corsivo: «Sappi l’immagine» (Wisse das Bild).

***

n. 4. Rilke: Tröstung (Il frutto della consolazione)

Dove, in quali giardini beati d’acque perenni,
su quali alberi, da quali teneri calici sfogliati
maturano i frutti stranieri della consolazione?
Squisiti sono, e uno lo trovi forse nel calpestato prato

della tua povertà. Di volta in volta
ti stupiscono la grandezza del frutto
e il suo essere intatto, la soavità della buccia
e che l’uccello leggero, l’avido verme nascosto

non te l’abbiano sottratto. Esistono dunque alberi
– visitati da angeli e da lenti, segreti giardinieri curati –
che senza appartenerci ce ne offrono?

Potremmo mai noi, ombre e fantasmi,
con il nostro affrettato maturare e avvizzire
turbare l’eguale misura di quelle calme estati?

(25 agosto 2016)

 RILKE, Die Sonette an Orpheus, II.XVII, 1922

***

n. 5. Rilke, frammento

Nessuna cosa è troppo piccola per me: io la amo
e la dipingo grande su fondo d’oro,
la tengo alta e non so a chi
schiuderà l’anima…

(11 settembre 2016)

Nichts ist mir zu klein und ich lieb es trotzdem
und mal es auf Goldgrund und groß,
und halte es hoch, und ich weiß nicht wem
löst es die Seele los…
RILKE, Das Stunden-Buch, 1905

***

n. 6. Dickinson: 481 (L’Himalaya e la margherita)

Si racconta che l’Himalaya s’inchinò
fino alla margherita –
trasportato dalla compassione
che una tale bambina avesse
il proprio universo là dove egli, tenda su tenda,
le sue bandiere di neve dispiegava.

(5 ottobre 2016)

The Himmaleh was known to stoop
Unto the Daisy low –
Transported with Compassion
That such a Doll should grow
Where Tent by Tent – Her Universe
Hung out its Flags of Snow –
1862 circa

***

n. 7. Dickinson: 333 (I granai celesti)

L’erba ha così poco da fare –
una sfera di semplice verde,
con solo, farfalle da allevare
e api da dilettare:

muoversi il giorno intero alle melodie
portate dalla brezza,
e tenere la luce del sole in grembo,
e a tutto inchinarsi,

infilare rugiada, la notte intera, come perle,
e farsi tanto bella
che una duchessa non sarebbe degna
di renderle omaggio,

e anche quando muore, trapassare
in profumi divini
come umili spezie poste a dormire,
o amuleti di pino:

e dimorare allora in granai celesti,
trascorrervi i giorni sognando:
l’erba ha così poco da fare
che io vorrei essere fieno.

(3 ottobre 2016)

The Grass so little has to do,—
A Sphere of simple Green —
With only Butterflies to brood
And Bees to entertain —
And stir all day to pretty Tunes
The Breezes fetch along —
And hold the Sunshine in its lap
And bow to everything —
And thread the Dews, all night, like Pearls —
And make itself so fine,—
A Duchess were too common
For such a noticing —
And even when it dies — to pass
In Odors so divine —
Like lowly Spices, lain to sleep,
Or Amulets of Pine —
And then, in Sovereign Barns to dwell —
And dream the Days away,
The Grass so little has to do
I wish I were a Hay —
1862 circa
I “granai celesti”. “Sovereign Barns”, nelle traduzioni italiane che ho consultato viene reso  con “granai sovrani” o “fienili sovrani”; difatti per i dizionari l’aggettivo “sovereign” significa: altissimo, eccelso; sovrano; sommo, supremo, superiore. Da parte mia incarno l’immagine nei grandi, vecchi fienili di montagna detti “taulà”: alti e quindi dentro il cielo, circondati dal cielo. Celesti.
Fra le numerose forme e immagini di Paradiso offerte da Emily Dickinson attraverso tutta la sua poesia e le lettere, questa 
la permanenza-evanescenza odorosa e sognante dell’erba fatta fieno ed  elevata a un cielo agricolo e domestico, un cielo a pochi metri sopra la terra in cui ha vissuto eppure immenso  ha una sua peculiare, sommessa forza e verità.

***

n. 8. Dickinson: 451 (Inner Outer, o La stella nel lago)

L’esterno – dall’interno
deriva la sua grandezza –
è duca, o nano, in accordo
al sentimento che sta al centro:

il sottile, invariabile asse
che regola la ruota;
benché i raggi girino più visibili
e sollevino polvere – per un momento.

L’interno – dipinge l’esterno –
il pennello senza mano
la sua immagine mostra – esatta –
come è l’interno marchio
sulla sottile tela di arterie,

su una guancia, una fronte forse:
il segreto intero – della stella nel lago
gli occhi – non sono destinati a conoscerlo.

(23 ottobre 2016)

The Outer – from the Inner
Derives its Magnitude –
‘Tis Duke, or Dwarf, according
As is the Central Mood–
The fine – unvarying Axis
That regulates the Wheel –
Though Spokes – spin – more conspicuous
And fling a dust – the while.
The Inner – paints the Outer–
The Brush without the Hand –
Its Picture publishes – precise –
As is the inner Brand–
On fine – Arterial Canvas –
A Cheek – perchance a Brow –
The Star’s whole Secret – in the Lake –
Eyes were not meant to know.
1862 circa

***

n. 9. Sachs: La nostalgia  della polvere

Nel grigiore dell’alba,
quando un uccello prova il risveglio –
ha inizio l’ora della nostalgia di tutta la polvere
che la morte ha lasciato.

Oh l’ora delle nascite,
che partorisce nel dolore, in cui si forma
la costola di un nuovo uomo.

Amato, la nostalgia della tua polvere
trapassa in un turbine il mio cuore.

(31 ottobre 2016)

La poesia di Nelly Sachs non somiglia a nessun’altra. Unisce in modo inconfondibile, con tangibile sostanza mistica, la Bibbia e la cultura ebraica, l’esperienza dei campi di sterminio e una lingua tedesca anch’essa come ridotta a Staub, polvere.
L’alba che apre questi versi, in italiano è, etimologicamente, bianca: in Morgengrauenc’è invece il colore grigio, un trapasso di luce che può indicare anche paura, orrore (es graut significa «albeggia», es graut mir vor «ho paura davanti a»). Una traduzione di questo testo, tratto dalla raccolta Nelle dimore della morte, si trova nell’ottima scelta delle Poesie di Nelly Sachs curata da Ida Porena (Einaudi 2006). Traggo dalla sua versione il verso «trapassa in un turbine il mio cuore».
Mi rendo conto solo ora che questa è anche la settimana della ricorrenza cristiana dei Morti.

Im Morgengrauen,
Wenn ein Vogel das Erwachen übt –
Beginnt die Sehnsuchtsstunde allen Staubes
Den der Tod verließ.
O Stunde der Geburten,
Kreißend in Qualen, darin sich die erste Rippe
Eines neuen Menschen bildet.
Geliebter, die Sehnsucht deines Staubes
Zieht brausend durch mein Herz.
Nelly SACHS, In den Wohnungen des Todes, 1940-44

***

n. 10. Dickinson: 419 

Cresciamo abituandoci al buio,
quando la luce viene sottratta:
come quando la vicina solleva la lampada
nel gesto dell’addio –

Qualche istante ­– camminiamo incerti
per la novità della notte –
poi – la vista s’adatta alla tenebra
e affrontiamo la strada a schiena dritta –

E così è di più vaste oscurità:
quei crepuscoli della mente
quando nessuna luna dischiude un segno,
non una stella appare – dentro

I più coraggiosi – per un poco brancolano ­­–
e talvolta con la fronte
urtano contro un albero,
ma quando imparano a vedere

O è la tenebra a mutarsi –
o qualcosa nella vista
che alla mezzanotte si conforma:
e la vita procede quasi dritta.

(15 gennaio 2017)

*

We grow accustomed to the Dark –
When Light is put away –
As when the Neighbor holds the Lamp
To witness her Good bye –
A Moment – We Uncertain step
For newness of the night –
Then – fit our Vision to the Dark –
And meet the Road – erect –
And so of larger – Darknesses –
Those Evenings of the Brain –
When not a Moon disclose a sign –
Or Star – come out – within –
The Bravest – grope a little –
And sometimes hit a Tree
Directly in the Forehead –
But as they learn to see –
Either the Darkness alters –
Or something in the sight
Adjusts itself to Midnight –
And Life steps almost straight.
1862 circa

***

n. 11. Sachs: Pasqua

Questa terra
un nòcciolo
in cui è inciso

il Suo nome!

Sonno con denti di stelle lo costringe
nella dura polpa della terra,
con boccioli di salmi
annuncia resurrezione.

Questa terra
e tutti i suoi sentieri
azzurrofioriti
d’eterno colchico

tutte le tracce portano fuori –

Sabbia vulcanica vibrante
corna d’ariete
dal sogno la spalano.

L’ora dei profeti giunse rapida
a sgusciare dalla pelle i morti
come semi di soffione
solo alati di preghiere
sono arrivati a casa –

Nelly SACHS, da E nessuno sa continuare, 1957
(aprile 2017)

*

Dieses Land
ein Kern
darin eingeritzt
sein Name!
Schlaf mit Sternenzähnen hält ihn fest
im harten Apfelfleisch der Erde
mit Psalmenknospen
klopft* er Auferstehung an.
Dieses Land
und alle seine Pfade
umblüht blau
mit Zeitlos*
alle Spuren laufen außerhalb –
Sand vulkanisch zitternd
von Widderhörnern
aus dem Traum geschaufelt.
Prophetenstunde eilte schnell
die Toten aus der Leichenhaut zu schälen
wie des Löwenzahnes Samen
nur beflügelt mit Gebeten
fuhren sie nach Haus –
* Di difficile resa in italiano sono l’onomatopeico bussare di klopft… an, che ha un’eco sonora nello schiudersi dei boccioli, Knospen: da dentro la terra Egli bussa annunciando resurrezione, i boccioli di salmi, Psalmenknospen, bussano; e il colchico-eterno: l’aggettivo zeitlos (eterno, senza tempo) viene qui sostantivato e insieme evoca il sostantivo Zeitlose (colchico). Anche il colore del colchico-eterno, blau, non è naturalistico.

***

n. 12. Dickinson: 757

Crescono i monti – non notati –
Le purpuree figure si levano
senza sforzo – fatica –
assistenza – o applauso

Nei loro volti eterni
gli ultimi sguardi dorati
del sole – con perfetta delizia –
a lungo cercano compagnia – la notte –

(4 giugno 2017)

*

The Mountains – grow unnoticed –
Their Purple figures rise
Without attempt – Exhaustion –
Assistance – or Applause –
In Their Eternal Faces
The Sun – with just delight
Looks long – and last – and golden –
For fellowship – at night –
1863 ca.