Il sogno di una rosa

 

Lalla_il sogno di una rosa(Immagine: Lalla Romano, Il sogno di una rosa, 1-5-98)

 

Come immagine per presentare il recente incontro Poesia aperta è stato scelto un disegno a biro blu di Lalla Romano: Il sogno di una rosa. Il titolo è annotato dall’autrice nella sua grafia rapida e minuta, un po’ angolosa, sotto il calice del fiore, e accompagnato dalla data 1-5-98.
Lasciato con naturale leggerezza in calce a un semplice foglio di taccuino e non ripreso in seguito, anzi forse dimenticato dall’autrice stessa, è un titolo bellissimo, che si vorrebbe usare, rubare persino, e che suscita tante associazioni mentali.
Per me in primo luogo con il verso più perfetto di Federico Garcia Lorca: «confín de carne y sueño».
Nella Casida de la rosa, dalla raccolta del 1936 Diván del Tamarit, la rosa è «confín de carne y sueño».
La rosa – nella Casida fiore notturno che «non cercava l’aurora: / quasi eterna sul ramo / cercava altra cosa» – e la poesia stanno nel punto limite fra corpo e visione. Perché, già in Lorca e ancor più sistematicamente in Lalla Romano, sogno non significa fuga consolatoria dalla realtà o percezione edulcorata e indistinta, ma altra visione, diversa lucidità: è il vedere a occhi chiusi, la seconda visione.
Il verso della Casida de la rosa che amo tanto io lo lego dunque a questo disegno di Lalla Romano, all’idea-titolo Il sogno di una rosa, e insieme a un suo verso di Giovane è il tempo, la sua raccolta poetica più matura. Più che di un verso si tratta di una formula, estremamente compatta ed emblematica, un blocco di tre elementi non separati fra loro nemmeno da virgole. Recita così: «carne dolcezza sogno». («Ma non è preda questa / gioia dell’ora saccheggiata, questa / uva del tempo / spremuta in furia? / non rubiamo / carne dolcezza sogno?»)
Verrebbero poi magari alla mente anche la Poesia in forma di rosa di Pasolini, o la Poesia delle rose di Franco Fortini. Il discorso e il sogno della rosa potrebbero certo continuare, ma per farlo servirebbero altre forze. Da parte mia aggiungo solo molto rapidamente qualche altro elemento. Uno: il fatto, ben noto, che il primo libro in prosa di Lalla Romano, quello che in potenza e in sintesi contiene tutti i successivi, sia un lucidissimo quanto carnale repertorio di sogni. Due: considerato che sognare è, letteralmente, vedere a occhi chiusi, il ricorrere nella sua ritrattistica di figure con le palpebre abbassate, a partire dal giovanile Autoritratto a occhi chiusi, un elaborato disegno del 1923. Tre: l’immagine della Rosa nera di Kounellis che qui è la copertina delle poesie di Questa voce. Quattro: ho scritto molte ninnenanne, molte più parole per addomesticare il buio di quelle pubblicate qui con il titolo di Ninnenevi. La citazione sotto cui le ho poste è sempre il verso della Casida de la rosa: «confín de carne y sueño».

24 giugno 2016

* Il 26 giugno cade il quindicesimo anniversario della morte di Lalla Romano, che non amava le celebrazioni obbligate. Vista però la quasi perfetta coincidenza di data con questo mio breve scritto, mi pare il caso di segnalarlo. (Il disegno Il sogno di una rosa è stato pubblicato nel catalogo Lalla Romano. Nature morte e fiori. 1928-1999, a cura di Antonio Ria, Compagnia del Disegno, Milano, 2002, p. 165. I versi di «carne dolcezza sogno» si leggono nelle sue Poesie, a cura di Cesare Segre, Einaudi, Torino, 2001, p. 94. Sulla ricorrenza delle figure a occhi chiusi nella sua produzione pittorica si interroga spesso Antonio Ria. La traduzione dei versi di Lorca è di Carlo Bo: nel secondo volume delle Poesie, Guanda, Parma, 1962, p. 327.)
* Il sogno di una rosa è anche il titolo di uno scritto di Eugenio Scalfari (Denis Diderot-Eugenio Scalfari, Il sogno di D’Alembert-Il sogno di una rosa, Sellerio, Palermo, 1994).
* link e tag: in prosa; Lalla Romano; Lorca Federico Garcia; Ninnenevi; Poesia aperta; Questa voce; Questionario per Poesia aperta

 

Lorca_poesie

Questionario per Poesia aperta

 

Silvia Venuti Spazi,  2003 acrilico, 100X150-1003x768.jpg

(Immagine: Silvia Venuti, Spazi, 2003)

 

Quale funzione e valore attribuisce alla poesia nella sua vita e in rapporto agli altri?

Considero la poesia il centro segreto e invisibile attorno a cui tutto, nella mia vita, ruota e a cui tutto, o forse piuttosto tutto ciò che conta, in modi e tempi diversi converge.
Nei rapporti con gli altri la poesia risulta invece un po’ un tormento, negli ultimi tempi anzi un tormentone: Wisława Szymborska con autoironia tesse le lodi della propria sorella, una persona che, a differenza di lei, quando invita qualcuno a pranzo non ha in mente di leggergli i suoi nuovi versi… Be’, ho la sensazione che amici e conoscenti stiano smettendo di accettare i miei inviti a pranzo. Ho però da poco pubblicato le mie poesie in un sito, Crudalinfa, e spero ora molto negli “altri” sconosciuti: i virtualmente infiniti possibili altri che le leggeranno senza conoscermi.

Ha contato e quanto la conoscenza della letteratura femminile nella sua formazione poetica?

Molti degli autori che per me più hanno contato sono donne. Prima e più di tutte, e ancora oggi, Emily Dickinson. Poi Marina Cvetaeva. Gli altri autori di sesso femminile che ho più frequentato sono di fatto poeti in prosa (Katherine Mansfield, Virginia Woolf, Lalla Romano…) o anime di grande luce come Etty Hillesum. Tra i venti e i venticinque anni circa ho letto anche un certo numero di testi teorici su femminismo e questioni di genere, e ho frequentato un corso dell’Università delle Donne, a Milano, sulla “letteratura femminile”. Sono cresciuta in un ambiente antico e molto tradizionale, dove la differenza fra essere maschi ed essere femmine – o essere omosessuali ­– era (è ancora) enorme e per nulla pacifica. Ma in quegli stessi anni leggevo Pessoa, anche lui poeta in prosa, Borges, Rilke, i Salmi…

Quali sono gli aspetti per così dire specifici che sottolineerebbe nella sua poesia? La metrica, i temi, la struttura?

È molto difficile definire la poesia e stabilire dove si trovi, e ancor più farsi critici di se stessi. Per il mio lavoro vorrei forse segnalare il tema orfico, nella raccolta che lo porta nel titolo (Orfiche). Ma è una tautologia, uno specchio, perché Orfeo non vuol dire nient’altro che poesia. Quindi tutto e niente. Provo a indicare almeno qualche parola chiave per la mia declinazione di Orfeo: luce, nascita e generazione, fuoco, visione (vision and prayer: la formula e la vetta mistica di Dylan Thomas).
Per la metrica invece segnalerei l’uso della misura breve, la minuscola gabbia della quartina, che ho praticato moltissimo (tra l’altro per una serie di ninnenanne intitolata Ninnenevi). Gabbie più grandi e articolate non ne so maneggiare consapevolmente: non mi sono mai proposta di scrivere un sonetto o una sestina, per esempio. Pure gli endecasillabi o altri versi vengono poi da soli: sono le parole stesse a disporsi nella sequenza ritmica e musicale loro necessaria. Questo non sempre avviene subito, può richiedere molte correzioni e prove e tentativi, ma in qualche suo modo deve avvenire.

Quali modelli poetici le sono stati di riferimento, tra autori italiani e stranieri, contemporanei e classici?

Credo che i miei modelli siano stati in primo luogo quelli classici, latini soprattutto: Virgilio, Orazio, Catullo… Il latino come giacimento della lingua e dei significati, come forma e ordo verborum: un ordine delle parole non casuale e non “naturale”, tutto tramato di rapporti interni, rispondente a una sua legge tanto ferrea quanto sensibile. E una sostanza non consumabile, non usurabile: perché alla poesia bisogna poter tornare mille volte, e bisogna volerla imparare a memoria, farla propria e portarla con sé.
Negli ultimi anni ho in un certo senso ritrovato la legge della forma latina, il suo sistema, nella grandissima poesia in lingua tedesca: Rilke, Trakl, Nelly Sachs… Altri poeti in cui riconosco questa sostanza incorruttibile sono Petrarca, Giovanni Giudici, e potrei citarne molti di più. Sul versante di realtà, storia e umanità tutte intere sento la straordinaria forza del Belli, nel suo romanesco (la poesia è sempre la lingua, sono le parole). Da giovane ho letto molto Dante e Montale, ma oggi mi pare di non averne memoria. Anche il greco, che pure ho amato moltissimo, mi pare di averlo perso. Ho ascoltato molto i cantautori come fossero poeti: De André, Guccini, Fossati… Tra gli stranieri Leonard Cohen, e negli ultimi anni il Vysotskij di Finardi, che trovo sublime (sempre in attesa di imparare il russo e conoscerlo in originale, insieme alla Cvetaeva).

Di questi autori, magari anche solo di uno di questi autori che appartengono alla sua costellazione letteraria, può dire che cosa la affascina o l’ha affascinata?

Tra gli autori per me decisivi voglio indicare qui Lalla Romano. Mi viene naturale farlo anche perché questo incontro si tiene proprio “a casa sua”, e in vari modi grazie a lei. Il suo stile e i suoi libri mi hanno toccata fin da subito personalmente, come qualcosa che mi riguardava e in cui ritrovavo fino a una sorta di identificazione pensieri, intuizioni, esperienze, paesaggi miei (l’«antico paese di brine» dove il campo gelato è «duro come la strada» e «lo stelo / brucia la mano che lo tocca»). La consonanza ideale che avverto con lei è prima di tutto di temperamento: “selvatico” e “un po’ segreto”. Nella sua opera questo si traduce in una grande libertà e rapidità, un’immediatezza intuitiva governata però sempre dall’intelletto, da una misura più ampia, e solenne persino, da una certezza, sperimentale e mortale però, di assoluto.

* Testo di autopresentazione in forma di questionario scritto per Poesia aperta, ciclo di incontri con poeti ideato e curato da Gabriella D’Ina e Antonio Ria presso la Sala Lalla Romano (Biblioteca Nazionale Braidense, Milano).
Una parte del questionario, insieme alle 5 poesie che seguono, è stata letta durante il primo incontro del ciclo, l’11 giugno 2016. Gli altri poeti che vi hanno partecipato portando i loro testi, la loro esperienza e la loro voce sono Ann Bises, Silvia Venuti e Mariantonietta Zingarelli.
* link e tag: Borges; Cvetaeva; Dickinson; Dylan Thomas; in prosa; Lalla Romano; Libera Università delle Donne di Milano; Nelly Sachs; Poesia aperta; Rilke; Vision and Prayer

 

5 poesie per Poesia aperta

 

Ho controllato la punta delle dita
in cerca di gemma o corolla fiorita.
Ancora niente.
Eppure sento questo verde urgente:
sottopelle, una cruda linfa pulsante

 

*

 

La felicità sta tutta nei piedi,
che camminano la terra, danzano,
sta nella bianca nuvola del fiato
– ché è mattino
freddo terso assolato

 

*

 

Lo stormo d’uccelli intrappolato
nel pozzo dell’anima, fra i mattoni,
d’un tratto alto si leva:
disprigionato erompe in luce e vortica
– ma i tonfi, i fruscii alle pareti:
urti di penne e becchi,
soffici petti
piumati,
strie
di sangue

 

*

 

E non ho ancora capito
se questa che m’ostino a sentire
ben più delle parole di chi mi sta vivo accanto
sia la voce del mare in una conchiglia
– e io il guscio vuoto in cui risuona,
nulla senza un orecchio che per gioco
a sé l’accosti –
o la musichetta metallica e inceppata
della ballerina nel carillon,
che gira inchiodata sulle punte
e tra il raso rosso e polveroso
solo sé riflette nel minuscolo specchio
su cui fra poco
il coperchio
di scatto si richiude
(sempre detestato i carillon)

 

*

 

Qualcosa è passato
un culmine s’è compiuto
ed è spento ora il cielo,
vuoto e assente dal proprio volto

è rifluito in sé il tempo
ma ancora matura,
più segreto

– si staccano come petali, foglie,
le voci dei bambini,
cadono lente nell’aria

basso il ronzio
di officine e compressori

qualcuno ha acceso
un fuoco di stoppie

(da Hortus, Orfiche, Questa voce, Senso dell’estate)