La mostra “Dolomiti d’acqua” (Zoran Music in Cadore)

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(Immagine: Pierluigi Slis, Dolomiti terre fragili, 2016)

 

La mostra Dolomiti d’acqua. Il viaggio della pittura dai monti verso Venezia e la laguna – a cura e con catalogo di Giovanni Granzotto, a San Vito di Cadore fino al 30 agosto, e dal 16 settembre al primo novembre, con un maggior numero di opere, nel più ampio spazio di Palazzo Crepadona a Belluno – offre molti motivi di interesse. Ben più di quanti sarebbe possibile qui indicare. Mi limito perciò ad annotare il senso di un incontro soggettivo con alcune delle opere esposte. Non necessariamente le più titolate, fra cui vi sono il Palazzo Ducale di De Chirico scelto anche per il manifesto della mostra, vari Ciardi, due De Pisis, un Tancredi…

Chi, come è il mio caso, non abbia mai avuto l’opportunità di visitare una personale di Zoran Music, troverà a San Vito soprattutto il regalo di un’intera parete dedicata a questo artista, con quattro tele di soggetti e dimensioni differenti. Si inizia con un olio dal ciclo del 1963 Fiori a Cortina: una cascata di tocchi arancio (e viola-lilla e verde) estremamente luminosi. Seguono due tele del 1975 che rappresentano il massiccio montuoso delle Cinque Torri: la prima bruno-ocra, più grande e dal colore più scuro e netto, deciso; quella accanto – acrilico anziché olio – più piccola e svanente, nei toni tenui del grigio, con il soggetto ancor più dissolto e irreale, ancor più miraggio affiorante da uno sfondo di nebbie. Due variazioni su una stessa struttura: in basso, in primo piano, un’irregolare linea scura a segnare, quasi tangibile, la realtà del terreno e del punto di osservazione (e in quel punto, attraverso la firma, si colloca anche l’autore), nella fascia intermedia uno spazio indefinito di lontananza, e laggiù alta al centro, compatta e seghettata e irraggiungibile, la sagoma dei torrioni di roccia, con sopra il cielo a suggerire un ulteriore spazio di lontananza.
Nei Fiori non c’è invece struttura – un primo piano e una profondità-lontananza spaziale che separi osservatore-occhio e oggetto osservato – ma unicamente il colore: l’emozione pulsante delle macchie cromatiche tutte in primissimo piano. Nello spazio unidimensionale e nello sfondo senza profondità che circonda i Fiori l’arancione dominante (lo stesso colore che in Music contraddistingue le figure femminili, attraverso i capelli) riverbera e si espande in chiazze e rivoli di tonalità più tenue: come i riflessi, i bagliori nell’occhio, nell’istante luminoso della visione. È un colore che evoca immediatamente, per minimi termini vibranti, la bellezza sontuosa di Klimt, ma come astratta nel vuoto: il mondo intorno è stato distrutto dalle catastrofi del Novecento (Music fu internato a Dachau), e ne permane solo il ricordo, l’ineffabile presenza cromatica.
A chiudere la breve sequenza vi è un Canale della Giudecca del 1980, ancora un olio, dove il primo piano è tutto occupato da un elaborato e misterioso vascello fantasma. Sullo sfondo stanno i profili monocromi degli edifici di una città anch’essa fantasma: ma al centro l’acqua è molto luminosa, bianca quasi: eppure il cielo sopra è scuro, denso di ombre. L’attenzione viene catturata alternativamente dalla luce lattiginosa emanata o riflessa dall’acqua immobile del canale, dalla vaga minaccia incombente dal cielo e dalle serpentine, i geroglifici che ricoprono l’imbarcazione, con l’ignoto carico che trasporta in sé nel suo silenzioso passaggio. Dalle opere di Music non si riesce a distogliere lo sguardo, si insediano in noi perché in qualche punto di esse – ma non sappiamo quale – o nel brusio indistinto della loro nebbia o forse oltre la superficie stessa si avverte sempre il mistero dell’invisibile.

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(Immagini: Zoran Music, Fiori a Cortina, 1963;
Cinque Torri, 1975; Canale della Giudecca, 1980)

Nella medesima piccola sala, di fronte alla parete dedicata all’artista sloveno, la Punta della Dogana di Virgilio Guidi è la perfetta pace e il piacere dei sensi. Un piccolo miracolo di sensualità tutta risolta in se stessa, di equilibrio e misura di bellezza che possono ricordare la felicità e la poesia dei Sillabari di Goffredo Parise, scrittore di questi stessi luoghi e atmosfere. Il liscio, morbidissimo verde del blocco degli edifici – sostenuto dall’azzurro della laguna, dalle pennellate del color sabbia e da qualche rapida e sapiente virgola nera – rappresenta al meglio quel «lavoro di riduzione delle forme in piani di colore inondati di luce», quel «procedimento di astrazione tipico delle Marine della fine degli anni Quaranta» di cui scrive Granzotto.

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(Immagine: Virgilio Guidi, Punta della Dogana, 1950 ca.)

Nella grande opera di Riccardo Licata intitolata Venezia (2010, tecnica mista su tela) l’acqua è elemento e colore totale e abbagliante, e gli stessi azzurri e turchesi smaltati, mediterranei, luminosi e vitalissimi, energia e gioia pura pulsanti dalla tela, si ritrovano in Fall (Laguna) del giovane Tommaso Bet.

 

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(Immagine: Riccardo Licata, Senza titolo – Venezia, 2010)

Dal diapason dell’ebbrezza marina si passa alla roccia scabra e lunare, la solitaria tristezza delle Dolomiti terre fragili, una serie di Pierluigi Slis rappresentata alle Scuole elementari di San Vito da due impressionanti opere – del 2015 e 2016, tecnica mista su tela – in cui i blocchi delle montagne si stagliano isolati, ritagliati quasi nel vuoto di un bianco freddo, astratto e irreale eppure evocatore di tanti momenti e cieli: straordinariamente preciso nel suo potenziale emotivo e interiore. Il verde profondo e insondabile dell’acqua di un piccolo lago alpino, il grigio e l’azzurro nudi, spogli e dolenti delle rocce – rocce di una materia e un colore ricreati con una modalità non realistica – ne vengono amplificati: si creano così apparizioni e presenze capaci di irradiare la propria forza al pari delle montagne reali.

E poi ci sono i volumi chiusi, immobili e immutabili degli edifici – case squadrate di pietra e legno, travi e muri grossi – di Fiorenzo Tomea, nativo di Zoppè di Cadore. A chi queste montagne le vive da sempre i suoi dipinti danno una profonda emozione e un riconoscimento affettivo e affettuoso di realtà. Una realtà certo poetica e trasfigurata: le sue baite e i prati intorno, le vecchie case così semplici e uguali non mostrano alcuna visibile presenza umana, eppure non paiono disabitate, e c’è in questo una verità che tocca e in cui ci si riconosce.

Grazie, oltre che al curatore Giovanni Granzotto, ad Alberto Rossi della Bottega del Quadro di Feltre per questa mostra che testimonia amore per l’arte e per luoghi di grande bellezza  (e fragilità: a San Vito la ferita della frana del 4 agosto 2015 è ancora fin troppo fresca, e a fine mese – Pelmo, 31 agosto 2011 – ricorre un altro anniversario che in paese nessuno dimentica).

15 agosto 2016

* Questa recensione è stata ripresa, in versione più breve, dal «Corriere delle Alpi» del 28 agosto 2016, in versione cartacea (p. 25) e online.
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(Immagine: Pierluigi Slis, Dolomiti terre fragili, 2015)

 

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(Immagine: Fiorenzo Tomea, Inverno in Cadore, 1953)

Aprile

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(Immagine: Zoran Music, Motivo vegetale, 1972)

 

 

I caprioli, i cervi morti nell’inverno
hanno lasciato letti di pelo a ciuffi
sull’erba secca del disgelo,
e qualche sparsa costola spolpata

Purissima e improvvisa appare
la liscia scultura d’un salice
scortecciato dalle lepri a polpa viva
fino ai rami più alti,
che dalla neve
affioravano come margherite

Le nere
serpeggianti corsie delle arvicole
sulla cotica erbosa,
scavate per muoversi
sotto il mare di neve

(Anche gli umani
miracolosamente illesi e sopravvissuti,
tutti o quasi,
riemergono dai crostosi cumuli di ghiaccio)

Nella vecchia falda scurita della montagna
spicca tenera e chiara
una placca di roccia grigio-rosa,
poroso gesso nudo appena spezzato:

col gelo
s’è staccata lì
la frana

Giacimenti, dune, riserve di neve come ossa di balena e dinosauro
– la lenta, grandiosa decomposizione
del corpo antidiluviano dell’inverno
dissemina ovunque,
nelle sacche d’ombra e nei canali, lungo il fiume,
le sue ossa biancheggianti
o ingiallite,
annerite di terra fumo sementi pigne foglie secche,
arrossate dalla sabbia del deserto – ventata e nevicata
settimane fa e poi rimasta
a stratificare il bianco
d’Africa

Tra gli alberi il tenue rosa, la grazia e il profilo giapponesi
del pudìs già quasi sfiorito:
il fior di stecco, col suo profumo sottile
e il suo veleno

Nel letto d’erba morta del sottobosco
– infiniti lunghissimi steli mille volte slavati e pressati,
come antiche chiome di strega,
qua e là brune macchie
di felci arricciate –

i primordiali occhietti giallo puro
dei farfari
– minuscoli soli radianti da steli scuri,
tozzi e pelosi

il viola pallido, anemico,
dei timidi e tremuli anemoni
– gracili, curve corolle
trasparenti come testine di bimbi malati,
molli sogni, meduse

il fucsia intenso dell’erica
– i penduli calici
piccoli e numerosi come chicchi di riso,
semi di cera
rasoterra
fra gli aghi
sugli steli legnosi

Non c’è verde ancora in questi fiori,
su questi prati non c’è erba,
non ci sono vere foglie intorno:
spine e aghi soltanto, brattee, squame
– primitive appendici vegetali
dai colori incerti

Il verde verrà dopo

(a Zoran Music – aprile 2014)