Questionario per Poesia aperta

 

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(Immagine: Silvia Venuti, Spazi, 2003)

 

Quale funzione e valore attribuisce alla poesia nella sua vita e in rapporto agli altri?

Considero la poesia il centro segreto e invisibile attorno a cui tutto, nella mia vita, ruota e a cui tutto, o forse piuttosto tutto ciò che conta, in modi e tempi diversi converge.
Nei rapporti con gli altri la poesia risulta invece un po’ un tormento, negli ultimi tempi anzi un tormentone: Wisława Szymborska con autoironia tesse le lodi della propria sorella, una persona che, a differenza di lei, quando invita qualcuno a pranzo non ha in mente di leggergli i suoi nuovi versi… Be’, ho la sensazione che amici e conoscenti stiano smettendo di accettare i miei inviti a pranzo. Ho però da poco pubblicato le mie poesie in un sito, Crudalinfa, e spero ora molto negli “altri” sconosciuti: i virtualmente infiniti possibili altri che le leggeranno senza conoscermi.

Ha contato e quanto la conoscenza della letteratura femminile nella sua formazione poetica?

Molti degli autori che per me più hanno contato sono donne. Prima e più di tutte, e ancora oggi, Emily Dickinson. Poi Marina Cvetaeva. Gli altri autori di sesso femminile che ho più frequentato sono di fatto poeti in prosa (Katherine Mansfield, Virginia Woolf, Lalla Romano…) o anime di grande luce come Etty Hillesum. Tra i venti e i venticinque anni circa ho letto anche un certo numero di testi teorici su femminismo e questioni di genere, e ho frequentato un corso dell’Università delle Donne, a Milano, sulla “letteratura femminile”. Sono cresciuta in un ambiente antico e molto tradizionale, dove la differenza fra essere maschi ed essere femmine – o essere omosessuali ­– era (è ancora) enorme e per nulla pacifica. Ma in quegli stessi anni leggevo Pessoa, anche lui poeta in prosa, Borges, Rilke, i Salmi…

Quali sono gli aspetti per così dire specifici che sottolineerebbe nella sua poesia? La metrica, i temi, la struttura?

È molto difficile definire la poesia e stabilire dove si trovi, e ancor più farsi critici di se stessi. Per il mio lavoro vorrei forse segnalare il tema orfico, nella raccolta che lo porta nel titolo (Orfiche). Ma è una tautologia, uno specchio, perché Orfeo non vuol dire nient’altro che poesia. Quindi tutto e niente. Provo a indicare almeno qualche parola chiave per la mia declinazione di Orfeo: luce, nascita e generazione, fuoco, visione (vision and prayer: la formula e la vetta mistica di Dylan Thomas).
Per la metrica invece segnalerei l’uso della misura breve, la minuscola gabbia della quartina, che ho praticato moltissimo (tra l’altro per una serie di ninnenanne intitolata Ninnenevi). Gabbie più grandi e articolate non ne so maneggiare consapevolmente: non mi sono mai proposta di scrivere un sonetto o una sestina, per esempio. Pure gli endecasillabi o altri versi vengono poi da soli: sono le parole stesse a disporsi nella sequenza ritmica e musicale loro necessaria. Questo non sempre avviene subito, può richiedere molte correzioni e prove e tentativi, ma in qualche suo modo deve avvenire.

Quali modelli poetici le sono stati di riferimento, tra autori italiani e stranieri, contemporanei e classici?

Credo che i miei modelli siano stati in primo luogo quelli classici, latini soprattutto: Virgilio, Orazio, Catullo… Il latino come giacimento della lingua e dei significati, come forma e ordo verborum: un ordine delle parole non casuale e non “naturale”, tutto tramato di rapporti interni, rispondente a una sua legge tanto ferrea quanto sensibile. E una sostanza non consumabile, non usurabile: perché alla poesia bisogna poter tornare mille volte, e bisogna volerla imparare a memoria, farla propria e portarla con sé.
Negli ultimi anni ho in un certo senso ritrovato la legge della forma latina, il suo sistema, nella grandissima poesia in lingua tedesca: Rilke, Trakl, Nelly Sachs… Altri poeti in cui riconosco questa sostanza incorruttibile sono Petrarca, Giovanni Giudici, e potrei citarne molti di più. Sul versante di realtà, storia e umanità tutte intere sento la straordinaria forza del Belli, nel suo romanesco (la poesia è sempre la lingua, sono le parole). Da giovane ho letto molto Dante e Montale, ma oggi mi pare di non averne memoria. Anche il greco, che pure ho amato moltissimo, mi pare di averlo perso. Ho ascoltato molto i cantautori come fossero poeti: De André, Guccini, Fossati… Tra gli stranieri Leonard Cohen, e negli ultimi anni il Vysotskij di Finardi, che trovo sublime (sempre in attesa di imparare il russo e conoscerlo in originale, insieme alla Cvetaeva).

Di questi autori, magari anche solo di uno di questi autori che appartengono alla sua costellazione letteraria, può dire che cosa la affascina o l’ha affascinata?

Tra gli autori per me decisivi voglio indicare qui Lalla Romano. Mi viene naturale farlo anche perché questo incontro si tiene proprio “a casa sua”, e in vari modi grazie a lei. Il suo stile e i suoi libri mi hanno toccata fin da subito personalmente, come qualcosa che mi riguardava e in cui ritrovavo fino a una sorta di identificazione pensieri, intuizioni, esperienze, paesaggi miei (l’«antico paese di brine» dove il campo gelato è «duro come la strada» e «lo stelo / brucia la mano che lo tocca»). La consonanza ideale che avverto con lei è prima di tutto di temperamento: “selvatico” e “un po’ segreto”. Nella sua opera questo si traduce in una grande libertà e rapidità, un’immediatezza intuitiva governata però sempre dall’intelletto, da una misura più ampia, e solenne persino, da una certezza, sperimentale e mortale però, di assoluto.

* Testo di autopresentazione in forma di questionario scritto per Poesia aperta, ciclo di incontri con poeti ideato e curato da Gabriella D’Ina e Antonio Ria presso la Sala Lalla Romano (Biblioteca Nazionale Braidense, Milano).
Una parte del questionario, insieme alle 5 poesie che seguono, è stata letta durante il primo incontro del ciclo, l’11 giugno 2016. Gli altri poeti che vi hanno partecipato portando i loro testi, la loro esperienza e la loro voce sono Ann Bises, Silvia Venuti e Mariantonietta Zingarelli.
* link e tag: Borges; Cvetaeva; Dickinson; Dylan Thomas; in prosa; Lalla Romano; Libera Università delle Donne di Milano; Nelly Sachs; Poesia aperta; Rilke; Vision and Prayer

 

5 poesie per Poesia aperta

 

Ho controllato la punta delle dita
in cerca di gemma o corolla fiorita.
Ancora niente.
Eppure sento questo verde urgente:
sottopelle, una cruda linfa pulsante

 

*

 

La felicità sta tutta nei piedi,
che camminano la terra, danzano,
sta nella bianca nuvola del fiato
– ché è mattino
freddo terso assolato

 

*

 

Lo stormo d’uccelli intrappolato
nel pozzo dell’anima, fra i mattoni,
d’un tratto alto si leva:
disprigionato erompe in luce e vortica
– ma i tonfi, i fruscii alle pareti:
urti di penne e becchi,
soffici petti
piumati,
strie
di sangue

 

*

 

E non ho ancora capito
se questa che m’ostino a sentire
ben più delle parole di chi mi sta vivo accanto
sia la voce del mare in una conchiglia
– e io il guscio vuoto in cui risuona,
nulla senza un orecchio che per gioco
a sé l’accosti –
o la musichetta metallica e inceppata
della ballerina nel carillon,
che gira inchiodata sulle punte
e tra il raso rosso e polveroso
solo sé riflette nel minuscolo specchio
su cui fra poco
il coperchio
di scatto si richiude
(sempre detestato i carillon)

 

*

 

Qualcosa è passato
un culmine s’è compiuto
ed è spento ora il cielo,
vuoto e assente dal proprio volto

è rifluito in sé il tempo
ma ancora matura,
più segreto

– si staccano come petali, foglie,
le voci dei bambini,
cadono lente nell’aria

basso il ronzio
di officine e compressori

qualcuno ha acceso
un fuoco di stoppie

(da Hortus, Orfiche, Questa voce, Senso dell’estate)

 

 

 

 

Le poesie della settimana

 

1.   (2-8 maggio 2016)

La felicità sta tutta nei piedi,
che camminano la terra, danzano,
sta nella bianca nuvola del fiato
– ché è mattino
freddo terso assolato

Vicenda di luce, n. 6


2.   (9-15 maggio)

Un racconto eschimese spiega così l’origine della luce: “Il corvo che nella notte eterna non poteva trovare cibo, desiderò la luce, e la terra si illuminò”. Se c’è un vero desiderio, se l’oggetto del desiderio è veramente la luce, il desiderio della luce produce la luce.

Simone WEIL, Attesa di Dio
da Laura Bosio, La ricerca dell’impossibile, Mondadori, 1999, p. 117


3.   (16-22 maggio)

Il dolore è luce
– perché ci costringe a vedere
ciò che facciamo di tutto per evitare:
il dolore.

Giulia NICCOLAI, Frisbees ’88

Questa sorta di illuminazione – zen forse, o semplicemente dell’anima sotto qualsiasi cielo – viene introdotta così dall’autrice: “Per quanto questa asserzione possa rendermi impopolare, per quanto possa venire presa per masochismo o altro, per quanto Lucifero sia abile nel cambiare le carte in tavola, la dico lo stesso: il dolore è luce. (Ne so qualcosa perché anagrammando il nome Giulia Niccolai si ottiene: gioia luce lanci)”.
Da: Franco Cavallo e Mario Lunetta, Poesia italiana della contraddizione, Newton Compton Editori, 1989, pp. 183-84.


4.   (23-29 maggio)

I binari imbiancati a calce
prima dell’estate
regalano ipotesi di verginità
ai nostri viaggi
– come fogli d’un quaderno nuovo
gli occhi non si saziano di guardarli, i piedi
vorrebbero percorrerli tutti
in equilibrio, i treni
filano via
più lisci allegri dritti

Senso dell’estate, n. 9


5.   (30 maggio-5 giugno)

Effimero

Liberandoci passiamo.
Stringendoci mani
e sorrisi amari
che solcano il volto.

Stupendi assorti
passiamo
inosservati.
Liberamente, andiamo!

La meta è una
che veglia e ostenta
la bocca sdentata.

Silvia PALATINI, La dolce paura
Ibiskos Editrice, 2000, p. 18


6.   (6-12 giugno)

E poi una sera d’inizio giugno
in macchina tra frange d’alberi e di grano
ti si scoperchia sopra
il cielo

non è mai stato così grande e chiaro
prima

– è la pietra sollevata dal pescatore
in cerca d’esche

e noi sotto
formiche lombrichi denudati
nella terra umida

anche quest’anno è arrivata l’estate,
ci ha stanati

Senso dell’estate, n. 10


7.   (13-19 giugno)

Antico paese di brine
riconosco la tua legge severa

Il campo duro come la strada
lo stelo
brucia la mano che lo tocca

Lalla ROMANO, da Giovane è il tempo
in Poesie, Einaudi, 2001, p. 17

(vedi Questionario per Poesia aperta e Ninnenevi)


8.   (20-26 giugno)

A quest’ora del mattino d’un giorno feriale
ci sono in giro solo signore
dal sedere enorme
che chiamano amore minuscoli cani
al guinzaglio
inghiottiti da alti ciuffi
d’erba incolta,
e il camion dei rifiuti
traballante sotto i tigli

Senso dell’estate, n. 1


9.   (27 giugno-3 luglio)

Niente mi permette di conservare
l’illusione
che la vita è bella
ma che la si può godere
a tratti, questo sì.

Chi per sciocchezza,
chi per inaudita fortuna,
chi per inauditi talenti.
A seconda del proprio grado
di incapacitazione.

Ann BISES, Sentieri
Pixar Printing, 2013, p. 69


10.   (4-10 luglio)

Grazie a una lucciola
che te la illumina,
se scosti i riccioli
ti vedo l’anima.

Toti SCIALOJA, Versi del senso perso
Einaudi Tascabili, 2009, p. 246

(Perché, nonostante l’orrore e il sangue versato ovunque nel mondo, in estate si è tutti un po’ innamorati e leggeri. E anche se di lucciole in giro non se ne vedono quasi più, ci sono però sempre luci e lucine – e riccioli, e anime…)


11.   (11-17 luglio)

Il formaggio

Sarà bene parlando di un mio modo
di abitare nel mondo del presente
(un sistema spaziale dove scambio
forma e corpo con quanto mi sta attorno
con le cose alle quali vado incontro
per vivere in loro e loro in me)
sarà bene riveli che tal modo
di stare vicino al quotidiano
mi fu chiaro ab initio una mattina
avevo fame, era tempo di guerra
da parte a parte guardavo nei buchi
di una fetta sottile di formaggio
così assorto mi sentivo rapito
ed ero un po’ di qua e un po’ di là.

Luciano ERBA, Poesie 1951-2001
Oscar Mondadori, 2002


12.   (18-24 luglio)

da La bufera

Il paesaggio stridette sui suoi cardini

e porte vennero chiuse sbattendo.

La casa aveva radici di pietra

le pietre si consumavano nel tempo

ma il tempo non la finiva di edificare.

L’odore della pioggia fu veloce

anticipò la pioggia

                               e fu verde

verde
come le foglie che tinsero tutto
senza saperlo
poiché la parola

sopraggiunse più tardi per dirlo.

         Angelo ANDREOTTI, A tempo e luogo

         Manni, 2016, pp. 31-32



13. 
  (25-31 luglio)

Con il mondo ogni giorno più atrocemente insanguinato, la voce della poesia rischia di suonare ancora più sottile e inudibile. Può forse soltanto essere inghiottita dal silenzio o farsi lamento.
Vent’anni fa Guido Ceronetti, inventandosi poeta turco e traduttore di manoscritti fortunosamente ritrovati, ha composto il suo straziato lamento per una Turchia dai tratti favolosi e letterari: di ieri e di sempre, di oggi. Il Gineceo è un carcere, è un Paese intero.

In perpetua afflizione giriamo attorno
Alle mura altissime del Gineceo

Tra le donne qualcuna c’è che canta
Indoviniamo le loro abluzioni di lacrime

I loro occhi dalle grate ci spiano
Le loro mani ci gettano ritagli d’unghie

Torsoli di mela monete dentini guasti
Gusci di arachide ditali fili

Pezzetti di carta con macchie e graffi
Dove nulla è leggibile e dove tutto
Illumina

Mehmet Gayuk (Guido CERONETTI), Il Gineceo
Adelphi, 1998, p. 25


14.   (1-7 agosto)

Variar del verde

Quel campanile osservato dal treno
che fa una esse tra sambuchi e robinie
non è forse il miglior osservatorio
su altri verdi, di foreste ercinie?

Ecco un tipo di foglie che guadagna
se questo verde di alberi da frutta
lo vedi contro un cielo minaccioso
di un temporale colore di lavagna.

Vi è poi un verde selvatico di forre
a mezza costa, sotto i santuari,
che scurisce nel colmo dell’estate:

il sole è alto, l’ombra fa miracoli,
serpeggia il verde da Fatima al Carmelo,
salgo in mezzo ai roveti, guardo il cielo.

Luciano ERBA, Poesie 1951-2001
Oscar Mondadori, 2002


15.   (8-14 agosto)

Facendo la Varesina
domenica 3 agosto dopopranzo
gli unici avvistamenti umani si danno
sulla porta aperta d’una lavanderia automatica,
al distributore di sigarette (due di spalle
scuri e minuti, nordafrica o suditalia?)
e davanti al Bar… collo! ma non mollo! :
vecchio con baffoni, maschi di varia età
compressi ai tavolini
un po’ in discesa

– essendo pressoché impossibile vederli
dietro i finestrini
non si contano, al solito,
gli esseri che filano via nelle altre auto

*

A una svolta della strada nella valle
improvvisi i rami alti
d’una quinta di larici
spiovono chiara
la loro benedizione – circonfusa oasi
versano luce agli occhi
rivoli di cielo
dai lunghi
aghi penduli – prima
che il grembo grigioverde
di nuovo in sé ci avvolga

Senso dell’estate, nn. 17-18


16.   (15-21 agosto)

Chiunque tu sia: la sera esci
dalla stanza in cui tutto ti è noto;
ultima di fronte alla lontananza sta la tua casa:
chiunque tu sia.
Con i tuoi occhi stanchi, che dalla soglia usata
a stento si staccano,
sollevi con lentezza un albero nero
e lo poni di fronte al cielo: snello, solitario.
E hai fatto il mondo. E il mondo è grande,
e come una parola che ancora matura nel silenzio.
E come la tua volontà ne coglie il senso,
i tuoi occhi lo lasciano, con dolcezza…

Eingang

Wer du auch seist: am Abend tritt hinaus
aus deiner Stube, drin du alles weißt;
als letztes vor der Ferne liegt dein Haus:
wer du auch seist.
Mit deinen Augen, welche müde kaum
von der verbrauchten Schwelle sich befrein,
hebst du ganz langsam einen schwarzen Baum
und stellst ihn vor den Himmel: schlank, allein.
Und hast die Welt gemacht. Und sie ist groß
und wie ein Wort das noch im Schweigen reift.
Und wie dein Wille ihren Sinn begreift,
lassen sie deine Augen zärtlich los…

R.M. RILKE, Das Buch der Bilder, 1902

L’intraducibile di questa grande poesia, posta da Rilke all’ingresso (Eingang) del Libro delle immagini, sta nell’equazione Wer-Welt-Wort.
Wer (chi, chiunque), il soggetto ripetuto dei versi iniziali, crea il mondo (Welt), e il mondo è una parola (Wort): è come «una parola che ancora matura nel silenzio».
E se, giustamente, la realtà del mondo (Welt) è posta al centro del testo, soggetto e parola (wer e Wort) ne sono come calamitati e stanno entrambi rivolti verso di essa. «Und hast die Welt gemacht» (E hai fatto il mondo) è il baricentro del componimento, il suo nucleo di forza e azione.
Il suono -wel- di Welt, oltre che in welche (che), si espande nella parola chiave “soglia” (Schwelle) – ripresa poi da “silenzio” (Schweigen) –, e in “volontà” (Wille, al penultimo verso). Il weißt (sai, conosci) in rima al secondo verso ribadisce invece l’identità indeterminata e universale del soggetto wer. Il wie ripetuto negli ultimi versi (anafora: Und… Und… / und wie… / Und wie) incornicia e rafforza la cruciale equivalenza-similitudine Welt-Wort, insieme agli elementi collaterali Schweigen e Wille. In un testo che fa appello all’azione degli occhi (mit deinen Augen; deine Augen), i termini Welt, Wort e Wille risultano visivamente incolonnati, negli ultimi versi. Una formidabile colonna di senso (Sinn) che tuttavia la volontà del soggetto non trattiene nella sua evidente compattezza più di un istante e più del necessario: dopo essere stata creata (gemacht) e colta (begreift) nel suo significato, subito essa viene lasciata andare molto dolcemente (zärtlich los).
Questo per quanto riguarda i suoni e le parole, e la dinamica che li lega, ma bisogna anche aggiungere che l’immagine posta da Rilke all’inizio del Libro delle immagini è – come poi nei Sonetti a Orfeo – un albero. Un solitario, slanciato albero di colore nero campito contro il cielo della sera. Sulla «soglia usata» della casa di chiunque, che è insieme la soglia di questa raccolta di versi, «einen schwarzen Baum»: nero come il silenzio (Schwelle-schwarzen-Schweigen). E attraverso il suono -war- l’equazione Wer-Welt-Wort riecheggia anche al centro di schwarzen: nel cuore dell’immagine stessa.
Il gesto creatore e simbolico di sollevare, levare, sarà lo stesso, con lo stesso verbo (heben), nei Sonetti a Orfeo, dove a essere levata è la lira, di cui l’albero si pone come una sorta di prefigurazione. «Solo chi levò la lira / anche tra le ombre…» (Nur wer die Leier schon hob / auch unter Schatten…). Nel sonetto (I, IX) il richiamo alla soglia del Libro delle immagini è rimarcato dal doppio wer dei primi versi (Nur wer… / Nur wer…) e suggellato quindi dall’imperativo evidenziato dal corsivo: «Sappi l’immagine» (Wisse das Bild).

in Omaggi (in forma di traduzione)


17.   (22-28 agosto)

Come ardono i colori dei fiori
dentro il buio

non visti
trasfigurano
i globi
rossi rosa dei gerani

Fiori, serie seconda, n. 1


18.   (29 agosto-4 settembre)

La terra su cui gli uomini vivono è fatta di sassi.
A volte i sassi si muovono e cadono: tutt’intorno, vicino.
E forse allora l’unica cosa che si possa ancora stringere fra le mani, chiudendo gli occhi, è proprio un sasso.
Il terremoto delle Marche mi ha fatto ricordare questa poesia, che di terremoto non parla. Ma di terra e fatica, dolore e caldo e freddo e bagnato, ricordo e tenerezza sì.
È stata scritta da una persona che ha avuto una vita breve e difficile, e l’ha vissuta in luoghi di antica durezza. Così, fra i sassi.
Non so se abbia mai scritto altro, non l’ho conosciuta direttamente, e nemmeno i sopravvissuti alle scosse del Centro Italia.  Eppure li accomuno – lei tra le montagne zoldane, loro in terre collinari certo più dolci e fertili ma oggi devastate – ciascuno nel momento di solitudine in cui stringe «an sas inte man».

An sas inte man

Co varze su par chi sas me pense
de quant che ai patì
a strassignà le gambe strache sot al rusac,
su par chi truoi, par chi giaroign ars,
inte al caut, al fret, al bagnà.
Co varze fuora par barcòn me pense
de chel che te me as dit
co i sas che toma daesìn,
col vent che sofia sul muso,
co l’aiva, i lares, i subitot
che canta dut intor.
De chel che te me as dat
co i color de i fior,
col stof de rasa,
co la tera, al sol, al lustre de la luna.
Co varze su me pense.
E strenze an sas inte man.
Sere i oci.
E strenze an sas.

Flavia COLUSSI, 9 febbraio 1966 – 1 maggio 2014

Un sasso in mano

Quando guardo quelle pietre lassù mi ricordo
di quanto ho penato
trascinando le gambe stanche sotto lo zaino,
lungo quei viottoli, per quei ghiaioni arsi,
nel caldo, nel freddo, nel bagnato.
Quando guardo fuori dal balcone mi ricordo
di quello che mi hai detto
con le pietre che cadono vicino,
col vento che soffia in faccia,
con l’acqua, i larici, i ciuffolotti
che cantano intorno.
Di quello che mi hai dato
con il colore dei fiori,
col profumo della resina,
con la terra, al sole, alla luce della luna.
Quando guardo lassù mi ricordo.
E stringo in mano un sasso.
Chiudo gli occhi.
E stringo un sasso.


19.   (5-11 settembre)

Qualcosa è passato

un culmine s’è compiuto
ed è spento ora il cielo,
vuoto e assente dal proprio volto

è rifluito in sé il tempo
ma ancora matura,
più segreto

– si staccano come petali, foglie,
le voci dei bambini,
cadono lente nell’aria

basso il ronzio
di officine e compressori

Orfiche, n. 6


20.   (12-18 settembre)

Nessuna cosa è troppo piccola per me: io la amo
e la dipingo grande su fondo d’oro,
la tengo alta e non so a chi
schiuderà l’anima…

(Nichts ist mir zu klein und ich lieb es trotzdem
und mal es auf Goldgrund und groß,
und halte es hoch, und ich weiß nicht wem
löst es die Seele los…

R.M. RILKE, Das Stunden-Buch)

in Omaggi (in forma di traduzione)


21.   (19-25 settembre)

Dove, in quali giardini beati d’acque perenni,
su quali alberi, da quali teneri calici sfogliati
maturano i frutti stranieri della consolazione?
Squisiti sono, e uno lo trovi forse nel calpestato prato

della tua povertà. Di volta in volta
ti stupiscono la grandezza del frutto
e il suo essere intatto, la soavità della buccia
e che l’uccello leggero, l’avido verme nascosto

non te l’abbiano sottratto. Esistono dunque alberi
– visitati da angeli e da lenti, segreti giardinieri curati –
che senza appartenerci ce ne offrono?

Potremmo mai noi, ombre e fantasmi,
con il nostro affrettato maturare e avvizzire
turbare l’eguale misura di quelle calme estati?

(R.M. RILKE, I sonetti a Orfeo, II.XVII)

in Omaggi (in forma di traduzione)


22.   (26 settembre-2 0ttobre)

Risvegliare qualcuno che dorme è l’emblema di ogni gesto di violenza.

Svegliare qualcuno è strapparlo a un abbraccio divino per riportarlo sulla Terra, verso un amore mortale, finito, meno soave…

Jacqueline Risset, Le potenze del sonno
Nottetempo, 2009, p. 19

23.   (3-9 ottobre)

Ora che l’estate se n’è andata
nei campi s’accendono
i ciuffi svettanti dei topinambùr
– oscuri cugini dei girasoli,
piccoli soli noncuranti,
astri di tuorlo zucca zafferano
alla foschia dei mattini, ai pomeriggi
ancora così lunghi e caldi

Senso dell’estate, n. 40


24.   (10-16 ottobre)

Si racconta che l’Himalaya s’inchinò
fino alla margherita –
trasportato dalla compassione
che una tale bambina avesse
il proprio universo là dove egli, tenda su tenda,
le sue bandiere di neve dispiegava.

in Omaggi (in forma di traduzione)

The Himmaleh was known to stoop
Unto the Daisy low –
Transported with Compassion
That such a Doll should grow
Where Tent by Tent – Her Universe
Hung out its Flags of Snow –
Emily DICKINSON, n. 481, 1862 circa

25.   (17-23 ottobre)

L’erba ha così poco da fare –
una sfera di semplice verde,
con solo, farfalle da allevare
e api da dilettare:

muoversi il giorno intero alle melodie
portate dalla brezza,
e tenere la luce del sole in grembo,
e a tutto inchinarsi –

infilare rugiada, la notte intera, come perle,
e farsi tanto bella
che una duchessa non sarebbe degna
di renderle omaggio,

e anche quando muore, trapassare
in profumi divini
come umili spezie poste a dormire,
o amuleti di pino:

e dimorare allora in granai celesti –
trascorrervi i giorni sognando:
l’erba ha così poco da fare
che io vorrei essere fieno.

in Omaggi (in forma di traduzione)

The Grass so little has to do,—
A Sphere of simple Green —
With only Butterflies to brood
And Bees to entertain —
And stir all day to pretty Tunes
The Breezes fetch along —
And hold the Sunshine in its lap
And bow to everything —
And thread the Dews, all night, like Pearls —
And make itself so fine,—
A Duchess were too common
For such a noticing —
And even when it dies — to pass
In Odors so divine —
Like lowly Spices, lain to sleep,
Or Amulets of Pine —
And then, in Sovereign Barns to dwell —
And dream the Days away,
The Grass so little has to do
I wish I were a Hay —
Emily DICKINSON, n. 333, 1862 circa
I “granai celesti”. “Sovereign Barns”, nelle traduzioni italiane che ho consultato viene reso  con “granai sovrani” o “fienili sovrani”; difatti per i dizionari l’aggettivo “sovereign” significa: altissimo, eccelso; sovrano; sommo, supremo, superiore. Da parte mia incarno l’immagine nei grandi, vecchi fienili di montagna detti “taulà”: alti e quindi dentro il cielo, circondati dal cielo. Celesti.
Fra le numerose forme e immagini di Paradiso offerte da Emily Dickinson attraverso tutta la sua poesia e le lettere, questa 
la permanenza-evanescenza odorosa e sognante dell’erba fatta fieno ed  elevata a un cielo agricolo e domestico, un cielo a pochi metri sopra la terra in cui ha vissuto eppure immenso  ha una sua peculiare, sommessa forza e verità.

26.   (24-30 ottobre)

L’esterno – dall’interno
deriva la sua grandezza –
è duca, o nano, in accordo
al sentimento che sta al centro:

il sottile, invariabile asse
che regola la ruota;
benché i raggi girino più visibili
e sollevino polvere – per un momento.

L’interno – dipinge l’esterno –
il pennello senza mano
la sua immagine mostra – esatta –
come è l’interno marchio
sulla sottile tela di arterie,

su una guancia, una fronte forse:
il segreto intero – della stella nel lago
gli occhi – non sono destinati a conoscerlo.

Omaggi (in forma di traduzione)

The Outer – from the Inner
Derives its Magnitude –
‘Tis Duke, or Dwarf, according
As is the Central Mood–
The fine – unvarying Axis
That regulates the Wheel –
Though Spokes – spin – more conspicuous
And fling a dust – the while.
The Inner – paints the Outer–
The Brush without the Hand –
Its Picture publishes – precise –
As is the inner Brand–
On fine – Arterial Canvas –
A Cheek – perchance a Brow –
The Star’s whole Secret – in the Lake –
Eyes were not meant to know.
Emily DICKINSON, n. 451, 1862 circa

27.   (31 ottobre-6 novembre)

Nel grigiore dell’alba,
quando un uccello prova il risveglio –
ha inizio l’ora della nostalgia di tutta la polvere
che la morte ha lasciato.

Oh l’ora delle nascite,
che partorisce nel dolore, in cui si forma
la costola di un nuovo uomo.

Amato, la nostalgia della tua polvere
trapassa in un turbine il mio cuore.

 Omaggi (in forma di traduzione)

La poesia di Nelly Sachs non somiglia a nessun’altra. Unisce in modo inconfondibile, con tangibile sostanza mistica, la Bibbia e la cultura ebraica, l’esperienza dei campi di sterminio e una lingua tedesca anch’essa come ridotta a Staub, polvere.
L’alba che apre questi versi, in italiano è, etimologicamente, bianca: in Morgengrauen c’è invece il colore grigio, un trapasso di luce che può indicare anche paura, orrore (es graut significa «albeggia», es graut mir vor «ho paura davanti a»). Una traduzione di questo testo, tratto dalla raccolta Nelle dimore della morte, si trova nell’ottima scelta delle Poesie di Nelly Sachs curata da Ida Porena (Einaudi 2006). Traggo dalla sua versione il verso «trapassa in un turbine il mio cuore».
Mi rendo conto solo ora che questa è anche la settimana della ricorrenza cristiana dei Morti.

Im Morgengrauen,
Wenn ein Vogel das Erwachen übt –
Beginnt die Sehnsuchtsstunde allen Staubes
Den der Tod verließ.
O Stunde der Geburten,
Kreißend in Qualen, darin sich die erste Rippe
Eines neuen Menschen bildet.
Geliebter, die Sehnsucht deines Staubes
Zieht brausend durch mein Herz.
Nelly SACHS, In den Wohnungen des Todes, 1940-44

28.   (7-13 novembre)

Accelera il diretto fra i boschi
sul finestrino corrono obliqui rivoli di pioggia
i pendolari del mattino lamentano il tempo
e parlano di cibo
– cipolle gorgonzola radicchio rosso –
le donne hanno mani incrociate a custodire
borse pesanti di borchie e nappe
quattro lettori ambosessi reciprocamente ignari
si specchiano nel bianco e nero
della pagina aperta

Vicenda di luce, n. 3


29.   (14-20 novembre)

L’aria è tanto secca e chiara
che la luce vi passa in uno schianto

tutte le cose cieche senza occhi, gli esseri
entro il suo arco vivono

il gatto bianconero che arriccia la coda
e s’arrampica sul muro
lo sa nel suo balzo al sole
sicuro

Primavera di novembre, n. 3


30.   (21-27 novembre)

Il trepido saliscendi dei merli
tesse le ultime foglie gialle e brune
dei ciliegi – ma lontani

affondano i corvi nella nebbia
senza un suono

lividi cachi pendono tra i rami

(Mattino di metà novembre che imita Trakl. Nei cui versi non compaiono, si presume, alberi di cachi, e forse nemmeno ciliegi.)
Auf und ab leise die Amseln weben
die letzten Blätter, zitronengelb und dunkelbraun,
der Kirschbäume – aber fern

sinken die Raben im Nebel

lautlos

ganz feucht, Kakifrüchte neigen durchs Gezweig

31.   (28 novembre-4 dicembre)

Il fumo bianco dei camini sale
in spire
contro il nero degli abeti

Qualcosa
s’è ritratto in fondo alle campagne
tra la foschia dei boschi all’orizzonte
elude i sensi
lento si richiude


32.   (5-11 dicembre)

Dopo giorni di nebbie intorno ai boschi,
alzando gli occhi in certe vie
d’alti palazzi color crema
lassù sopra i passanti a un tratto vedi

un fiume azzurro scorrere

solcato tutto
da spume candide di nubi,
e antenne nere, alberi di navi

nel sole
d’oro
di dicembre


33.   (12-18 dicembre)

Dicembre
è un turgido frutto di ghiaccio

cristallo azzurro arde

traslucido mistero
brividi vermigli
di grande
melagrana spaccata

tra la foschia e i bagliori
del sole morente con l’anno

Vicenda di luce, n. 13


34.   (19-25 dicembre)

Ninnananna ecco il cielo si apre,
la montagna bianchissima scopre.
Nella culla c’è un bimbo che dorme,
nella neve
un sentiero di orme.

da Ninnenevi

Per Natale. Sachs, Enzensberger, Fortini

Antelao apparizione 29.12.2013

(Immagine: M.Ch., Apparizione dell’Antelao, 29.12.2013)

35.   (26 dicembre 2016 – 1 gennaio 2017)

Per pochi istanti
un tale scialo di splendore

– strati di nubi rosa fenicottero
sull’orizzonte lungo del tramonto:
nastri lucenti sciorinati nel celeste

le ultime piume e scie del giorno
mentre da un lieve oriente di cielo impallidito

già sorge
la luna piena
di dicembre

Vicenda di luce, n. 12


36.   (2-8 gennaio)

Vengono in avanscoperta a muso proteso,
a coda alta, candidissima

e prima di sfioccare nel turchese

considerano
quel che sarà di questo tempo,
del cielo –
che ancora ricomincia

da Anno nuovo, n. 1


37.   (9-15 gennaio)

Dopo un tempo di crode rosa e cieli tersi,
tra alti rami spogli
è sorto uno spicchio di luna,
velato tutto d’umida foschia

– come l’ultimo frutto sul melo

come un volto amato ch’è lontano
nella notte

in Cadore, 2/3 gennaio 2017


38.   (16-22 gennaio)

Cresciamo abituandoci al buio,
quando la luce viene sottratta:
come quando la vicina solleva la lampada
nel gesto dell’addio –

Qualche istante ­– camminiamo incerti
per la novità della notte –
poi – la vista s’adatta alla tenebra
e affrontiamo la strada a schiena dritta –

E così è di più vaste oscurità:
quei crepuscoli della mente
quando nessuna luna dischiude un segno,
non una stella appare – dentro

I più coraggiosi – per un poco brancolano ­­–
e talvolta con la fronte
urtano contro un albero,
ma quando imparano a vedere

O è la tenebra a mutarsi –
o qualcosa nella vista
che alla mezzanotte si conforma:
e la vita procede quasi dritta.

*

We grow accustomed to the Dark –
When Light is put away –
As when the Neighbor holds the Lamp
To witness her Good bye –
A Moment – We Uncertain step
For newness of the night –
Then – fit our Vision to the Dark –
And meet the Road – erect –
And so of larger – Darknesses –
Those Evenings of the Brain –
When not a Moon disclose a sign –
Or Star – come out – within –
The Bravest – grope a little –
And sometimes hit a Tree
Directly in the Forehead –
But as they learn to see –
Either the Darkness alters –
Or something in the sight
Adjusts itself to Midnight –
And Life steps almost straight.

Emily DICKINSON, n. 419, 1862 circa

in Omaggi (in forma di traduzione), n. 10


39.   (23-29 gennaio)

Ninnananna – il ghiaione è franato,
nella notte ogni pietra ha gridato.

Ninnananna che il monte si muove,
nero e basso
tutto il cielo ancor piove.

da Ninnenevi


40.   (30 gennaio-5 febbraio)

per Nelly Sachs

non li ha ingoiati la terra. l’aria forse?
come granelli di sabbia sono numerosi, ma sabbia
non sono diventati: nulla invece. a schiere
sono dimenticati. di continuo, l’uno all’altro per mano,
come i minuti. piú fitti di noi,
ma senza ricordo. non sono
registrati, né leggibili nella polvere, ma scomparsi
i loro nomi, e i cucchiai, le scarpe.

non li compiangiamo, noi. di essi nessuno
può avere memoria: sono nati,
fuggiti, morti…? svaniti,
questo no. è privo di vuoti
il mondo, pure a tenerlo unito
è ciò che più non vi ha casa,
coloro che sono scomparsi. essi sono ovunque.

senza gli assenti, nulla esisterebbe.
senza gli esiliati nulla, sarebbe saldo.
senza gli incommensurabili, nulla misurabile.
senza i dimenticati nulla sarebbe certo.

gli scomparsi sono giusti.
e noi risuoniamo in loro.

Hans Magnus Enzensberger, gli scomparsi

Questa poesia del 1963 – ispirata da Nelly Sachs e a lei dedicata, ma il suo nome rappresenta quello di tutti «gli scomparsi», nella Shoah e nella storia – è stata tradotta in italiano da Franco Fortini. Mi sono provata a tradurla di nuovo non perché pensi di poter fare meglio di Fortini, ma come omaggio a lui per primo, e per poterla ripercorrere in ogni sua piega e snodo.
Per definire la poesia di Nelly Sachs – e questa poesia di Enzensberger che ne assume la voce e l’anima, l’umanità che incarna o disincarna – la sola parola che trovo è mistica. Mistica significa, letteralmente, «chiudere gli occhi». Non appena si chiudono gli occhi si vedono gli scomparsi: si conoscono gli assenti e i presenti come una cosa sola.
La lingua tedesca prevede un grande uso di lettere maiuscole ma in questi suoi versi Enzensberger le abolisce tutte: sono scomparse, entrate nell’invisibile come coloro che continuano a nominare.
E sempre, anche oggi, gli scomparsi continuano a scomparire e nello stesso istante a essere presenti, non finiscono mai: Nous ne sommes pas les derniers, «noi non siamo gli ultimi» è il titolo dato da Zoran Music alle sue immagini di Dachau, dove era stato internato.
Dai barconi del mare, di fronte ai nuovi muri, sotto i bombardamenti, in tutte le guerre piccole e grandi del mondo: «essi sono ovunque».

die verschwundenen

für Nelly Sachs
nicht die erde hat sie verschluckt. war es die luft?
wie der sand sind sie zahlreich, doch nicht zu sand
sind sie geworden, sondern zu nichte. in scharen
sind sie vergessen. häufig und hand in hand,
wie die minuten. mehr als wir,
doch ohne andenken. nicht verzeichnet,
nicht abzulesen im staub, sondern verschwunden
sind ihre namen, löffel und sohlen.
sie reuen uns nicht. es kann sich niemand
auf sie besinnen: sind sie geboren,
geflohen, gestorben? vermisst
sind sie nicht worden. lückenlos
ist die welt, doch zusammengehalten
von dem was sie nicht behaust,
von den verschwundenen. sie sind überall.
ohne die abwesenden wäre nichts da.
ohne die flüchtigen wäre nichts fest.
ohne die unermesslichen nichts ermesslich.
ohne die vergessenen nichts gewiss.
die verschwundenen sind gerecht.
so verschallen wir auch.
2_MUSIC_Nous ne sommes pas les derniers_1970.jpeg
(Immagine: Zoran Music, Nous ne sommes pas les derniers, 1970)

da  Per Natale. Sachs, Enzensberger, Fortini


41.   (6-12 febbraio)

Io sono sempre stata come sono
anche quando non ero come sono
e non saprà nessuno come sono
perché non sono solo come sono.

Patrizia VALDUGA, Quartine. Seconda centuria, n. 107


42.   (13-19 febbraio)

Il nocciòlo ama
agghindando il freddo con
ciondoli d’oro

Lorenzo BIANCO

*

Chi mette gemme, chi acumina spine,
chi da oscillanti amenti
indora l’aria
di polline
per future nocciole.

Nel bosco di metà gennaio
c’è già gran voglia di darsi da fare

da Anno nuovo, n. 3



43. 
  (20-26 febbraio)

Il mattino blu aprendo le finestre
entra in un pigolio di uccelli
che chiocciano tra i rami, le campane larghe
basse a benedire lo spazio
tra gli orti
i muri d’ombra,
il treno lo attraversa forte con un fischio, i finestrini gialli dentro
l’ultimo buio



44.   (27 febbraio-5 marzo)

Marzo

Da dove è tornata ora questa luce

e dall’orlo celeste del visibile
gemmano bocci foglie ovunque premono

– membrana d’aria e luce che palpita si lacera
per tutta
l’alta cupola del cielo

guscio d’uovo
si crepa e schiude

genera rigenera

(Marzo è l’apertura della raccolta Orfiche. Insieme a una selezione di altri versi, le Orfiche sono in corso di pubblicazione presso l’editore ExCogita, e saranno presentate al Salone del libro di Torino il 18 maggio prossimo.)

45.   (6-12 marzo)

La migliore delle schiave non c’è bisogno
di batterla.
Si batte da sé.

Non con fruste di cuoio,
bastoni o verghe,
non con manganelli
o sfollagente,
ma con la frusta tagliente
della propria lingua
& l’insidioso battere
della sua mente
contro la sua mente.

Chi può infatti odiare se stesso la metà
di come si odia lei?
& chi eguaglia la finezza
di come si degrada?

Per riuscirvi occorrono
anni di esercizio.
Vent’anni di autoindulgenza insidiosa
e autolimitazione;
fino a che la suddita
si creda una regina
ma anche una mendicante –
le due cose insieme.
Dubiti di se stessa in tutto
tranne che nell’amore.

Scelga con passione
& malamente.
Si senta sola come un cane
senza padrone.
Deleghi allo specchio
le questioni morali.
E s’innamori di un cosacco
o di un poeta.

Non esca mai di casa
senza velarsi il viso col belletto.
Porti le scarpe strette
per ricordarsi sempre dei suoi vincoli.
Non dimentichi mai
di essere radicata nella terra.

Benché sia veloce nell’apprendere
&, a detta di tutti, brava,
la sua naturale insicurezza
la renda tanto debole
da diventare una dilettante di successo
con una mezza dozzina di abilità
& così abbellisce
ma non cambia
la nostra vita.

Se è un’artista
& si avvicina al genio,
il suo stesso talento
le procuri tanta pena
che preferisca uccidersi anziché
aver la meglio su di noi.

& quando sarà morta, piangeremo
& la faremo santa.

Erica JONG, Alcesti nel Giro dei Poeti
(alla memoria di Marina Cvetaeva, Anna Wickham, Sylvia Plath, la sorella di Shakespeare, ecc., ecc.)
da Frutta e verdura, Bompiani 1976, trad. di Donatella Bisutti

Questo testo, insieme ad altri, sarà presentato durante un incontro di poesia e musica con Elisabetta Sancino all’Auditorium De André di Inzago, domenica 12 marzo. Maggiori informazioni nella locandina.

46.   (13-19 marzo)

Ci sono momenti in cui la torsione imprevista
del mio corpo in bilico sulla sedia
e quelle fitte brucianti ai nervi
che nessun medico è riuscito a spiegarmi
sono speculari all’inquietudine che da bambina
mi faceva rigirare nel letto la sera
serrando forte gli occhi, perché volevo dormire
il sonno dei giusti, il sonno degli altri
che si distendono e sprofondano subito
nel liquido splendore di se stessi.
Ma io braccavo il rintocco del campanile
l’orlo sfrangiato delle stelle
quando si adagiavano sulla chioma del ciliegio
aprivo in silenzio la finestra verso il giardino
e allora mi venivano incontro le parole interdette
cifrati poemi che non ho mai tradotto
nella lingua adamantina del giorno
Oggi, come allora, fatico a seguire un percorso
che coincida col naturale scorrere del tempo
tendo a deviare sul binario morto
dove scovo violaciocche e altri tesori senza nome
– lì balzano fuori quelle parole interdette
frasario scomposto della lingua madre.

Elisabetta SANCINO, Lingua madre


47.   (20-26 marzo)

Maestra di enigmi
Affermate che basta una parola
E quella sola che nessuno ha –
Lei che trasvola via dalla memoria
Lucciola albale e falena
E nera spina di pena
Brùscolo a un occhio di storia –
Venisse al mio parlare
Èffeta e poi per sempre bocca muta
Al servo vostro stretto
Frugando sul sentiero
Dove non scende lume di pietà –
Se la felicità sia il nostro vero
O il nostro vero la felicità

Giovanni GIUDICI, Salutz, I.2

(Effetà o Effatà in Marco 7,34 è l’Apriti rivolto da Gesù a un sordomuto, per guarirlo. Non in aramaico ma in latino, effata significa: colei che ha parlato, predetto, consacrato.)

 

48.   (27 marzo-2 aprile)

Le strade di Buenos Aires
sono già le mie viscere.
Non le avide strade
scomode di folla e trambusto,
ma le strade svogliate del quartiere
quasi invisibili per l’abitudine
intenerite di penombra e tramonto,
e quelle più fuori,
prive di alberi pietosi,
dove austere casette s’avventurano appena
oppresse da immortali distanze
a perdersi nella profonda visione
di cielo e pianura.
Sono per il solitario una promessa
poiché migliaia di anime singolari le popolano,
uniche davanti a Dio e nel tempo
e senza dubbio preziose.
Verso l’Ovest, il Nord e il Sud
si sono dispiegate – e sono anche la patria – le strade:
vorrei, nei versi che traccio
ci fossero quelle bandiere.

Jorge Luis BORGES, Las calles
da Fervor de Buenos Aires, 1923
trad. di Livio Bacchi Wilcock (rivista)

Las calles de Buenos Aires
ya son mi entraña.
No las ávidas calles,
incómodas de turba y ajetreo,
sino las calles desganadas del barrio,
casi invisibles de habituales,
enternecidas de penumbra y de ocaso
y aquellas más afuera
ajenas de árboles piadosos
donde austeras casitas apenas se aventuran,
abrumadas por inmortales distancias,
a perderse en la honda visión
de cielo y llanura.
Son para el solitario una promesa
porque millares de almas singulares las pueblan,
únicas ante Dios y en el tiempo
y sin duda preciosas.
Hacia el Oeste, el Norte y el Sur
se han desplegado –y son también la patria– las calles;
ojalá en los versos que trazo
estén esas banderas.

 

49.   (3-9 aprile)

Il fiore si offre nell’ombra. Impercettibilmente, ogni fiore, e più ancora quello che si apre nello splendore, crea come un fondo tenue di ombra, il suo spazio […].
Il fiore non è mai fermo, mai fisso; […] non c’è nulla di corporeo che faccia sentire, come il fiore, l’accendersi e lo svanire non solo del colore, ma della sostanza […] condensata e racchiusa in ogni corpo visibile, che è anche durata temporale […].
Il «qualcosa di divino» rivelato dalla poesia trova riposo nel fiore. E quasi non sopporta di essere guardato. Non può trattenersi. Se ne sta già andando, svanendo in aroma e in musica, in una di quelle identità insospettate che si danno quando una forma pura si consegna alla morte ignorandola, ignorandosi […]. Per questo il fiore è lieve, impreciso, indelebile e perenne. Ed ecco perché in alcune grandi lingue, come l’ebraico e l’arabo, nonché nei geroglifici egizi, le lettere stesse sono come fiori.

María ZAMBRANO, Le parole del ritorno, Città aperta, 2003, pp. 98-100


 

50.   (10-16 aprile: Pasqua)

Questa terra
un nòcciolo
in cui è inciso

il Suo nome!

Sonno con denti di stelle lo costringe
nella dura polpa della terra,
con boccioli di salmi
annuncia resurrezione.

Questa terra
e tutti i suoi sentieri
azzurrofioriti
d’eterno colchico

tutte le tracce portano fuori –

Sabbia vulcanica vibrante
corna d’ariete
dal sogno la spalano.

L’ora dei profeti giunse rapida
a sgusciare dalla pelle i morti
come semi di soffione
solo alati di preghiere
sono arrivati a casa –

Nelly SACHS, da E nessuno sa continuare, 1957
in Omaggi (in forma di traduzione)

Dieses Land
ein Kern
darin eingeritzt
sein Name!
Schlaf mit Sternenzähnen hält ihn fest
im harten Apfelfleisch der Erde
mit Psalmenknospen
klopft er Auferstehung an*.
Dieses Land
und alle seine Pfade
umblüht blau
mit Zeitlos*
alle Spuren laufen außerhalb –
Sand vulkanisch zitternd
von Widderhörnern
aus dem Traum geschaufelt.
Prophetenstunde eilte schnell
die Toten aus der Leichenhaut zu schälen
wie des Löwenzahnes Samen
nur beflügelt mit Gebeten
fuhren sie nach Haus –
* Di difficile resa in italiano sono l’onomatopeico bussare di klopft… an, che ha un’eco sonora nello schiudersi dei boccioli, Knospen: da dentro la terra Egli bussa annunciando resurrezione, i boccioli di salmi, Psalmenknospen, bussano; e il colchico-eterno: l’aggettivo zeitlos (eterno, senza tempo) viene qui sostantivato e insieme evoca il sostantivo Zeitlose (colchico). Anche il colore del colchico-eterno, blau, non è naturalistico.

 

51.   (17-23 aprile)

Muscolo-di-fiore, che all’anemone
il mattino dei prati pian piano dischiudi,
finché nel suo grembo la polifonia
di luce
degli alti cieli si riversi,

nelle quiete corolle teso
muscolo dell’infinito accogliere,
talora da pienezza tanto sopraffatto
che il cenno di riposo del tramonto

non può renderti indietro
i lembi dei petali intorno riversi,
tu, decisione e forza di quanti mondi!

Noi, i violenti, noi duriamo più a lungo.
Ma quando, in quale fra tutte le vite,
siamo infine aperti – ad accogliere?

RILKE, I sonetti a Orfeo, II.5, 1922
in Omaggi (in forma di traduzione)

Blumenmuskel, der der Anemone
Wiesenmorgen nach und nach erschließt,
bis in ihren Schoß das polyphone
Licht der lauten Himmel sich ergießt,
in den stillen Blütenstern gespannter
Muskel des unendlichen Empfangs,
manchmal so von Fülle übermannter,
daß das Ruhewink des Untergangs
kaum vermag die weiterzurückgeschnellten
Blätterränder dir zurückzugeben:
du, Entschluß und Kraft von wieviel Welten!
Wir, Gewaltsamen, wir währen länger.
Aber wann, in welchem aller Leben,
sind wir endlich offen und Empfänger?

 

52.   (24-30 aprile)

Una mattina mi son svegliato
– o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao ciao ciao! –
una mattina mi son svegliato
e ho trovato l’invasor.

O partigiano, portami via
– o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao ciao ciao! –
o partigiano, portami via,
ché mi sento di morir.

E se io muoio da partigiano
– o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao ciao ciao! –
e se io muoio da partigiano,
tu mi devi seppellir.

E seppellire lassù in montagna
– o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao ciao ciao! –
e seppellire lassù in montagna,
sotto l’ombra di un bel fior.

Tutte le genti che passeranno
– o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao ciao ciao! –
tutte le genti che passeranno
mi diranno «Che bel fior!»

«E questo è il fiore del partigiano
– o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao ciao ciao! –
e questo è il fiore del partigiano
morto per la libertà!»


 

53.   (1-7 maggio)

i tuoi occhi sono prugne del nord
i tuoi denti mandorle amare
il tuo seno una doppia albicocca
due pesche noci i tuoi fianchi
un ficodindia il tuo grembo

il mio cuore è un’anguria emiliana

Luciano ERBA, Arcimboldi
in L’ippopotamo, Einaudi, 1989



54. 
  (8-14 maggio)

Dal muro che s’ascolta,
in schiuma,
dagli orti,
lo schianto del tempo,
dei paesi che rovinano,
è grande.
Ciò che mi estranea
dentro il paesaggio che fu mio
è questa rovina risplendente
tra queste case
raccolta,
il sogno che sognò il cuore
decaduto.

Antonio MOTTA, Da questa rovina risplendente
in L’albero di gelso. Poesie 1974-1998, Ed. Lampyris, 2007


 

55.   (15-21 maggio)

L’uccello nero
salta leggero,
si chiama merlo
senza saperlo.

Toti SCIALOJA, Versi del senso perso
Einaudi Tascabili, 2009



56. 
  (22-28 maggio)

Rileggo Erba dopo cent’anni, in treno.
La formula magica
pronunciata un giorno dal Poeta
– mentre segnava con brevi bisce di matita
il punto dei miei versi in cui per qualche istante agiva:
fruscii d’estate, pioggia o vento, credo –
aleggia in carrozza,
elude e tenta ancora.
Non so di più oggi che allora.
Erba, erba verde lombarda fuori dai finestrini
ovunque intorno, quasi estate

«Instance de la lettre»
in Quasi estate, ExCogita, 2017

prima di copertina_Quasi estate.JPG


57.   (29 maggio-4 giugno)

Azzurra
è la notte
dopo il buio del corpo
per la morta
che sognava l’aperto.
Chandra Livia CANDIANI, Bevendo il tè con i morti

Interlinea, 2015



58. 
  (5-11 giugno)

Crescono i monti – non notati –
Le purpuree figure si levano
senza sforzo – fatica –
assistenza – o applauso

Nei loro volti eterni
gli ultimi sguardi dorati
del sole – con perfetta delizia –
a lungo cercano compagnia – la notte –

The Mountains – grow unnoticed –
Their Purple figures rise
Without attempt – Exhaustion –
Assistance – or Applause –
In Their Eternal Faces
The Sun – with just delight
Looks long – and last – and golden –
For fellowship – at night –

Emily DICKINSON, n. 757, 1863 ca.
in Omaggi (in forma di traduzione)



59. 
  (12-18 giugno)

I vostri nomi veri non pronuncio
devoto al miracolo che siete
voi, senza interesse di mercede o frutto
porterò con me dall’altra parte.

E mentre l’impazienza d’incontrarvi
alimenta la fiamma che ci lega
noi, insieme nel tempo che si ferma
non conosciamo le sorti riservate.

Antonio FIORI, Amici
da Sotto mentite spoglie, Manni, 2002



60. 
  (19-25 giugno)

sulla soglia si guarda davanti
per vedere il passaggio
dal dolore al silenzio
ma io porto con me
tutti i rumori
e le voci
del mondo

*

la luce inonda la cella
e il pulviscolo danza
la musica del cosmo
la bellezza è in noi
per sempre

A Giulio Regeni
(in memoriam)

Vera Lúcia DE OLIVEIRA, Ditelo a mia madre
Fara Editore, 2017


61.   (26 giugno-2 luglio)

a quelli che stanno partendo oggi
e a quelli che ancora non sanno leggere
o che scalciano
nella pancia della loro madre
che nasceranno già orfani
di padre
[…]

a mio padre
che ha portato fatto e disfatto valigie
sotto tutti i cieli
finché la sua forza
è stata più grande
del peso delle valigie

a mia madre
che ha pianto facendole
aspettato inghiottendo il tempo
novembre e le lettere
e in silenzio lo ha abbracciato
quando tornava
pianto aspettato abbracciato
pianto aspettato abbracciato
anno dopo anno
pianto secoli
per abbracciare secondi

e a voi amici tutti
morti e vivi…

*

a chei ch’a stan partint vuê
a chei che incjimò non san lei
o ch’a sgjambiriin
ta pansa di lôr mâri
ch’a nassaran za vuarfins
di pâri…

Leonardo ZANIER, Dedica
da Libers… di scugnî lâ / Liberi… di dover partire
testo originale in lingua carnica, traduzione italiana, araba e francese
Effigie, 2012


 

62.   (3-9 luglio)

La spirale bianca e crema
della piccola chiocciola marina
perfettamente traccia il suo essere,
indicando una linea d’infinito

*

I musi bianchi di due nuvole alte
mordono l’azzurro correndosi incontro

ora s’abbracciano – ed è tutto bianco

*

La cangiante eleganza
dei solenni eucalipti

cinge i nostri passi verso il mare

e il serpeggiare dei ginepri
dalle grandi bacche verdeargento

*

Ogni minima duna nella sabbia
ospita già la sua parte d’ombra mentre

branchi di nuvole candide
s’avventano contro il sole

spaventate poi devìano giù
sopra il sinuoso litorale
di Capo Caccia

Alghero, domenica 2 luglio 2017

 


 

63.   (10-16 luglio)

Molti mi dicono: come puoi pensare ai fiori, di questi tempi?
Etty Hillesum

Non riesce ad accudire i fiori
al suo angolo di cucina
spazio per le terracotte
tra il presto detto e i morti tardivi.
Li sostituisce con languori di
cani a dondolo e ali di vetro
sospese a un rito. E le poche stelle.
Non più in alto di un grido, non riesce
ad accudire le stelle.

Antonio PIBIRI, Chiaro di terra
L’Arcolaio, 2016

La poesia di Antonio Pibiri tende a proporsi per elementi franti e di non immediata penetrazione, passaggi taciuti (visionari, onirici) e riferimenti talora criptici.
Nel caso di questi versi, la chiave e la luce le offrono le parole di Etty Hillesum poste dall’autore in esergo. Sono – credo – versi tragici: una sommessa confessione o constatazione di impotenza esistenziale. I fiori sono le creature, il creato. La bellezza. E non accuditi salgono verso l’alto – come il grido umano, insieme ad esso –, diventano stelle.

 

64.   (17-23 luglio)

Da Pagine a maggese di Angelo Andreotti:
A una distorta interpretazione di Dostoevskij si deve la frase “la bellezza salverà il mondo”, Settis ha replicato che la bellezza salverà il mondo se noi salveremo la bellezza. Io non credo che la bellezza, e quindi anche l’arte, possa salvare il mondo. Voglio invece parafrasare un pensiero di Natoli sul dolore. Il filosofo dice che sarà anche vero che l’arte consola dal dolore, ma è più vero che l’arte è in grado di metterci in una relazione differente con il dolore (del mondo), e quindi di imparare a guardarlo. In questo modo ci mette nelle condizioni di cogliere il dolore (nel mondo) nella sua complessità, e quindi di porgercelo per iniziare a comprenderlo.
Solo una fotografia di Sebastião SALGADO, tratta dal suo libro Exodus, e la poesia che Derek WALCOTT scrisse per la mostra del brasiliano alle Scuderie del Quirinale nel 2000, dal bellissimo titolo di In cammino.
Solo una foto:

Sebastiao-Salgado-Les-mains-de-lhomme-Mines-de-Charbon-de-Dhanbad-2-768x516

e solo una poesia:

La marea dei profughi, non il volo delle oche selvatiche,
i volti nei vagoni merci, emaciati e con occhi di carbone,
soprattutto lo sguardo fisso e smunto dei bambini
i fardelli enormi che attraversano i ponti, assi che scricchiolano
come se articolazioni e ossa fossero udibili, la macchia scura
che si estende sulle mappe dissolvendone i confini
così come i cadaveri si liquefanno nella calce
o il pacciame vivido dell’autunno, calpestato, si fa fango,
e il fumo di un cipresso segnala Sachsenhausen,
la gente senza treni, senza muli né cavalli,
quelli con la sedia a dondolo e la macchina da cucire
accatastate su un carro a mano, senza cavalli
perché da tempo i cavalli sono fuggiti al galoppo
per tornare alla mitologia della pietà, al cono
del campanile arancio che trafigge le nubi sopra i tigli
e le campane di pietra della domenica sui ciottoli,
quelli che poggiano le mani stanche alle sponde dei carri
come fossero i fianchi dei muli, e le donne
con le facce di selce, gli zigomi lucidi, gli occhi
come stagni resi vitrei dal ghiaccio,
per loro l’anno ha una sola stagione, un solo cielo:
quello dei corvi che sbattono le ali come ombrelli strappati,
si sono ridotti tutti a una lingua comune,
i senzatetto, i senza provincia, ridotti all’incredibile ricordo
delle mele e dei limpidi ruscelli, e il suono del latte
che riempie le zangole in estate, da dove vieni,
da quale regione, conosco quel lago, conosco la birra,
e le taverne, ho creduto nei suoi monti,
ora c’è una mappa mostruosa chiamata Nessunposto
ed è lì che siamo tutti diretti, e dietro
hai la vista di una valle chiamata Provincia della Pietà,
dove l’unico governo è quello dei meli
e l’unico esercito gli alti stendardi dell’orzo
e le fattorie sono umili, e questa è la visione
che si restringe nelle iridi di chi sta morendo
e degli esausti che abbandoniamo nei fossi
prima che s’irrigidiscano e le fronti si raffreddino
come le pietre che ci lacerano le suole,
come le nubi che diventano cenere così in fretta dopo l’alba
sopra palme e pioppi, nell’ingannevole aurora
di questo, il vostro nuovo secolo.

(trad. Matteo Campagnoli)
http://www.angeloandreotti.it/salgado-e-walcott-in-cammino/



65. 
  (24-30 luglio)

A chi pensa che io non sia di oggi,
io dico che il mio stare ad ascoltarlo è oggi.
Non è ieri, non sarà domani la mia attenzione,
bensì oggi. Oggi sono e sto qui davanti al foglio di carta,
sente forte il graffio di ogni mia parola.
Che da esse parte l’intimità quotidiana del mio corpo,
il suo nudo guardarmi è aderenza indubitabile alla realtà.
Da lui soltanto la mia vista, da lui il mio udito,
nelle sue mani l’umido nero degli orti in questo luogo
e sotto i piedi il fruscio verde e nel dicembre
il freddo a mostrare chiare le stelle.

Dunque, so di non errare. Non mi perdo,
finché posso tenermi forte a questo.

Roberta DAPUNT, Le beatitudini della malattia
Einaudi, 2013


 

66.   (31 luglio-6 agosto)

Ora che i tuoi piedi sfiorano attenti i fiori e i sassi,
di te solo l’argento dei capelli esulta.
E mentre nell’aria il verso insistente della cicala
i versi tuoi, litanie da troppo tempo.
È riconferma di uguali frasi, la loro cadenza,
le frasi di sempre e la tua devozione ad esse immutata.

Sai cosa è sempre Uma?
Il senza fine, in ogni tempo,
sempre è il lungo corso che passo vicino alla tua assenza,
ospite ininterrotta della tua demenza.
Sempre è tutti i giorni a ripetere le stesse frasi anch’io
e darti ragione nell’unica via consegnata alla nostra sopravvivenza.
È sempre il mio stare con te, il tuo rimanermi accanto,
il mio annullarmi davanti a te.
Sempre sono le uniche ricordanze fin dove coglie la mente,
le tue memorie diventate mie, la mia omertà per te.

Noi due e la mia malinconia.
In tre e senza termine di tempo a muovere anche oggi l’aria intorno.

Roberta DAPUNT, il verso della cicala
da Le beatitudini della malattia, Einaudi, 2013



67. 
  (7-13 agosto)

Risalgo fino alle sponde
di alghe e sanguisughe
dietro i cespugli di artemisia
la mia testa, oltre.
A trenta metri da questa soglia
lo sciabordio dell’estate
– nudi e assetati, da bambini
era qui che ci scoprivamo vivi
come le zanzare e le rane.
Così lontano e così vicino a casa
l’odore dei panni insaponati
da piccole mani ardite
– il silenzio c’era, ma veniva dopo
il tuffo ed il canto.
Si cresce sempre e comunque
anche senza conforto.

Elisabetta SANCINO, Il fosso dietro casa
https://www.stampa2009.it/editoria/l-angolo-degli-inediti/

 

 


 

68.   (14-20 agosto)

A Sai che lei scrive?
B Ma dai, e cosa scrivi?
C Poesie.
PAUSA
B Ah poesie.
PAUSA
E racconti, romanzi? Non hai mai scritto un romanzo?

scrivi poesia #1

*

A Sai che lei scrive poesie?
B Ma pensa, bello…
PAUSA
Come si chiama già quello del Nobel? Trasformer, Trancoso…
C Transtromer?
B Ecco sì. Quello. Eh, vedi tu li sai… Brava. Poesia.
PAUSA MEDITATIVA
Ma scrivi anche altro? Non hai mai scritto un romanzo?

scrivi poesia #2

*

A Sai che lei scrive poesie?
B Ah.
PAUSA IMBARAZZATA
Eh a me la poesia proprio non… Ma scrivi anche altro? Non hai mai scritto un romanzo?

scrivi poesia #3

La Signora dei Calzini, Scrivi poesia?
http://www.signoradeicalzini.it/2016/01/19/scrivi-poesia/#more-3866



69.   (21-27 agosto)

Sono vissuti pastori
nel tempo di queste colline e le ossa cariate
delle loro pecore
diventano un gioco per i cani che frugano. E prima

il mare

vi aveva cresciuto conchiglie bianche, che i ricercatori
e i bambini
grattano dal terriccio. C’è stata anche una battaglia
da queste parti, contro Carlo VIII […]

Il vento porta odori di camini spenti.
Dopo di noi
la prole del contado non avrà più gusto
nei fiori fritti d’acacia
o nel succo amaranto del mosto, e con altri costumi
si allontanerà dalla sfera, tentando lune
a cui parlo d’estate.

Pier Luigi BACCHINI, Conchiglie rosa
in Scritture vegetali, Mondadori 1999

(Dedico questa poesia della settimana ad Antonio Fiori, che mi ha fatto conoscere Bacchini.)

 



70. 
  (28 agosto-3 settembre)

È un immenso animale, l’estate:

lungo i giorni torridi e accecati,
nel suo cavo gli umani
formicolanti spiano
l’ascendere e il lento declinare
della grande
groppa indomita:

stremati affrettano i segni
del destinato
ammansirsi: come col tempo debba la bestia
perder forza,
e chini il capo prima nel tramonto,
invecchi a ogni più tarda alba,

ma quando è infine doma
– domestica dolce mite
come il settembre –
rimpiangono allora
il nero cavallo di luce – mentre già li prende
la paura del buio

(26.8.2017)



71. 
  (4-10 settembre)

Nel tardo agosto vi sono giorni in cui
trattengono il respiro gli alberi

un funebre grigio ovunque vela
le pallide parvenze del verde

– come in un istante, a un cenno solo
tutte potessero staccarsi
senza suono

stanno sospese immobili le foglie
nell’atona morte dell’estate

(29.8.2017)



72. 
  (11-17 settembre)

In questi giorni d’inizio settembre
frequente un fruscio, un fremito
anima il terreno – uguale
se sono foglie che cadono dai rami
e le torce un filo di vento:
o dorati uccelli, che ecco con un guizzo
già si rialzano

(8.9.2017)


73.   (18-24 settembre)

 

Per un ragazzo di 15 anni

Oggi è il 15 settembre
e tu avevi 15 anni e domenica sera, il 9, te ne sei andato

non ti ricordo dal vero, solo ho visto per un istante sullo schermo d’un telefonino
la tua fotografia con sotto la scritta ERA LUI:
non chiederò di rivederla ma non la dimentico,
potrei riconoscerla ovunque anche fra cent’anni

e solo abbiamo sentito passare le ambulanze,
mai sentite sirene tanto vicine e urgenti
hanno trapassato i muri fatto tremare l’aria:
una sirena per te
una per il macchinista
una per chi ti voleva bene
– così è stato detto, dopo

e io vorrei dire, scrivere il tuo nome
ma in nessun luogo il tuo nome è stato scritto
o pronunciato
e tu lo hai cancellato dai tuoi social
prima di lasciare – al suo posto, al tuo posto –
la parola SUICIDE,
in bianco su uno schermo nero

in inglese, perché in inglese, anche i tuoi compagni
sui loro telefonini hanno scritto in inglese
PRAY FOR XXX
e REMEMBER YOUR LIFE IS IMPORTANT

e io vorrei pregare per te, sapessi pregare,
e in quale lingua non so
e non mi do pace
di non averti trovato conosciuto visto fermato
e non so se sto tentando di consolare te, per sempre inconsolato, o me stessa, o quelli come te,
se quelli come te mai possono essere raggiunti da parole come queste nostre di ora
chi toccano le mie lacrime
questo strazio e solitudine che si spalanca

e guardo i luoghi, interrogo i viali dei tigli, le finestre i muri delle scuole, i binari del treno,
ti cerco dove sei stato e ora manchi, o sei ancora,
ti sento ovunque nell’aria ferma e vuota nel cielo bianco, grigio
che non dice parola
ma ti custodisce in sé
con tutte le foglie immobili e il sangue e il tuo sguardo
il tuo sguardo mite e ritratto che guarda da quella foto, guarda dal dove in cui sei, sei stato,
mentre già si allontana guarda e chiede e chiama, e per sempre esiste

e siccome tutto ciò che so e che conta lo so con le poesie
a un certo punto mi ricordo anche di Ungaretti, del suo amico nato come lui in Egitto,
e questa poesia – le date, i numeri, le coincidenze…! – oggi compie cent’anni,
quasi esattamente cent’anni oggi – ma il suo amico Ungaretti l’ha accompagnato, l’ha accompagnato
al camposanto d’Ivry (IN MEMORIA. Si chiamava / Moammed Sceab  // Discendente / di emiri di nomadi / suicida / perché non aveva più / Patria // Amò la Francia / e mutò nome // Fu Marcel / ma non era Francese / … // E non sapeva / sciogliere / il canto / del suo abbandono // L’ho accompagnato / insieme alla padrona dell’albergo / dove abitavamo a Parigi / dal numero 5 della rue des Carmes / appassito vicolo in discesa // Riposa / nel camposanto d’Ivry / … // E forse io solo / so ancora / che visse. // Locvizza il 30 settembre 1916)

e io non so scrivere il tuo nome ragazzo che potevi essere mio figlio, mio fratello, il tuo nome che somiglia a Marcel, IN MEMORIA

15 settembre 2017, in Lombardia


74. 
  (25 settembre-1 ottobre)

La nuova poesia intrappolata
manda segnali Morse che non capto
– torpida carpa nuota nei fondali,
e il fango di questo giorno
resta insondato

 



75. 
  (2-8 ottobre)

perché le cose non sono quello che sono, perché
l’anima non resta l’anima, e nemmeno Dio è Dio,

perché quando ci abbandona il senso del silenzio siamo
persi in un silenzio enorme, in un vuoto di cose senza
cose, di anime senz’anima, di Dio che ha smarrito Dio,

perché sono state quello che sono le cose, quando
era anima l’anima, quando anche Dio stava sotto
il vecchio castagno o il fico aspettando che io passassi

per dirmi hai verificato che sia tutto a posto il mondo,
che restino ancora cose le cose, che tu sia tu,
per ricordarmi che c’era, che resta anima l’anima,
che le cose sono lì, da governare, e sono tue,

perché si sono smarrite, insieme con l’anima e Dio,
e sbircio sempre in quel posto vuoto, quando passo, sotto
il castagno o sotto il vecchio fico, quando io ero io

Daniele BARBIERI, Sotto il castagno
https://ancoraunaltrome.wordpress.com/2017/06/30/sotto-il-castagno/


 

76.   (9-15 ottobre)

Tu scrivi in un angolo
e io ti leggo e commento
e come coscienza remota
t’affioro e tu mi ascolti.
Hai dunque conferma che esisti
che dal tuo avamposto resisti
paradiso inferno palestra
dove mai impareremo
a capirci a bastarci.

Giovanni NUSCIS, in La parola data
L’Arcolaio, 2009


77.   (16-22 ottobre 2017)

I sabato pomeriggio lombardi
passano così in coda
verso i centri commerciali
dove si comprano le divise
per la prossima stagione,
il desiderio di donne e uomini
stanchi s’intasa o lievita
tra le corsie e i camerini
di prova – fuori il sole è un grande
frutto tra gl’alberi in fondo ai boschi:
lampeggia oro nel verde
favoloso e svanente
delle robinie

(14 ottobre 2017, sabato)

 


 

78.   (23-29 ottobre 2017)

Si dìssipa ormai il tesoro
dell’autunno

decompone il giallo
informe lungo la statale, stingono i rossi,
verde e celeste
tenui impallidiscono
nella foschia smorente

– solo i merli
sono àlacri e neri come a marzo: frecce
lanciate dal terreno
al folto degli alberi

 (20 ottobre 2017)


 

79.   (30 ottobre-5 novembre 2017)

Correvo in auto la luminosissima Brianza
e foglie rotolavano pulite nella danza
d’aceri e tigli brune e gialle precipitose
ma cementi d’officine piccole e stecchi di rose
robinie color volpe campings semidivelti
i tavoli dei bar ristoranti capovolti
le piume d’un coniglio nella palta
di sangue impresso e fisso sull’asfalto
le operaiette dei turni affollate allo spaccio
e lassú nel turchino prealpino di ghiaccio
la notizia che l’anno finiva.

Franco FORTINI, L’anno Sessantaquattro
in L’ospite ingrato, 1966


80.   (6-12 novembre 2017)
Una donna sotto forma di mostro
un mostro sotto forma di donna
ne sono pieni i cieliuna donna            “nella neve
tra gli Orologi e gli strumenti
o curva a misurare pertiche di terra”
per scoprire nei suoi 98 anni
8 cometelei come noi
governata dalla luna

levita nel cielo notturno
a cavallo delle lenti lucidate

Galassie di donne, vi scontano
la propria irruenza
costole di ghiaccio
in quegli spazi       della mente

(…)

Sono uno strumento sotto forma
di una donna che tenta di tradurre pulsazioni
in immagini           per il sollievo del corpo
e la ricostruzione della mente

Pensando a Caroline Herschel (1750-1848),
astronoma, sorella di William; e ad altre

Adrienne RICH, Planetario
in Cartografie del silenzio. Poesie scelte 1951-1995, Crocetti, 2000 (trad. di Maria Luisa Vezzali, introduzione di Massimo Bacigalupo)

Dedico questa “poesia della settimana” a Elisabetta Sancino,
che mi ha fatto conoscere Adrienne Rich.

Planetarium

Thinking of Caroline Herschel (1750-1848)
astronomer, sister of William; and others.
A woman in the shape of a monster
a monster in the shape of a woman
the skies are full of them
a woman      ‘in the snow
among the Clocks and instruments
or measuring the ground with poles’
in her 98 years to discover
8 comets
she whom the moon ruled
like us
levitating into the night sky
riding the polished lenses
Galaxies of women, there
doing penance for impetuousness
ribs chilled
in those spaces    of the mind
An eye,
‘virile, precise and absolutely certain’
from the mad webs of Uranusborg
encountering the NOVA
every impulse of light exploding
from the core
as life flies out of us
Tycho whispering at last
‘Let me not seem to have lived in vain’
What we see, we see
and seeing is changing
the light that shrivels a mountain
and leaves a man alive
Heartbeat of the pulsar
heart sweating through my body
The radio impulse
pouring in from Taurus
I am bombarded yet         I stand
I have been standing all my life in the
direct path of a battery of signals
the most accurately transmitted most
untranslatable language in the universe
I am a galactic cloud so deep      so invo-
luted that a light wave could take 15
years to travel through me       And has
taken      I am an instrument in the shape
of a woman trying to translate pulsations
into images    for the relief of the body
and the reconstruction of the mind.
Adrienne Rich, “Planetarium”  from Collected Poems: 1950-2012. Copyright © 2016 by The Adrienne Rich Literary Trust.  Copyright © 1971 W. W. Norton & Company, Inc. Reprinted by permission of W. W. Norton & Company, Inc.


81. 
  (13-19 novembre 2017)
Non abbiamo acque qui, neanche di lago,
ma a specchiare il sole
stanno le fronde folte dei sempreverdi
lungo le strade – andando,
tra camion che alle piazzole vendono
zucche castagne mandarini,
nel lucente mattino
dell’estate di San Martino

(11 novembre 2017)



Silvia VENUTI_Parete

(Immagine: Silvia Venuti, Parete, 1999)

Fiori, serie seconda

 

PietMondrian_Crisantemo_1906-11ca

(Immagine: Mondrian, Crisantemo, 1910 ca.)

 

 

n. 1, gerani

Come ardono i colori dei fiori
dentro il buio

non visti
trasfigurano
i globi
rossi rosa dei gerani

 

 

 

n. 2, topinambùr

Ora che l’estate se n’è andata
nei campi s’accendono
i ciuffi svettanti dei topinambùr
– oscuri cugini dei girasoli,
piccoli soli noncuranti,
astri di tuorlo zucca zafferano
alla foschia dei mattini, ai pomeriggi
ancora così lunghi e caldi

 

 

 

n. 3, crisantemi

Anche i cani hanno la raucedine
stamattina,
abbaiano a gola bassa dai cortili.
Sulla statale
appare una distesa di giallo
che sembra estate ancora, ravizzone

Già: sono pronti in serra
i crisantemi

 

 

 

n. 4, calicanto

È già fiorito il calicanto –

nel baraccone della fiera natalizia
in segreto offriva
tutto il suo profumo

con i calici-stella
di cera incolore
stava nascosto  dietro le giostre
e un presepe di renne gnomi
sette nani

 

 

 

n. 5, sicomori

I verdi ossimori, i dolci sicomori
risciolgon voce
– quel filo in fondo al pozzo –,
la poverissima, fuggevole materia
di sillabe e suoni che sfidano
a generare musica,
suscitarla dal silenzio:
schiudere luce
dal cielo di febbraio

 

 

n. 6, pitòsfori

Non si sa come
ma certe mattine a Milano
c’è quest’aria di mare

una brezza così tersa asciutta
un respiro tutto azzurro
tra i binari del tram

sono vele al vento
persino le bandiere
del comando militare

Il mare è oltre il molo d’un palazzo,
si sente di là dai bastioni
del Castello

(lo sentono persino i giovani squali in cravatta
con la falcata lunga, lo sente
il senegalese all’angolo
che al solito
mi tende il cappello invano)

c’è anche il profumo verde e crema
dei pitòsfori
tutti fioriti
in grandi vasi sulle strade

 
n. 7, anemone

Muscolo-di-fiore, che all’anemone
il mattino dei prati poco a poco dischiudi,
finché nel suo grembo la polifonia
di luce
degli alti cieli si riversi

Nelle quiete corolle teso
Muscolo dell’infinito accogliere,
talora da pienezza tanto sopraffatto
che il cenno di riposo del tramonto
non può renderti indietro
i lembi dei petali intorno riversi,
tu, decisione e forza di quanti mondi!

Noi, i violenti, noi duriamo più a lungo:
ma quando, in quale fra tutte le vite,
siamo infine aperti – ad accogliere?

(Rilke, I sonetti a Orfeo, II, 5)

(aprile 2016, da Orfiche, Senso dell’estate Omaggi )

Omaggi (in forma di traduzione)

Cimitero Monumentale 3.jpg

(Immagine: Ylenia Arcelli, Cimitero Monumentale, n. 3, 2014)

n. 1. Rilke: Blumenmùskel, Anemòne

Muscolo-di-fiore, che all’anemone
il mattino dei prati pian piano dischiudi,
finché nel suo grembo la polifonia
di luce
degli alti cieli si riversi,

nelle quiete corolle teso
muscolo dell’infinito accogliere,
talora da pienezza tanto sopraffatto
che il cenno di riposo del tramonto

non può renderti indietro
i lembi dei petali intorno riversi,
tu, decisione e forza di quanti mondi!

Noi, i violenti, noi duriamo più a lungo.
Ma quando, in quale fra tutte le vite,
siamo infine aperti – ad accogliere?

(14 aprile 2016)

Blumenmuskel, der der Anemone
Wiesenmorgen nach und nach erschließt,
bis in ihren Schoß das polyphone
Licht der lauten Himmel sich ergießt,
in den stillen Blütenstern gespannter
Muskel des unendlichen Empfangs,
manchmal so von Fülle übermannter,
daß das Ruhewink des Untergangs
kaum vermag die weiterzurückgeschnellten
Blätterränder dir zurückzugeben:
du, Entschluß und Kraft von wieviel Welten!
Wir, Gewaltsamen, wir währen länger.
Aber wann, in welchem aller Leben,
sind wir endlich offen und Empfänger?
RILKE, Die Sonette an Orpheus, II.5, 1922

***

n. 2. Borges: Mis libros

I miei libri (che non sanno che io esisto)
sono tanta parte di me come questo volto
di tempie grigie e di grigi occhi
(di fronte dura e di bocca morbida)
che invano cerco nei cristalli
e che percorro con la mano incavata.
Non senza alcuna logica amarezza
penso che le parole essenziali
che mi esprimono stanno in quei fogli
che non sanno che esisto, non in quelli che ho scritto.
Meglio così. Le voci dei morti
mi diranno per sempre.

(14 aprile 2016)

Mis libros
Mis libros (que no saben que yo existo)
Son tan parte de mí como este rostro
De sienes grises y de grises ojos
Que vanamente busco en los cristales
Y que recorro con la mano cóncava.
No sin alguna lógica amargura
Pienso que las palabras esenciales
Que me expresan están en esas hojas
Que no saben quién soy, no en las que he escrito.
Mejor así. Las voces de los muertos
Me dirán para siempre.
BORGES, La rosa profunda, 1975

***

n. 3. Rilke: Soglia

Chiunque tu sia: la sera esci
dalla stanza in cui tutto ti è noto;
ultima di fronte alla lontananza sta la tua casa:
chiunque tu sia.
Con i tuoi occhi stanchi, che dalla soglia usata
a stento si staccano,
sollevi con lentezza un albero nero
e lo poni di fronte al cielo: snello, solitario.
E hai fatto il mondo. E il mondo è grande,
e come una parola che ancora matura nel silenzio.
E come la tua volontà ne coglie il senso,
i tuoi occhi lo lasciano, con dolcezza…

(15 agosto 2016)

Eingang

Wer du auch seist: am Abend tritt hinaus
aus deiner Stube, drin du alles weißt;
als letztes vor der Ferne liegt dein Haus:
wer du auch seist.
Mit deinen Augen, welche müde kaum
von der verbrauchten Schwelle sich befrein,
hebst du ganz langsam einen schwarzen Baum
und stellst ihn vor den Himmel: schlank, allein.
Und hast die Welt gemacht. Und sie ist groß
und wie ein Wort das noch im Schweigen reift.
Und wie dein Wille ihren Sinn begreift,
lassen sie deine Augen zärtlich los…
RILKE, Das Buch der Bilder, 1902
L’intraducibile di questa grande poesia, posta da Rilke all’ingresso (Eingang) del Libro delle immagini, sta nell’equazione Wer-Welt-Wort.
Wer (chi, chiunque), il soggetto ripetuto dei versi iniziali, crea il mondo (Welt), e il mondo è una parola (Wort): è come «una parola che ancora matura nel silenzio».
E se, giustamente, la realtà del mondo (Welt) è posta al centro del testo, soggetto e parola (wer e Wort) ne sono come calamitati e stanno entrambi rivolti verso di essa. «Und hast die Welt gemacht» (E hai fatto il mondo) è il baricentro del componimento, il suo nucleo di forza e azione.
Il suono -wel- di Welt, oltre che in welche (che), si espande nella parola chiave “soglia” (Schwelle) – ripresa poi da “silenzio” (Schweigen) –, e in “volontà” (Wille, al penultimo verso). Il weißt (sai, conosci) in rima al secondo verso ribadisce invece l’identità indeterminata e universale del soggetto wer. Il wie ripetuto negli ultimi versi (anafora: Und… Und… / und wie… / Und wie) incornicia e rafforza la cruciale equivalenza-similitudine Welt-Wort, insieme agli elementi collaterali Schweigen e Wille. In un testo che fa appello all’azione degli occhi (mit deinen Augen; deine Augen), i termini Welt, Wort e Wille risultano visivamente incolonnati, negli ultimi versi. Una formidabile colonna di senso (Sinn) che tuttavia la volontà del soggetto non trattiene nella sua evidente compattezza più di un istante e più del necessario: dopo essere stata creata (gemacht) e colta (begreift) nel suo significato, subito essa viene lasciata andare molto dolcemente (zärtlich los).
Questo per quanto riguarda i suoni e le parole, e la dinamica che li lega, ma bisogna anche aggiungere che l’immagine posta da Rilke all’inizio del Libro delle immagini è – come poi nei Sonetti a Orfeo – un albero. Un solitario, slanciato albero di colore nero campito contro il cielo della sera. Sulla «soglia usata» della casa di chiunque, che è insieme la soglia di questa raccolta di versi, «einen schwarzen Baum»: nero come il silenzio (Schwelle-schwarzen-Schweigen). E attraverso il suono -war- l’equazione Wer-Welt-Wort riecheggia anche al centro di schwarzen: nel cuore dell’immagine stessa.
Il gesto creatore e simbolico di sollevare, levare, sarà lo stesso, con lo stesso verbo (heben), nei Sonetti a Orfeo, dove a essere levata è la lira, di cui l’albero si pone come una sorta di prefigurazione. «Solo chi levò la lira / anche tra le ombre…» (Nur wer die Leier schon hob / auch unter Schatten…). Nel sonetto (I, IX) il richiamo alla soglia del Libro delle immagini è rimarcato dal doppio wer dei primi versi (Nur wer… / Nur wer…) e suggellato quindi dall’imperativo evidenziato dal corsivo: «Sappi l’immagine» (Wisse das Bild).

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n. 4. Rilke: Tröstung (Il frutto della consolazione)

Dove, in quali giardini beati d’acque perenni,
su quali alberi, da quali teneri calici sfogliati
maturano i frutti stranieri della consolazione?
Squisiti sono, e uno lo trovi forse nel calpestato prato

della tua povertà. Di volta in volta
ti stupiscono la grandezza del frutto
e il suo essere intatto, la soavità della buccia
e che l’uccello leggero, l’avido verme nascosto

non te l’abbiano sottratto. Esistono dunque alberi
– visitati da angeli e da lenti, segreti giardinieri curati –
che senza appartenerci ce ne offrono?

Potremmo mai noi, ombre e fantasmi,
con il nostro affrettato maturare e avvizzire
turbare l’eguale misura di quelle calme estati?

(25 agosto 2016)

 RILKE, Die Sonette an Orpheus, II.XVII, 1922

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n. 5. Rilke, frammento

Nessuna cosa è troppo piccola per me: io la amo
e la dipingo grande su fondo d’oro,
la tengo alta e non so a chi
schiuderà l’anima…

(11 settembre 2016)

Nichts ist mir zu klein und ich lieb es trotzdem
und mal es auf Goldgrund und groß,
und halte es hoch, und ich weiß nicht wem
löst es die Seele los…
RILKE, Das Stunden-Buch, 1905

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n. 6. Dickinson: 481 (L’Himalaya e la margherita)

Si racconta che l’Himalaya s’inchinò
fino alla margherita –
trasportato dalla compassione
che una tale bambina avesse
il proprio universo là dove egli, tenda su tenda,
le sue bandiere di neve dispiegava.

(5 ottobre 2016)

The Himmaleh was known to stoop
Unto the Daisy low –
Transported with Compassion
That such a Doll should grow
Where Tent by Tent – Her Universe
Hung out its Flags of Snow –
1862 circa

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n. 7. Dickinson: 333 (I granai celesti)

L’erba ha così poco da fare –
una sfera di semplice verde,
con solo, farfalle da allevare
e api da dilettare:

muoversi il giorno intero alle melodie
portate dalla brezza,
e tenere la luce del sole in grembo,
e a tutto inchinarsi,

infilare rugiada, la notte intera, come perle,
e farsi tanto bella
che una duchessa non sarebbe degna
di renderle omaggio,

e anche quando muore, trapassare
in profumi divini
come umili spezie poste a dormire,
o amuleti di pino:

e dimorare allora in granai celesti,
trascorrervi i giorni sognando:
l’erba ha così poco da fare
che io vorrei essere fieno.

(3 ottobre 2016)

The Grass so little has to do,—
A Sphere of simple Green —
With only Butterflies to brood
And Bees to entertain —
And stir all day to pretty Tunes
The Breezes fetch along —
And hold the Sunshine in its lap
And bow to everything —
And thread the Dews, all night, like Pearls —
And make itself so fine,—
A Duchess were too common
For such a noticing —
And even when it dies — to pass
In Odors so divine —
Like lowly Spices, lain to sleep,
Or Amulets of Pine —
And then, in Sovereign Barns to dwell —
And dream the Days away,
The Grass so little has to do
I wish I were a Hay —
1862 circa
I “granai celesti”. “Sovereign Barns”, nelle traduzioni italiane che ho consultato viene reso  con “granai sovrani” o “fienili sovrani”; difatti per i dizionari l’aggettivo “sovereign” significa: altissimo, eccelso; sovrano; sommo, supremo, superiore. Da parte mia incarno l’immagine nei grandi, vecchi fienili di montagna detti “taulà”: alti e quindi dentro il cielo, circondati dal cielo. Celesti.
Fra le numerose forme e immagini di Paradiso offerte da Emily Dickinson attraverso tutta la sua poesia e le lettere, questa 
la permanenza-evanescenza odorosa e sognante dell’erba fatta fieno ed  elevata a un cielo agricolo e domestico, un cielo a pochi metri sopra la terra in cui ha vissuto eppure immenso  ha una sua peculiare, sommessa forza e verità.

***

n. 8. Dickinson: 451 (Inner Outer, o La stella nel lago)

L’esterno – dall’interno
deriva la sua grandezza –
è duca, o nano, in accordo
al sentimento che sta al centro:

il sottile, invariabile asse
che regola la ruota;
benché i raggi girino più visibili
e sollevino polvere – per un momento.

L’interno – dipinge l’esterno –
il pennello senza mano
la sua immagine mostra – esatta –
come è l’interno marchio
sulla sottile tela di arterie,

su una guancia, una fronte forse:
il segreto intero – della stella nel lago
gli occhi – non sono destinati a conoscerlo.

(23 ottobre 2016)

The Outer – from the Inner
Derives its Magnitude –
‘Tis Duke, or Dwarf, according
As is the Central Mood–
The fine – unvarying Axis
That regulates the Wheel –
Though Spokes – spin – more conspicuous
And fling a dust – the while.
The Inner – paints the Outer–
The Brush without the Hand –
Its Picture publishes – precise –
As is the inner Brand–
On fine – Arterial Canvas –
A Cheek – perchance a Brow –
The Star’s whole Secret – in the Lake –
Eyes were not meant to know.
1862 circa

***

n. 9. Sachs: La nostalgia  della polvere

Nel grigiore dell’alba,
quando un uccello prova il risveglio –
ha inizio l’ora della nostalgia di tutta la polvere
che la morte ha lasciato.

Oh l’ora delle nascite,
che partorisce nel dolore, in cui si forma
la costola di un nuovo uomo.

Amato, la nostalgia della tua polvere
trapassa in un turbine il mio cuore.

(31 ottobre 2016)

La poesia di Nelly Sachs non somiglia a nessun’altra. Unisce in modo inconfondibile, con tangibile sostanza mistica, la Bibbia e la cultura ebraica, l’esperienza dei campi di sterminio e una lingua tedesca anch’essa come ridotta a Staub, polvere.
L’alba che apre questi versi, in italiano è, etimologicamente, bianca: in Morgengrauenc’è invece il colore grigio, un trapasso di luce che può indicare anche paura, orrore (es graut significa «albeggia», es graut mir vor «ho paura davanti a»). Una traduzione di questo testo, tratto dalla raccolta Nelle dimore della morte, si trova nell’ottima scelta delle Poesie di Nelly Sachs curata da Ida Porena (Einaudi 2006). Traggo dalla sua versione il verso «trapassa in un turbine il mio cuore».
Mi rendo conto solo ora che questa è anche la settimana della ricorrenza cristiana dei Morti.

Im Morgengrauen,
Wenn ein Vogel das Erwachen übt –
Beginnt die Sehnsuchtsstunde allen Staubes
Den der Tod verließ.
O Stunde der Geburten,
Kreißend in Qualen, darin sich die erste Rippe
Eines neuen Menschen bildet.
Geliebter, die Sehnsucht deines Staubes
Zieht brausend durch mein Herz.
Nelly SACHS, In den Wohnungen des Todes, 1940-44

***

n. 10. Dickinson: 419 

Cresciamo abituandoci al buio,
quando la luce viene sottratta:
come quando la vicina solleva la lampada
nel gesto dell’addio –

Qualche istante ­– camminiamo incerti
per la novità della notte –
poi – la vista s’adatta alla tenebra
e affrontiamo la strada a schiena dritta –

E così è di più vaste oscurità:
quei crepuscoli della mente
quando nessuna luna dischiude un segno,
non una stella appare – dentro

I più coraggiosi – per un poco brancolano ­­–
e talvolta con la fronte
urtano contro un albero,
ma quando imparano a vedere

O è la tenebra a mutarsi –
o qualcosa nella vista
che alla mezzanotte si conforma:
e la vita procede quasi dritta.

(15 gennaio 2017)

*

We grow accustomed to the Dark –
When Light is put away –
As when the Neighbor holds the Lamp
To witness her Good bye –
A Moment – We Uncertain step
For newness of the night –
Then – fit our Vision to the Dark –
And meet the Road – erect –
And so of larger – Darknesses –
Those Evenings of the Brain –
When not a Moon disclose a sign –
Or Star – come out – within –
The Bravest – grope a little –
And sometimes hit a Tree
Directly in the Forehead –
But as they learn to see –
Either the Darkness alters –
Or something in the sight
Adjusts itself to Midnight –
And Life steps almost straight.
1862 circa

***

n. 11. Sachs: Pasqua

Questa terra
un nòcciolo
in cui è inciso

il Suo nome!

Sonno con denti di stelle lo costringe
nella dura polpa della terra,
con boccioli di salmi
annuncia resurrezione.

Questa terra
e tutti i suoi sentieri
azzurrofioriti
d’eterno colchico

tutte le tracce portano fuori –

Sabbia vulcanica vibrante
corna d’ariete
dal sogno la spalano.

L’ora dei profeti giunse rapida
a sgusciare dalla pelle i morti
come semi di soffione
solo alati di preghiere
sono arrivati a casa –

Nelly SACHS, da E nessuno sa continuare, 1957
(aprile 2017)

*

Dieses Land
ein Kern
darin eingeritzt
sein Name!
Schlaf mit Sternenzähnen hält ihn fest
im harten Apfelfleisch der Erde
mit Psalmenknospen
klopft* er Auferstehung an.
Dieses Land
und alle seine Pfade
umblüht blau
mit Zeitlos*
alle Spuren laufen außerhalb –
Sand vulkanisch zitternd
von Widderhörnern
aus dem Traum geschaufelt.
Prophetenstunde eilte schnell
die Toten aus der Leichenhaut zu schälen
wie des Löwenzahnes Samen
nur beflügelt mit Gebeten
fuhren sie nach Haus –
* Di difficile resa in italiano sono l’onomatopeico bussare di klopft… an, che ha un’eco sonora nello schiudersi dei boccioli, Knospen: da dentro la terra Egli bussa annunciando resurrezione, i boccioli di salmi, Psalmenknospen, bussano; e il colchico-eterno: l’aggettivo zeitlos (eterno, senza tempo) viene qui sostantivato e insieme evoca il sostantivo Zeitlose (colchico). Anche il colore del colchico-eterno, blau, non è naturalistico.

***

n. 12. Dickinson: 757

Crescono i monti – non notati –
Le purpuree figure si levano
senza sforzo – fatica –
assistenza – o applauso

Nei loro volti eterni
gli ultimi sguardi dorati
del sole – con perfetta delizia –
a lungo cercano compagnia – la notte –

(4 giugno 2017)

*

The Mountains – grow unnoticed –
Their Purple figures rise
Without attempt – Exhaustion –
Assistance – or Applause –
In Their Eternal Faces
The Sun – with just delight
Looks long – and last – and golden –
For fellowship – at night –
1863 ca.

Fiori, serie prima

da Orfiche
duerer_violette
(Immagine: Dürer, Violette. Dalla copertina di Marina Cvetaeva, Il poeta e il tempo)

 

n. 1, pratoline

Sotto pesanti gocce di rugiada
e un cielo ancora incerto nel mattino
le pratoline se ne stanno
richiuse e contegnose

– lo sfrangiato bavero
bianco rosato
tutto rialzato

l’esile collo
un po’ reclinato

spiano ombrose

col loro occhio giallo canarino

(invisibile)

(Dickinson)

 

 

n. 2, magnolia viola

I lividi boccioli di magnolia
eretti dai rami nudi
e protesi

sangue
vino viola cupo
screzia
il cereo candore

innerva stretto
fasci ravvolti
e richiusi

carne di seta

nella vergine
luce d’aprile

– turbato
si ferma
chiunque
passi

alla vista del silenzioso
corpo
vibrante

(Mapplethorpe)

 

 

n. 3, melograni

Da orti e giardini nella pianura
tanto quieti e fiammanti
i piccoli fiori
dei piccoli
melograni

in sé guardando
già concentrati al frutto

a lungo ardono
irradiano
arancio
nelle intatte
giornate di giugno

– non c’è colore più vivo
dentro il verde

(Rilke)

 

 

n. 4, magnolie bianche

I grandi fiori bianchi di magnolia

– uccelli ad ali spiegate, immobili
su scale ascendenti
digradanti di rami e cupe
foglie profonde –

stanno segreti
spiranti

dentro alte piramidi di verde

nei giardini,
oltre i cancelli

 

 

Orfiche

contrasti.jpg
(Immagine: Ylenia Arcelli, “Rousseau”, 2016)

Marzo

Da dove è tornata ora questa luce

e dall’orlo celeste del visibile
gemmano bocci foglie ovunque premono

– membrana d’aria e luce che palpita si lacera
per tutta
l’alta cupola del cielo

guscio d’uovo
si crepa e schiude

genera rigenera

 

Il testo completo di Orfiche si trova in Quasi estate,
pubblicato da ExCogita in collaborazione con MasterBook
e presentato al Salone del Libro di Torino il 18 maggio 2017.
Vedi anche Fiori, serie prima e Questionario per Poesia aperta.