Risvegli e metamorfosi

Il titolo è ispirato ai Risvegli di Oliver Sacks
e alle Metamorfosi di Lalla Romano.
 Ex Manicomio di Mombello 2013.jpg
(Immagine: Ylenia Arcelli, Ex Manicomio di Mombello, 2013)

 

(1)

Insaponandoti nel lavandino,
la cupola bombata dello strano rubinetto
ti rimanda un pallido volto deformato:
enorme fronte sfuggente e occhi infossati,
un Bacon con bocca di pesce degli abissi
– così trai cattivi auspici al nuovo giorno,
ed è fallito
il rito di purificazione

 

 

(2)

C. – quel che resta di

Noi non ci vede, non ci siamo più
da anni:
sovranamente ci ignora,
o fa linguacce

Solo a volte il mattino
se nello specchio del cassettone
– su cui stanno le foto dei suoi,
già tutti di là –

per un istante
incontra
il proprio volto

si risveglia allora e stupisce,
sorride,
o lancia un grido:

se stessa saluta,
viva ancora!

 

 

(3)

Non sempre riesce la muta
all’insetto stecco.
Questo sul frigo, stanotte ha sfilato rapido la vecchia veste
e ingigantito libero
ora stiracchia
le un po’ più lunghe zampe,
le antenne-proboscide, l’esile corpo
(sembra un aliante).
Il suo compagno è morto invece
al primo tentativo.
Ignorando ancora modi e tempi
della metamorfosi
non capii subito, io: continuai a lanciargli sguardi
d’attesa e d’incoraggiamento,
d’impotenza poi
– agonizzò per giorni
intrappolato mezzo dentro mezzo fuori
la sua sottile
guaina trasparente

 

 

(4)

Alta quanto una bambina
stivaletti borchiati di pelle bianca
su una gran maglia turchese con gli strass
raccoglie roselline bianche dalle aiole di Foro Bonaparte
e scuotendo le ciocche platinate
si racconta storie a voce alta,
alle nove, nove e dieci di mattina

 

 

(5)

Lo sai
per un istante solo, uno sguardo
laterale
quando finalmente scorporato
dal tuo povero manichino
fuoriesci,
ti posi sul cornicione del palazzo accanto,
coi piccioni
e dall’alto ti vedi

– così seduto a un tavolino
le mani in grembo,
tra i passanti,
nulla che accada
o tutto già accaduto,
gli occhi vuoti a vagare
nel grigio fiume della strada

 

 

(6)

Tutt’a un tratto la terrorizza la lavastoviglie
–  lo sportello aperto
potrebbe inghiottirla –
e lo stesso la lavatrice
il frigo il forno:
anguste celle, box
dentro una prigione

Chi l’ha rinchiusa, o s’è forse
da sé segregata?
Come che sia, deve scappare

La ritrovano dopo giorni – o anni –
arrampicata in cima a un albero

 

 

(7)

Sta pronto sul bordo del marciapiede, in attesa,
berretto giubbotto zainetto,
la valigia accanto – oggi è nuova:
un fiammante trolley azzurro cielo.
Proteso allo spazio aperto della strada
nell’imminenza lancia occhiate
su e giù, parlotta,
pianifica scuro in volto.
Abita qua dietro, non si sa dove. Non
si hanno immagini di quando
rientra in casa. Solo a volte si siede
su una panchina

 

 

(8)

Il cuore che romba accelerato
risalendo dal fondo del petto

ci si ritrova
sorpresi
nudi
vergognosi
in tanta luce

(strappati
bruscamente
a un breve
sonno diurno

– le campane
delle due)

 

 

(9)

Ci sono giorni in cui far rotolare avanti la propria bolla di nulla
– sospingerla attraverso le vuote pianure del pomeriggio,
fra certe sacche o secche del quasi sera
in cui basta un istante a inabissarsi;
occhieggiare, bussare ad altre bolle di nulla
ma presto con un sorriso passare oltre
senza pesare né accusare il colpo – fino a sera,
richiede energie quasi sovrumane,
abilità da prestigiatore e forze da minatore:
sforzi da Sisifo comunque

 

 

(10)

Giunta all’ultima riva della sera
l’anima
che lungo il giorno ha così penosamente strisciato
nell’aria
all’indietro
fa una capriola

– un movimento mentale
in rovesciata
che libera da tutto
da ogni male

 

 

(11)

Ora ne ha solo tre – di sei – zampe,
l’insetto stecco, e accanto al vecchio se stesso
da sé strappato,
a una chiazza color verderame,
sta immobile,
stremato.
L’ho trascurato io – le foglie di rosa
troppo vecchie, e gli è mancata così
la linfa
per la metamorfosi – o troppo in fretta
ancora ha voluto cambiare pelle?
– come me, dunque
e anche così
sento la colpa mia

 

 

(12)

Passando un istante ti trafiggono
gli atterriti sguardi dalle foto a colori
delle epigrafi
– Augusta Purissima, di anni novantadue –,
smarriti ancora chiedono qualcosa

– e tu ti chiedi quale impudico obiettivo mai
tanto inermi li abbia colti e inchiodati lì
insieme, loro che magari
prima nemmeno
si conoscevano